La lunga battaglia dell’opposizione sciita

La protesta popolare iniziata il 14 febbraio a Manama non è una semplice estensione dei movimenti di opposizione che si sono verificati in Tunisia e in Egitto: il piccolo stato insulare ha alle spalle una lunga storia di manifestazione del dissenso contro la monarchia. In questi giorni si sta assistendo ad un’escalation che ha sicuramente subito l’influenza dei movimenti nei paesi vicini, ma che probabilmente ha sfruttato il momento di attenzione che i media internazionali stanno dando alla regione. Pur adottando lo stesso linguaggio socio-economico delle altre rivolte, l’opposizione ha richieste diverse, molto precise, che sono portate avanti da anni: anche se il 4 marzo in cento mila sono scesi in strada al grido “rivoluzione, l’unica soluzione”, uno dei leader sciiti, intervistato da al-Jazeera, si è affrettato ad affermare che: “non vogliamo rovesciare la famiglia reale, vogliamo solo aver modo di partecipare alla vita politica grazie ad una nuova costituzione”.

La creazione di una monarchia costituzionale e la riforma del parlamento sono due delle richieste espresse esplicitamente, mentre a fare da sfondo restano quelle più importanti, strettamente connesse: porre fine alla discriminazione verso la popolazione sciita e dare un freno alla corruzione e al sistema di favoritismi su cui si regge l’economia del regno. Il primo punto è di fondamentale importanza per capire quello che sta succedendo in Bahrain: nonostante più del 70% della popolazione sia composta da musulmani sciiti, è la minoranza sunnita a gestire oltre il 90% degli affari del paese. Per avere un esempio evidente di questa disparità basta considerare due città simbolo dell’isola: da una parte Karzakan, villaggio sciita molto povero e completamente deserto in questi giorni perché tutti i suoi abitanti sono a Piazza della Perla nella capitale; dall’altra Rifaa’, città abitata da sunniti e dal re, famosa per il Royal Gulf Club e un enorme centro commerciale, dove arrivano solo gli echi delle manifestazioni di piazza. Sempre legato allo squilibrio economico è l’appello contro il grado di corruzione dell’elite dominante. In questo caso l’esempio più clamoroso è personificato dallo zio del re, diventato famoso col nome di Mr.10%: è questa la percentuale che gli deve essere versata affinché il governo conceda il permesso per l’avvio di qualsiasi progetto edilizio.

Le radici di questo dissenso dunque non sono nuove, e hanno origine alla fine della colonizzazione britannica dell’isola, iniziata nel 1935 e conclusa nel 1971. La famiglia reale al-Khalifa, alla guida del Bahrain dal 1783, aveva giovato dalla presenza degli inglesi nel territorio sia per i benefici che la classe dei professionisti aveva ottenuto sia per la sicurezza interna che la presenza straniera aveva garantito. A due anni dalla partenza dei britannici, il re Isa bin Salman al-Khalifa aveva sentito la necessità di rafforzare la legittimità sul piano interno e, prevenendo la formazione di un dissenso popolare, aveva scelto la via delle riforme annunciando la creazione di un parlamento eletto dal popolo: un grande passo avanti per la società civile. Pur senza aver concesso il voto alle donne, il parlamento era stato istituito e aveva ricevuto le lodi di tutto il mondo occidentale. L’esperimento però era durato solo due anni: 30 parlamentari della sezione indipendente avevano fatto pressione al fine di ottenere nuove riforme e avevano anche messo in discussione la presenza delle truppe militari americane sul territorio, arrivate su richiesta del regime per controbilanciare l’influenza iraniana. La dissoluzione del parlamento per decreto regale, nell’agosto del 1975, è un evento che lascerà una traccia indelebile nella mente degli oppositori del regime, che si sentiranno defraudati di diritti di cui avevano potuto godere per un tempo così limitato.

