Mancano ancora 14 mesi al voto che deciderà il nome del nuovo presidente degli Stati Uniti, ma Obama e i suoi esperti stanno delineando una nuova rotta per la campagna elettorale. Il target cui rivolgersi, ora, sembra essere quello delle minoranze etniche e, in particolare, l’attenzione è stata spostata sugli afroamericani e sulla comunità ebraica.

 

Il presidente uscente Barack Obama sta conoscendo una nuova e potente fase di impopolarità fra gli elettori democratici: un recente sondaggio pubblicato da Gallop mostra un capo di Stato con appoggi sempre più deboli, soprattutto fra i giovani e soprattutto fra la minoranza di colore. Dalla metà di aprile, infatti, il consenso in questa fascia di elettorato si è spostato da un buon 83% a un più modesto 58%; la situazione fra i giovani (fra i 18 e i 29 anni) si attesta ben al di sotto del 50%.

Anche l’elettorato ebraico di centro-sinistra, secondo il sondaggio Gullop, sosterrebbe sempre più flebilmente l’operato dell’attuale uomo che è alla guida del Paese. La recente vicenda che ha visto la Palestina reclamare i propri diritti in seno all’ONU è, dunque, di estrema attualità: i Repubblicani non hanno perso tempo, accusando Obama di aver respinto troppo flebilmente questa richiesta e di non dare il giusto supporto all’alleato israeliano. C’è da scommettere che la ‘questione Israele’ influenzerà molto la campagna presidenziale, in virtù della potenza della lobby che guida e devia, spesso a proprio piacimento, le sorti economico-politiche degli USA. Mearsheimer e Walt docent.

La propaganda ‘obamiana’ si sta quindi dirigendo su due fronti distinti: quello delle minoranze etniche (afroamericani e ispanici per lo più) e quello della superpotenza economica di derivazione ebraica, che è ben radicata in seno alla nazione. Una prima opera di persuasione è stata fatta con Ira Forman, CEO del National Jewish Democratic Council, poiché punto di riferimento per la comunità ebraica nonché strumento utile per il programma ribattezzato Operation Vote.

Sul fronte delle minoranze, invece, Obama può contare sulla dialettica convincente ed enfatica di un personaggio come lo speaker radiofonico Tom Joyner, che vanta un pubblico di circa 8 milioni di ascoltatori. Al grido di ‘Stick together, black people’, Joyner dà il proprio sostegno all’uscente presidente nordamericano, inneggiando alla solidarietà razziale vera e propria. Come è risaputo, gli Stati Uniti sono un Paese dove il fattore religioso è sempre stato influente, anche per ciò che concerne le scelte politiche: fin dalla sua nascita come nazione di nuova colonizzazione, infatti, la religione è stata la colla posta alle basi della società che stava sbocciando. Ecco perché l’operato del reverendo Al Sharpton è sicuramente rilevante al fine di sollevare la ‘coscienza nera’ degli elettori. L’appello a nuovo destino del popolo nero, alla nuova voce che sarà data a questa minoranza è sicuramente ‘impressive’, come direbbero gli anglofoni.

Ciò che emerge sempre più chiaramente, però, è un sostegno al presidente uscente più perché appartenente a una certa etnia che per la sua capacità di governare il Paese: molti afroamericani, infatti, sono chiamati a identificare Obama come il Martin Luther King del nuovo millennio, colui il quale finalmente ha dato voce alla minoranza di colore. La realtà dei fatti, però, è che l’attuale capo di Stato nordamericano è stato un flop vero e proprio: esaltato da una fitta campagna mediatica pre-elezioni nel 2008, non ha saputo affrontare la complessità delle problematiche di un Paese, gli Stati Uniti, che è ancora oggi l’unica vera superpotenza mondiale. L’immagine che gli è stata cucita addosso, l’enfasi data al fatto che fosse il primo presidente di colore, nonché la sua relativamente scarsa esperienza in politica hanno contribuito a far crollare a picco, mese dopo mese, il sostegno dei suoi stessi elettori.

In una nazione dove la crisi economica non accenna ad andarsene, dove l’economia ristagna e la disoccupazione dilaga, non c’è spazio per far risalire i consensi grazie alle operazioni di politica internazionale. Non è, infatti, stato sufficiente prima annunciare il ritiro definitivo delle truppe dall’Afghanistan (cercando di accontentare l’elettorato democratico), poi annunciare la fine della lotta al terrorismo con l’uccisione di Osama bin Laden (notizia condivisa da tutti, ma soprattutto dai ferventi nazionalisti repubblicani) e infine appoggiare l’attacco (illegittimo) della NATO nei confronti della Libia. Quando ormai il piano di discussione è posto sui problemi della vita di tutti i giorni, un presidente deve adeguarsi e provare a spostare la propria campagna mediatica su ciò che agli statunitensi risulta più caro: lo spirito. Solo la speranza che gli ideali, politici e religiosi, riescono a dare è la carta che Obama può giocare.

Ma non di solo spirito e speranza si vive. Ecco perché se il presidente uscente non riuscirà a trovare alla svelta una soluzione che rialzi le sorti economiche della nazione di cui è a capo, a poco varranno gli appelli dello speaker e del reverendo di turno. Ça va sans dire.

 

*Eleonora Peruccacci è laureata in relazioni internazionali (Università di Perugia) ed è ricercatrice dell’ISAG

 

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