Quattro anni dopo l’assassinio dell’ex Primo ministro libanese Rafic Hariri, l’inchiesta internazionale non è ancora arrivata ad una conclusione e dà luogo a nuove manipolazioni politiche. Ben lontano dal rigore dovuto ad un procedimento giudiziario, un articolo dello Spiegel apre un nuovo episodio della telenovela : poiché hanno dovuto rinunciare ad accusare la Siria per mancanza di prove, gli inquirenti vicini agli Stati Uniti e ad Israele designano ora l’Iran. Questo rilancio interviene come un controfuoco dopo che un giornalista statunitense, esprimendosi su Russia Today, ha accusato Dick Cheney di essere il mandante del crimine.

Il 14 febbraio 2005, viene attaccato a Beyruth il convoglio di Rafic Hariri. Finora gli inquirenti non sono riusciti a dare una spiegazione dei danni provocati, i quali non possono essere stati causati da un’esplosione classica. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, le indagini del Tribunale speciale per il Libano si dirigono ormai verso una chiamata in causa di Hezbollah per l’assassinio dell’ex Primo ministro libanese Rafic Hariri. La notizia è stata immediatamente ripresa dalle agenzie di stampa occidentali mentre il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha chiesto l’emissione di un mandato d’arresto internazionale o l’interrogazione forzata del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Questa agitazione interviene mentre sulla rete televisiva pubblica Russia Today, il giornalista statunitense Wayne Madsen ha affermato, due settimane prima, che l’assassinio di Rafic Hariri era stato ordinato dal vice-presidente degli Stati Uniti di allora, Dick Cheney ; una notizia ignorata dalle agenzie di stampa occidentali e dal governo israeliano, ma che ha agitato il Vicino Oriente nel suo complrsso ed il Libano in particolare [1].

Queste due accuse non solo si contraddicono tra di loro, ma contraddicono anche i dati dell’inchiesta ufficiale, secondo i quali tredici terroristi islamisti sunniti, attualmente incarcerati nel Libano, hanno confessato la loro partecipazione all’attentato.

Sopraggiungendo in piena campagna elettorale, queste imputazioni non avranno il tempo di essere serenamente dibattute prima dello scrutinio del 7 giugno.

La posizione dello Spiegel

L’articolo che ha dato fuoco alle polveri in Occidente sarà pubblicato sul prossimo numero dello Spiegel. Tuttavia, esso è già disponibile sul sito internet della rivista, ma in versione inglese [2]. Tale scelta editoriale dimostra che, sebbene pubblicato ad Amburgo, l’articolo è meno destinato ai lettori tedeschi che non all’opinione pubblica internazionale o perfino libanese.

L’autore dell’articolo, Erich Follath, è uno stimato giornalista che scrive da trent’anni sui più diversi argomenti di politica internazionale. Egli si è fatto conoscere, nel 1985, pubblicando un libro-documento dall’interno sui servizi segreti israeliani, L’Occhio di David [3]. Oggi, è membro dell’Atlantische Initiative, un gruppo di pressione a favore della NATO. Non nasconde la sua antipatia per Hezbollah, che non considera un movimento di resistenza, ma uno « Stato nello Stato » e che rende responsabile degli attentati avvenuti nel 2002 e nel 2004 in America latina [4].

Lo Spiegel è un settimanale creato nel 1947, dopo la caduta del III Reich, dall’autorità d’occupazione inglese. Essa ne affidò la direzione al giornalista Rudolf Augstein. Alla morte di questi, nel 2002, il capitale è stato riorganizzato. Il giornale appartiene ormai per un quarto alla famiglia Augstein, per metà ai redattori e per il restante quarto al gruppo Bertelsmann. Quest’ultimo è strettamente legato alla NATO per conto della quale organizza a Monaco la conferenza annuale sulla sicurezza [5].

Lungo tutta la sua storia, lo Spiegel si è distinto per una serie di scoop che hanno profondamente influito sulla vita politica tedesca distruggendovi non poche carriere. Generalmente molto ben informati, i suoi articoli sono sempre stati al servizio degli interessi anglo-americani. A destra, Franz Josef Strauß lo chiamava « l’odierna Gestapo », mentre a sinistra, il cancelliere Willy Brandt lo definiva « foglio di merda ».

Nel 2002, era stato lo Spiegel a ricevere l’incarico di dimostrare la falsità della mia inchiesta sull’11 settembre. Il settimanale aveva inviato per sei mesi negli Stati Uniti una squadra a contro-indagare. Essa era rientrata a mani vuote, persistendo le autorità USA nel vietare ai giornalisti l’accesso ai siti degli attentati ed ogni contatto con i funzionari interessati. In mancanza di contro-argomentazioni da opporre, la rivista aveva tuttavia pubblicato un dossier speciale per esprimere la sua opposizione ideologica alle mie conclusioni [6].

