La pur striminzita vittoria di Dilma Roussef (51,6% contro il 48,3% dello sfidante Aecio Neves) alle elezioni presidenziali del Brasile tenutesi lo scorso 26 ottobre, suggerisce diverse riflessioni.
Chi ha seguito le vicende elettorali direttamente da Rio De Janeiro deve innanzitutto constatare come il Brasile possa oggi considerarsi una Nazione finalmente matura, dotata di un grande potenziale di crescita sia economica che politica.
I giorni immediatamente antecedenti al ballottaggio tra i due candidati hanno visto sfilare in maniera a volte rumorosa e colorita ma sempre rispettosa ed ordinata, i sostenitori dei due schieramenti, sia nelle strade sia nelle spiagge (bandiere per Dilma ad Ipanema, foto 1).

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Nella strategica città di Rio De Janeiro, ex capitale e simbolo culturale del Paese verdeoro, le manifestazioni a sostegno di Roussef e Neves si sono svolte in assoluta tranquillità, al punto che il massiccio spiegamento delle forze di polizia il giorno delle votazioni, perfino in prossimità dei quartieri vip di Ipanema e di Leblon, ha quasi sorpreso i passanti e i pochi turisti presenti.
Nonostante l’esiguo successo, si pensi che il primo exit-poll riportava la vittoria di Dilma con solo il 50,5% dei voti, la città è rimasta tranquilla e un violento temporale ha ulteriormente raffreddato gli animi di quanti erano scesi in strada tra caroselli di auto e grida di giubilo.
Determinante nel conteggio finale la vittoria del Partito dos Trabalhadores (PT) nello Stato chiave del Minas Gerais, che alcuni sondaggi attribuivano a Neves (Governatore di quella regione).
Oltre allo scarto minimo, non bisogna comunque sottovalutare alcuni elementi caratterizzanti questo votazione.
Il Brasile si ripresenta elettoralmente spaccato in due; mentre il Nord-Est dei poveri (seppur in crescita economica) si è espresso massicciamente a favore della Roussef, il ricco Sud-Ovest si è schierato a favore di Neves ma avrebbe fatto lo stesso con chiunque fosse stato avversario del PT.
Si tratta di una divisione che riflette in buona parte la composizione sociale classista del paese, dove ancora oggi fatica ad emergere un vero ceto medio nonostante 12 anni di politiche “laburiste”.
L’ultimo anno dell’economia brasiliana ha registrato risultati tutt’altro che confortanti, al punto che è tornato ad affacciarsi lo storico spettro dell’inflazione e il debito pubblico è aumentato ulteriormente.
Se è vero che l’esame dei Mondiali di calcio è stato brillantemente superato, mentre i catastrofisti della propaganda yankee soffiavano sul fuoco di improbabili rivolte, in vista dei Giochi Olimpici di Rio 2016 occorre un ulteriore scatto di reni.
Il Brasile deve affrontare e risolvere una volta per tutte alcuni nodi interni che gli impediscono di decollare definitivamente e che riguardano essenzialmente tre fattori: la lotta alla corruzione (vedi scandalo Petrobras), la lotta all’analfabetizzazione di grandi fasce della popolazione (i test scolastici sono ancora lontani dagli obiettivi prefissati dalle Amministrazioni precedenti), la lotta alla criminalità e alla droga (che costituiscono una delle piaghe storiche in diverse zone del Brasile).
Le priorità immediate di Dilma riguardano comunque il rilancio degli investimenti e pertanto i primi provvedimenti verranno varati a favore delle imprese, con una politica chiara e trasparente necessaria a riprendere la crescita e le esportazioni (che continuano ad essere centrate soprattutto sulle materie prime e non sui prodotti dell’industria di trasformazione).
Accumulato il capitale necessario, lo Stato brasiliano dovrà quindi incentivare la costruzione delle infrastrutture, riformare il fisco (alleggerendo la burocrazia) e tentare di risolvere gli intrecci negativi nelle stesse politiche sociali (sanità-corruzione, lavoro-assistenzialismo, oltre alla storica concentrazione monopolistica della proprietà terriera).
Bisogna comunque riconoscere al PT una buona capacità di mobilitazione, in quanto tutti i grandi media brasiliani (televisioni in particolare) si trovano nelle mani di 5 grandi famiglie che di certo non hanno tifato a favore della Roussef e che tuttavia non sono riuscite a mobilitare più di 2.500 persone a San Paolo (e solo poche decine a Rio de Janeiro, vedi foto 2) per l’impeachment a Dilma.

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Quest’ultima ha condotto una campagna presidenziale sulla base degli slogans: “Governo Novo” – “Ideias Novas” (http://www.dilma.com.br/), come a confermare che il Brasile deve ritrovare quello slancio parzialmente perso negli ultimi tempi e che potrà avvenire solo con un serio rinnovamento della stessa classe dirigente che l’ha guidato negli ultimi 12 anni.
Solo così Brasilia potrà giocare la propria parte nel nuovo sistema mondiale ipotizzato dai Paesi del BRICS, la cui nuova Banca avrà sede a Fortaleza e il cui statuto verrà redatto dal dirigente del Ministero degli Esteri verdeoro Samuel Pessoa.
La vittoria di Dilma, assicura infatti una forte spinta propulsiva al progetto eurasiatico di un mondo multipolare libero dall’egemonia statunitense, perciò i rapporti con Russia e Cina assumeranno ora contorni sempre più stretti, regalando al Brasile quella sovranità nazionale che potrà essere utilizzata per riscattare l’intero continente latino-americano dall’abbraccio letale di Washington.


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