La fase finale della guerra dell’Occidente contro l’Islam è finalmente cominciata. Tanto più che quest’ultimo s’è dotato d’un ‘medievale’ e terrificante “Califfato”.

Non bisognava disporre di particolari doti profetiche per prevedere che prima o poi saremmo arrivati a tanto. Basta leggersi una raccolta di articoli pubblicati prima del 2008 che ho intitolato Islamofobia. Attori, tattiche, finalità (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008). Il capitolo finale, che riassumeva i termini della questione (Islam come “problema” e strategie geopolitiche atlantiche: un rapporto necessario, rivisto ed aggiornato per i corsi del Master Mattei dell’Università di Teramo col titolo Il “Grande Medio Oriente” e il momento anti-islamico dello “scontro di civiltà”), regge ancora bene alla sfida del tempo, perché, come recita appunto il titolo, la “paura dell’Islam” è da mettere in stretta relazione con le strategie geopolitiche atlantiche nel Mediterraneo e in Eurasia.

Da quando è stato proclamato un improbabile califfato a cavallo della Siria orientale e dell’Iraq centro-settentrionale (1), l’Islam è tornato prepotentemente nelle case degli occidentali, sottoposti a dosi da cavallo di messaggi sensazionalistici ed allarmistici capaci di provocare sconcerto e preoccupazione persino tra gli stessi musulmani.
Ma prima di giungere a tanto, serviva la cosiddetta “Primavera Araba”, il cui obiettivo principale è stato l’eliminazione dei “regimi arabi moderati” che almeno ufficialmente l’Occidente sosteneva da anni contro gli “estremisti” (e che erano in buoni rapporti – forse troppo buoni per i nostri “alleati” – con l’Italia della Prima ma anche della Seconda Repubblica).

Tutto però è cominciato con quello che definivo nel suddetto libro il “Big bang del XXI secolo”, ovvero l’azione “terroristica” in territorio americano attribuita alla fantomatica al-Qâ‘ida.
Ricordiamo bene come nei giorni che seguirono l’11 settembre 2001 uno degli argomenti principali della propaganda occidentale tesa a diffondere disprezzo e diffidenza verso l’Islam fosse la richiesta, fatta praticamente a ciascun musulmano, di dissociarsi dal “terrorismo”, secondo un assurdo postulato in base al quale “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”, ripetuto incessantemente dalla “fabbrica del consenso”.
C’era tuttavia una via d’uscita dalla gogna mediatica: l’adesione al cosiddetto “Islam moderato”, che in pratica consisteva (e consiste) in un’adesione formale alla religione islamica accettando però tutti i capisaldi antitradizionali del “pensiero moderno” (oltre all’adozione di una posizione “equidistante” nel cosiddetto “conflitto israelo-palestinese”…).

A garantirci dall’orda famelica dell’Islam guerrigliero e spietato sussistevano comunque i “regimi arabi moderati”. I quali, dal 2011, dopo il celebre discorso di Obama al Cairo (giugno 2009) nel quale, astutamente, “tendeva la mano all’Islam”, sono stati rovesciati con le note tecniche di sovversione dall’interno denominate “Primavera araba”, altrove note come “rivoluzioni colorate”. Quando non bastava l’azione di prezzolati del posto, perlopiù tratti dai ranghi del cosiddetto “Islam politico” preceduti da sinceri ma sprovveduti “liberali” (oltre alla solita teppaglia che si trova sempre), l’Occidente interveniva col classico apparato di cannoniere e bombardieri (v. il caso libico).

Ricapitolando, ad una prima fase islamofobica dominata dalla figura di Osama bin Laden, del suo vice al-Zawahiri e degli altri luogotenenti (tipo al-Zarqawi), con tutto il corredo di “attentati terroristici” (Londra, Madrid ecc.) e teste mozzate cui facevano da contraltare le sparate da cowboy di Bush, le tute arancioni di Guantanamo e le “torture” di Abu Ghraib, ha fatto seguito la “fase della speranza”, col pubblico occidentale illuso sulle magnifiche sorti e progressive alle quali avrebbero aspirato le masse arabe e islamiche desideranti la “democrazia”. Una “democrazia islamica” sotto l’insegna dei Fratelli Musulmani e delle varie sigle ad essi riconducibili che qua e là hanno preso il potere.

L’apice di questa seconda fase nella quale anche i peggiori tagliagole diventavano araldi della libertà ha coinciso con la prima parte della cosiddetta “rivolta siriana”, che pur inscrivendosi nella “Primavera araba” ha posto in inevitabile risalto – data la posizione strategica della Siria – la portata strategica di un’operazione mirata al rovesciamento del regime di Damasco. Il quale, è bene ricordarlo, poco tempo prima era ancora considerato da alcuni partner occidentali, pur con qualche riserva (penso all’Italia), come un garante della “stabilità” nel Mediterraneo ed oltre.