Per queste ragioni negli anni seguenti si erano moltiplicate le manifestazioni popolari, perlopiù pacifiche, aventi come obiettivo la restaurazione della monarchia costituzionale. L’unico caso in cui l’opposizione era ricorsa alla violenza si è verificato nel 1981, quando il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrain è stato accusato di meditare un colpo di stato d’ispirazione khomeinista. Il complotto è stato però sventato dall’apparato militare dello stato. Gli anni Novanta hanno visto l’intensificarsi delle proteste, tanto che nel 1999 il neo eletto re Hamad bin Isa al-Khalifa, in carica ancora oggi, è stato costretto a promettere riforme e ha indetto un Referendum per l’approvazione del Carta di Azione Nazionale, un documento che prefigurava il ritorno del parlamento e della monarchia costituzionale. Nonostante il Referendum abbia avuto un grande successo e la Carta sia stata approvata col 90% dei voti di maggioranza, nel 2002 il Re ha deciso di agire unilateralmente ratificando una nuova costituzione molto meno avanzata di quella del 1973: nel nuovo parlamento i 40 parlamentari scelti dal re hanno molto più potere dei 40 eletti dal popolo. Sebbene alcune delle riforme si possano considerare un passo avanti per la società civile, come l’abolizione della legge sulla sicurezza che dava immenso potere all’esecutivo, il miglioramento del trattamento dei prigionieri durante la detenzione e l’eliminazione di alcune restrizioni sulla libertà di parola, i gruppi di opposizione si sono sentiti traditi, e hanno continuato a portare avanti le loro richieste dividendosi in due schieramenti. Un primo gruppo, che mira a portare avanti il cambiamento tramite strumenti amministrativi, attraverso leggi parlamentari e la riforma della costituzione, è composto da al-Wefaq, la Società Islamica nazionale guidata dallo sciita Sheikh Ali Salman, e dal Wa’ad, il partito politico di sinistra di Azione Nazionale Democratica, composto da sciiti e da sunniti. Il secondo gruppo invece si concentra sulle proteste popolari come motore di cambiamento e include l’Haq, il Movimento per la Libertà e la Democrazia, e il Wafa. È questa seconda frangia dell’opposizione che ha creato i maggiori problemi al governo e per combatterla il re al-Khalifa ha fatto sempre più frequentemente ricorso a strumenti come la tortura e l’incarcerazione arbitraria.

La catena di eventi che ha portato alla situazione odierna conta ancora quattro episodi importanti. Il primo è il grande scontro tra popolazione sciita e sunnita che ha avuto luogo nel dicembre 2007. Dopo sette giorni di guerriglia urbana, in cui la parte sciita lamentava la marginalizzazione economica e la disparità di trattamento, il governo ha deciso d’intervenire arrestando 15 esponenti di spicco dell’opposizione sciita. Il secondo episodio è avvenuto l’anno successivo, nel dicembre 2008, quando le forze d’intelligence dello stato sono riuscite a sventare un attacco terroristico previsto per la celebrazione della giornata nazionale, il 16 dicembre, nel distretto commerciale di Manama. Gli organizzatori dell’attentato erano uomini collegati al movimento Haq e chiedevano maggiore partecipazione degli sciiti nelle decisioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), un’organizzazione internazionale di cui fanno parte l’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l’Oman e il Kuwait. Il mese seguente è stata organizzata una manifestazione pacifica contro la discriminazione degli sciiti alla quale hanno partecipato 12 mila cittadini del Bahrain. La manifestazione si è conclusa con numerosi scontri e diversi leader del movimento Haq sono stati arrestati e giudicati secondo la legge anti-terrorismo dello stato. Nel settembre 2010 infine si è verificato un aumento della pressione governativa contro l’opposizione sciita. Il malcontento della popolazione si era acuito in seguito all’accusa, mossa contro il governo, di aver concesso la cittadinanza in massa a musulmani sunniti per diluire la popolazione sciita. In Bahrain la cittadinanza si ottiene tramite consenso regale, ed è di solito molto difficile da conquistare.

