Quando mai s’è visto accogliere col tappeto rosso chi l’ha appena combinata grossa, platealmente, senza porgere alla parte offesa un minimo di scuse? Non è che l’aereo militare russo è stato abbattuto dai turchi su ordine di qualcun altro?

Lo stesso che poi ti stende il tappeto rosso e ti promette, sull’unghia, tre miliardi di euro per “gestire i migranti” che proprio tu stai creando, tra “crisi siriana” e “questione curda”…

E che succederà quando tutti i “turchi” (cioè anche i curdi) potranno “circolare liberamente” nell’UE senza peraltro farne parte? Ci sarà ancora Papa Francesco a raccontare la favola della “accoglienza”? Verranno anche loro a svolgere “quei lavori che gli italiani non vogliono più fare”?

Sono queste alcune delle domande che il cittadino medio dell’Unione Europea dovrebbe porsi di fronte allo scappellamento senza ritegno delle cosiddette “autorità europee” al cospetto del ministro degli Esteri turco, gongolante come non mai per il bottino portato a casa.

A nulla varrà la foglia di fico del riconoscimento dell’“olocausto armeno” o del “rispetto della libertà di stampa”, invocati dai leader europoidi come “contropartita” per questa manna dal cielo. I turchi continueranno (giustamente) a fare come gli pare a casa loro, mentre noi ci prenderemo solo il peggio da tutto questo “accordo”.

Intendiamoci bene: non è questione di “mamma li turchi” o di “islamofobia”. I turchi sono un popolo fiero ed orgoglioso, e semmai siamo noi ad essere nel torto e perdenti quando ci pensiamo talmente “evoluti” dal non riuscire più a concepire un sussulto di dignità patriottica se non per stringerci intorno al “povero” Charlie Hebdo.

Chiarito questo, qui si tratta di capire dove sta il vantaggio di questi “negoziati” per entrambi i contraenti.

Della Turchia, negli anni scorsi, ci siamo occupati, io ed i miei amici di “Eurasia”, in numerosi articoli ed anche in qualche intervista, soprattutto a cura dell’ottimo Aldo Braccio, che quel paese “ponte d’Eurasia” lo conosce bene. Più e più volte abbiamo ribadito che la Turchia è in grado, per la sua posizione e la sua proiezione etnico-linguistica nell’Asia profonda, di svolgere una fondamentale funzione eurasiatica.

Ma quella è una possibilità, alla quale è da considerarsi contrapposto, come alternativa antitetica, un arroccamento su posizioni nazionaliste unilaterali, che nel contesto di una posizione-chiave nella Nato non possono che condurre ad esiti tragici come l’abbattimento dell’aereo militare russo e chissà cos’altro poi.

A ciò si aggiungano altre questioni, meno tangibili ma non per questo da ignorare. Come certe “affiliazioni” già operative da oltre un secolo, che al momento buono si attivano per far convergere gli sforzi di potenze regionali in determinate “guerre sante”, prima condotte conto il Bolscevismo ed ora contro lo “zar” Putin.

Aveva dunque ragione il compianto John Kleeves (alias Stefano Anelli) quando scriveva che, senza ovviamente questionare su ogni singolo individuo, dei turchi e dei loro ‘consanguinei’ membri e amici della Nato non c’è da fidarsi? All’epoca (parliamo degli anni successivi alla guerra contro la Jugoslavia), persino chi gli dava solitamente credito si ritrasse inorridito davanti a cotanta insinuazione “razzista”. Ma qui non è questione di avercela con questo o quello per partito preso: basta e avanza giudicare quello che fa. E stiamo parlando essenzialmente di dirigenze.

Ricordo che quando Umberto Bossi ce l’aveva ancora “duro”, un giorno se ne uscì con una delle sue “sparate”, che a volte coglievano nel segno più di tanti bei discorsi all’aria fritta dei “moderati”: lui, che con la Lega s’era schierato subito con i serbi contro gli albanesi kosovari, denunciò le responsabilità della Turchia nell’arrivo sulle coste sudorientali italiane di “migranti” provenienti dal Vicino Oriente. In particolare di curdi, che notoriamente non godono di troppa simpatia presso i governi di Ankara.

Bene, in men che non si dica, le agenzie “internazionali” (compreso il nostro Televideo), batterono l’incredibile “notizia” di un convoglio (sì, avete letto bene, un convoglio di, non ricordo bene, chissà quante navi) diretto dalla Turchia all’Italia, per un totale di migliaia di immigrati. Una “notizia” che, guarda caso, fu notata dallo stesso Kleeves, ed anche dal sottoscritto, così come – udite udite – verificammo, altrettanto allibiti come quando si paventava uno sbarco a dir poco epocale, che già in serata tale “notizia” era tornata da dov’era venuta: cioè nel nulla delle fandonie e delle minacce più o meno plateali.

L’immigrazione come arma di dissuasione, dunque. Per ricondurre chi “esagera” a più miti consigli… E poco dopo venne ammazzato il giuslavorista che lavorava col ministro Maroni, ovviamente per mano delle cosiddette redivive Brigate Rosse… Due piccioni con una fava: bocche cucite sugli sbarchi e sulle “riforme” nel mercato del lavoro.

Con simili ‘incoraggianti’ premesse, ci sarà da meravigliarsi se, in un regime di “libera circolazione”, la Turchia favorisse l’espatrio, a casa nostra, di quanti più curdi possibile? E che fine farà, stante la profonda e ‘cordiale intesa’ tra tutti questi ‘tarantolati’ d’Europa e d’Asia, chi oserà mettersi di traverso a quello che si configura come un vero e proprio patto scellerato?

Colpisce, in queste ore, la sincronia di alcuni provvedimenti: la Russia vieta di assumere turchi, e noi li “accogliamo” potenzialmente tutti quanti in “Europa”. Un’Europa dai confini sempre più fantasiosi ed irrealistici, tanto che, ponendo fine a quest’ignobile farsa, la si potrebbe chiamare direttamente “Nato”, tanto la cosiddetta “alleanza” militare ha il sopravvento su questo simulacro di “unione” politica.

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".