Più recentemente, nel 2008, la direzione del giornale ha censurato un reportage di uno dei suoi più celebri fotografi, Pavel Kassim. Egli aveva avuto il torto di fare delle lastre sui crimini e sulle distruzioni commessi dall’esercito georgiano, inquadrato da ufficiali israeliani, in Ossezia del Sud. Lo Spiegel intendeva spiegare ai suoi lettori la vulgata atlantista secondo la quale i Georgiani erano le vittime innocenti dell’Orso russo.

Le rivelazioni dello Spiegel

Posta tale premessa, che cosa ci fa sapere l’articolo di Erich Follah ? Secondo il giornalista, il Tribunale speciale per il libano dispone da un mese di nuove informazioni, ma si trattiene dal divulgarle per non politicizzare il caso interferendo nella campagna elettorale legislativa libanese. In ogni caso, uno o più membri di questo tribunale gli hanno dato accesso a documenti interni coperti dal segreto istruttorio. Ed al giornalista di aggiungere che, al contrario, la pubblicazione del suo articolo sarà dannosa per Hezbollah e forse gli farà perdere le elezioni.

Se lo Spiegel ha legittimamente scelto il suo campo, è deplorevole che questo lo porti a fare il resoconto dell’inchiesta del Tribunale speciale senza il minimo spirito critico. La fuga di notizie organizzata dall’interno del Tribunale pone, di per sé, una grave interrogativo sull’imparzialità di quella giurisdizione.

Ricordiamo che, per mezzo di sofisticati programmi informatici, gli inquirenti libanesi assistiti dalla Commissione d’inchiesta dell’ONU avevano passato al pettine fitto i 94 milioni di comunicazioni telefoniche avvenute nel periodo dell’attentato di Beyruth. Avevano constatato che quel giorno erano stati attivati parecchi numeri prepagati, i quali avevano effettuato delle chiamate gli uni verso gli altri sul percorso del convoglio del presidente Hariri e poi non erano più stati utilizzati, salvo che per poche chiamate « in uscita » [7]. Giusto dopo aver commesso il loro crimine, i cospiratori avevano tentato di raggiungere, direttamente o indirettamente, quattro generali libanesi definiti, in linguaggio mediatico occidentale, « filo-siriani ». Sulla base di questo presupposto, il capo della Commissione dell’ONU, Detlev Mehlis, il 30 agosto 2005 aveva fatto arrestare i quattro generali e chiamato in causa la Siria. Ma, dal momento che quelle chiamate in uscita non provano niente, se non che i cospiratori volevano indicare agli inquirenti quei quattro generali, i sospetti sono stati liberati dal Tribunale dopo tre anni e mezzo di detenzione preventiva [8]. La Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU aveva definito “arbitraria” questa incarcerazione chiesta dagli inquirenti dell’ONU [9].

Il Tribunale avrebbe scoperto che un’altra chiamata in uscita era stata effettuata da uno dei cellulari dei cospiratori. Essa porta verso una giovane che si rivela essere la compagna di Abd al-Majid Ghamlush, un resistente della rete di Hezbollah, che ha ricevuto una formazione militare in Iran. All’interno della Resistenza, questo individuo sarebbe agli ordini di Hajj Salim, il quale dirigerebbe una cellula che obbedisce solo agli ordini di Hassan Nasrallah. Salim sarebbe dunque il cervello del complotto ed il segretario generale di Hezbollah ne sarebbe il mandante.

Il problema è che, se questo metodo d’indagine è stato giudicato erroneo nel caso dei quattro generali, non si vede perché improvvisamente sia divenuto corretto per chiamare in causa Hezbollah. Poco importa : poiché la pista siriana è morta, ecco in arrivo la pista iraniana. In effetti, Erich Follath precisa che se Hezbollah non aveva un chiaro movente per uccidere il presidente Hariri, i suoi sostenitori in Iran potevano averlo. In breve, segnatevi la casella successiva della lista dell’« Asse del Male ».

Un Tribunale speciale quanto la Commissione

La Commissione d’inchiesta dell’ONU era caduta nel ridicolo con la Giustizia-spettacolo del suo primo presidente, il tedesco Detlev Mehlis, del quale anche lo Spiegel ha una pessima opinione [10]. Essa era andata fuori strada ricorrendo a falsi testimoni ben presto smascherati. Aveva progressivamente ritrovato credibilità con il belga Serge Brammertz, poi con il canadese Daniel Bellemare. Essendo quest’ultimo stato nominato presidente del Tribunale speciale, si poteva sperare che questa giurisdizione avrebbe dato prova della serietà che agli inizi era mancata alla Commissione.

Solo che… ecco, il Tribunale dispone di propri inquirenti e questi sono stati scelti su raccomandazione di Detlev Mehlis. Il signor Mehlis è un ex procuratore che aveva fatto carriera in Germania occidentale all’ombra della CIA prima di lavorare a Washington per il WINEP, un think tank satellite dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) [11]. Mehlis, di nazionalità tedesca ma eleggibile alla nazionalità israeliana, si era circondato a Beyruth di un squadra composta in maggioranza da Tedeschi e da Israeliani. Il nuovo capo degli investigatori è l’australiano Nick Khaldas. In realtà, è un Egiziano naturalizzato australiano anch’egli eleggibile alla nazionalità israeliana [12]. Così, lo stesso gruppo di pressione tiene in mano le leve, impiega gli stessi metodi e persegue gli stessi obiettivi, ben lontani dalla ricerca della verità : mettere sotto accusa quelli che nel Vicino Oriente si oppongono agli Stati Uniti e ad Israele.