Nei primi giorni di febbraio il governo, ben consapevole del possibile effetto contagio delle rivoluzioni in Egitto e Tunisia, aveva annunciato l’intenzione di distribuire l’equivalente di duemila euro ad ogni famiglia. Si trattava di un estremo tentativo di bloccare le possibili rivolte sul nascere, che però non è andato a buon fine. Allo scoppiare delle proteste, la prima reazione del re al-Khalifa è stata la promessa di un impegno verso le riforme, e alcuni gesti concreti ne sono seguiti: ha liberato duecento prigionieri di cui 23 membri di spicco dell’opposizione sciita, ha richiesto l’apertura di un dialogo con l’opposizione e ha effettuato alcuni piccoli cambi nel gabinetto di governo, andando però a sostituire solo ministeri minori. L’opposizione non si è placata, considerandoli gesti poco incisivi, e ha continuato a portare avanti le proprie richieste manifestano in modo non violento nel distretto finanziario della capitale.

Tra due mari e tra due fuochi

Il 14 marzo, esattamente un mese dall’inizio delle proteste, l’Arabia Saudita ha deciso d’intervenire e, col beneplacito della famiglia reale, ha inviato i carri armati a disperdere la folla nel centro di Manama. Le forze armate sono arrivate dopo l’autorizzazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e sono composte da un migliaio di militari sauditi e da 500 poliziotti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti.

L’intervento di uno stato straniero ha creato una cesura drastica rispetto alla prima parte della protesta, sia dal punto di vista interno al Bahrain, sia internazionalmente, paventando una possibile guerra per procura giocata tra l’Arabia Saudita all’Iran.

Dal punto di vista interno, il Gcc ha immediatamente definito le forze armate come “forze di coalizione”, attivate con lo scopo di mantenere la sicurezza dello stato e di proteggere le infrastrutture vitali per l’economia del paese. Al-Wefaq, il movimento sciita che al momento sembra raccogliere la maggioranza dell’opposizione assurgendo così ad interlocutore con il governo, ha definito l’arrivo di truppe straniere “un’occupazione contro cittadini disarmati”.

Dal punto di vista internazionale, invece, vanno prese in considerazione le prospettive dei diversi attori coinvolti, prima fra tutti l’Arabia Saudita. La percezione che Riyad ha avuto delle proteste in Bahrain ha agito su tre diversi livelli. Innanzitutto ha giocato un ruolo il pericolo che i movimenti settari nello stato confinante possano essere d’ispirazione per la minoranza sciita nel proprio territorio, che comprende circa il 15% della popolazione. L’intervento in Bahrain è avvenuto tre giorni dopo il “giorno della rabbia”, ovvero la manifestazione prevista in molte città del mondo arabo a sostegno dei movimenti di opposizione nei paesi vicini. In Arabia Saudita, delle tre manifestazioni organizzate tramite Facebook a Riyad, Jedda e nella provincia orientale, abitata in prevalenza da sciiti, solo quest’ultima ha avuto luogo, confermando l’ipotesi che le tensioni tra sunniti e sciiti stiano aumentando d’intensità. In secondo luogo ha influito il timore che l’Iran possa sfruttare l’occasione per ampliare la sua sfera d’influenza. A questo proposito, in molti hanno letto l’intervento militare come un chiaro messaggio a Teheran che le monarchie del Golfo non lasceranno salire al potere la maggioranza sciita nella regione. Anche la recente ascesa al governo della minoranza sciita dopo la caduta di Saddam in Iraq è un elemento che dev’essere tenuto in considerazione. Infine, non priva di importanza è la visione che i sauditi hanno dell’isola come “giardino di casa”, un luogo dove è possibile ciò che a casa non è concesso, e dove non è benvisto un cambiamento dello status quo.

Il secondo fuoco tra cui è stretto il Bahrain è l’Iran. L’intervento del Gcc è stato letto come una spinta al coinvolgimento, non militarmente ma diplomaticamente e retoricamente. Il Ministro degli esteri Salehi ha dichiarato infatti che “l’intervento di forze straniere non può essere accettato e avrà ripercussioni”, una minaccia vaga ma d’effetto. Il parlamento iraniano ha poi formulato una dichiarazione, firmata da 257 parlamentari, in cui afferma che l’Iran non tollererà il massacro di sciiti in Bahrain. Anche in questo caso, alla dichiarazione di solidarietà non fa seguito nessun intervento concreto. D’altro canto è importante sottolineare che l’opposizione a Manama ha più volte affermato di essere composta da sciiti del Bahrain e che, ad un’eventuale invasione da parte dell’Iran, risponderebbe combattendo fino alla morte.

Infine gli Stati Uniti hanno reagito all’intervento militare saudita attraverso un comunicato in cui chiedono al governo di non rispondere con la forza ai manifestanti e di aprire un dialogo pacifico, allargando la partecipazione politica. In un primo momento il presidente Obama aveva accolto positivamente l’impegno alle riforme del re, atteggiamento che aveva fatto credere all’opposizione sciita che gli Usa utilizzassero parametri diversi per valutare la situazione nel loro paese piuttosto che in Egitto, e che quindi non ci sarebbe stata abbastanza pressione internazionale per generare un cambiamento. Pochi giorni dopo l’arrivo delle truppe armate, Robert Gates ha tenuto una riunione con i leader di Arabia Saudita e Bahrain affermando che non ci sono prove che gli iraniani stiano sostenendo gli sciiti in Bahrain. Ha però avvisato che, se le violenze si protrarranno troppo a lungo, si verificheranno condizioni favorevoli a Tehran per potersi inserire nel conflitto e sfruttare la situazione a proprio favore. Tuttavia ancora una volta per gli Stati Uniti il dilemma sta nel cercare un equilibrio tra realismo politico e idealismo. Secondo il New York Times, Obama avrebbe richiesto la preparazione di un report, il cui contenuto è tenuto segreto, al fine di analizzare gli sviluppi nei vari stati mediorientali e nell’Africa settentrionale per poter cercare un modo di bilanciare gli interessi strategici degli Usa nella regione con la richiesta di riforme avanzate dalle popolazioni guidate da dittature. Il Bahrain in particolare è sempre stato inserito nella schiera degli alleati, e i rischi di perdere un governo amico sono molteplici: innanzitutto metterebbe in pericolo la permanenza della base navale americana US Navy Fifth Fleet, nella regione dal 1995. In secondo luogo comporterebbe la perdita di un governo attivo contro il terrorismo che, nonostante abbia sfruttato la guerra globale contro il terrore di Bush per tenere a bada l’opposizione, ha collaborato attivamente con il Ministero della Difesa statunitense. Non da ultimo Washington ha guardato con favore al riavvicinamento di Manama con la comunità ebraica, dopo che il re Hamad ha permesso il ritorno di 50 immigrati negli Stati Uniti dichiarando “è aperto, è il vostro paese”, evento mai successo prima nel mondo arabo. Inoltre Manama ha scelto nel 2008 una donna ebrea, Houda Nonoo, come ambasciatrice a Washington.

Conclusione

È trascorso più di un mese dall’inizio delle proteste in Bahrain: da una situazione che si era ripetuta ciclicamente si è passati, anche grazie ai riflettori internazionali, all’allargamento di un conflitto che rischia di trasformarsi in una guerra per procura tra Arabia saudita e Iran. Nonostante questa possibilità sia spesso paventata, il conflitto ha ancora buone possibilità di risolversi sul piano interno, visto in particolare l’atteggiamento della famiglia al-Khalifa verso un dialogo sempre più serio con l’opposizione e la reazione di Al-Wefaq che si è detta pronta a trattare con il governo.

* Rita Borgnolo, Dottoressa in Relazioni Internazionali (Università statale di Milano)

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