Dopo tutto, il problema non si limita alle elucubrazioni di Mehlis e dei suoi amici, esso riguarda il Tribunale speciale, le sue fughe di notizie organizzate nella stampa e la sua assenza di volontà di seguire le piste di cui dispone.

Durante i tre anni in cui Detlev Mehlis ed i suoi referenti nella stampa atlantista hanno gridato “dagli alla Siria” e hanno denigrato i giudici Brammertz e Bellemare, hanno prodotto un testimone-miracolo giunto a corroborare i sospetti, Mohammed Al-Siddiq. Alla fine, questo torbido personaggio aveva ritrattato, dopo che erano state messe in evidenza le inverosimiglianze delle sue affermazioni. Aveva trovato rifugio in Francia e doveva essere interdetto dal Tribunale perché si capisse che aveva voluto manipolare la Giustizia. Era scomparso sotto il naso ed in barba ai poliziotti francesi [13]. Avendo egli imprudentemente preso contatto con la sua famiglia, i servizi segreti siriani avevano ritrovato le sue tracce negli Emirati arabi uniti, dove era stato arrestato in possesso di un falso passaporto ceco. Interrogato negli Emirati dalla squadra di Daniel Bellemare, egli descriveva in un processo verbale come fosse stato reclutato, pagato e protetto da quattro personalità tra cui il ministro filo-USA Marwan Hamad e dallo zio filo-USA del presidente siriano Rifaat el-Assad.

Sconvolto da tale scoperta, il Tribunale decideva di rinunciare a citare a comparire l’ex testimone chiave. La sua audizione avrebbe portato alla messa in esame dei suoi mandanti e avrebbe fatto rivolgere gli sguardi verso… Washington e Tel-Aviv.

In ogni caso, gli inquirenti dell’ONU ed il Tribunale speciale si rivaluterebbero esaminando la pista Cheney con lo stesso accanimento di cui hanno dato prova nel seguire la pista siriana e che si ritrovano nell’esaminare la pista iraniana.

Note:

* Analista politico, fondatore del Réseau Voltaire. Ultimo libero pubblicato : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).

[1] « Dick Cheney aurait commandité l’assassinat de Rafic Hariri », Réseau Voltaire, 7 maggio 2009.

[2] « New Evidence Points to Hezbollah in Hariri Murder », di Erich Follath, Spiegel Online, 23 maggio 2009.

[3] Das Auge Davids. Die geheimen Kommandounternehmen der Israelis, di Erich Follath, Goldmann Wilhelm éd, 1985. Oopera ripubblicata, nel 1989, dal gruppo Bertelsmann.

[4] Su questa intossicazione, vedi « Washington veut réécrire les attentats de Buenos-Aires », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 luglio 2006.

[5] « La Fondation Bertelsmann au service d’un marché transatlantique et d’une gouvernance mondiale », di Pierre Hillard, Réseau Voltaire, 20 maggio 2009. Per approfondire : La Fondation Bertelsmann et la « gouvernance » mondiale, di Pierre Hillard, François-Xavier Guibert éd., 2009, 160 pp.

[6] Riconosciamo allo Spiegel l’onestà di aver almeno provato a fare la contro-inchiesta, cosa che nessun altro grande media ha tentato di fare. Osserviamo, per inciso, che certi autori mi hanno rimproverato di non aver fatto quello che essi non hanno fatto e che lo Spiegel ha constatato che era impossibile fare : investigare sui luoghi degli attentati il cui accesso è proibito ai media in nome del Segreto della Difesa.

[7] « Utilizzo di carte telefoniche prepagate » (dal §148 al 152 e dal §199 al 203) in Primo rapporto della Commissione Detlev Mehlis sull’assassinio di Rafic Hariri.

[8] « Affaire Hariri : l’ONU clôt la piste syrienne et libère les quatre généraux libanais », Réseau Voltaire, 29 aprile 2009.

[9] « Rapporto del Gruppo di lavoro della Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU sulle detenzioni arbitrarie », 29 gennaio 2008.

[10] « La commission Mehlis discréditée », di Talaat Ramih ; « Attentat contre Rafic Hariri : Une enquête biaisée ? », intervista di Jürgen Cain Kulbel con Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 9 dicembre 2005 e 15 settembre 2006.

[11] L’AIPAC si definisce la lobby filo-israeliana negli USA. Vedi Le lobby pro-israélien et la politique étrangère américaine, di John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, La Découverte éd. (2009), 500 pp.

[12] « Un étrange enquêteur nommé au Tribunal spécial de l’ONU pour le Liban », Réseau Voltaire, 22 dicembre 2008.

[13] « Kouchner a « perdu » le témoin-clé de l’enquête Hariri », di Jürgen Cain Külbel, Réseau Voltaire, 21 aprile 2008.

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