Ad un certo punto, però, col rovesciamento del presidente egiziano tratto dai ranghi della Fratellanza musulmana, Muhammad Morsi (operato forse col sostegno russo?) (2), qualcosa nel dispositivo sovversivo innescato dagli occidentali s’è inceppato. La “rivolta siriana” è entrata in crisi, così come s’è incrinato il meccanismo sin lì tetragono della propaganda unilaterale occidentalista, anche se, a dire il vero, le voci discordanti rispetto al mainstream vertevano soprattutto sul “massacro dei cristiani” da parte dei fanatici islamici delle formazioni “jihadiste”; il che prefigurava la piega da “Nuova crociata” che finalmente s’è manifestata con l’emergere di quest’inedito “Califfato”.

Ma ormai la classica frittata era stata fatta. Con la Libia consegnata alle bande fondamentaliste ed enormi bacini petroliferi di Siria ed Iraq in mano ai seguaci del “califfo” (3), il volto più terrificante dell’Islam può finalmente entrare nelle case degli italiani e degli altri sudditi dell’Occidente.
Ed è questa la fase numero tre del progetto che punta a destabilizzare definitivamente tutto il Mediterraneo ed il Vicino Oriente, con la non troppo remota possibilità di vedersi coinvolti militarmente in una guerra non nostra che non abbiamo affatto cercato, per il semplice fatto che all’Italia il Mediterraneo ed il Vicino Oriente prima del 1991 (operazione Desert Storm) andavano bene così com’erano, fatto salvo Israele, che difatti non ha mai visto di buon occhio quegli statisti poi eliminati – giusto a partire dall’anno dopo… – con l’operazione mediatico-giudiziaria “Mani pulite”.
Da un punto di vista propagandistico, il terrore islamofobico che questa nuova fase è in grado di suscitare negli animi di persone ingenue, manipolate e conquistate ai “valori occidentali” è senz’altro più elevato di quello della prima fase con Bin Laden e soci a ‘bucare lo schermo’.
In fondo lo “Sceicco del terrore” e la sua organizzazione avevano attaccato solo l’America. Sì, dovevamo essere solidalmente “tutti americani”, ma ancora non ci sentivamo completamente imbarcati nell’impresa, ed infatti stavamo come sempre coi piedi in due staffe (vedasi la posizione dell’asse franco-tedesco nel 2003, quando l’Angloamerica invase l’Iraq). E chi l’ha detto che la “strage di Nassiriyya” sia dovuta ai “guerriglieri islamici” e non a qualche nostro indicibile “alleato”?
Ora non ci sono più scuse per sottrarsi e fare i “furbi”. Ce lo fanno capire con sempre maggiore insistenza. Non sorprende affatto, pertanto, che dalla bocca di ministri dell’attuale Governo italiano escano dichiarazioni possibiliste al riguardo di un nostro maggiore e più ‘fattivo’ coinvolgimento nelle operazioni in Iraq volte a debellare un pericolo che all’unisono viene definito non solo regionale, bensì “per il mondo intero”…
Il temibile “Califfato”, coi suoi alleati posizionati sulla costa libica, novelli saraceni, sta lì a minacciarci col suo “Medio Evo”; pertanto, se si vuol salvare la “modernità” con tutti i suoi “valori”, non è più possibile sottrarsi al richiamo alle armi dell’Occidente a guida anglo-sionista.
Frotte di “migranti” tra i quali potrebbero nascondersi dei “terroristi” vengono rovesciate sulle nostre indifese coste, mentre tra i figli della cosiddetta “seconda generazione” spopola il richiamo alla “guerra santa”. Da qualche parte, nel Levante, c’è un “Califfo” che vagheggia di conquistare Roma, mentre “i cristiani” e le minoranze subiscono massacri, e poco importa ai fini propagandistici se musulmani di vedute diverse da quelle dell’Isis sono sottoposti a medesimo trattamento. Questo è quanto trasuda da giornali e tg, che in due minuti frullano tutto in un cocktail terrificante al termine del quale il malcapitato ed impreparato spettatore non potrà che augurarsi una selva di bombe atomiche sull’intero Medioriente.
Infine, entrati nella terza fase, quella della “guerra totale” all’Islam, la concomitante “crisi ucraina” chiarisce anche ai cerebrolesi il nesso tra l’11 settembre, l’islamofobia e l’attacco all’Eurasia. Mentre la propaganda occidentale – senza nemmeno più l’impiccio d’un Berlusconi suo “amico” – dipinge Putin alla stregua d’un pazzo sanguinario ed irresponsabile, dobbiamo dunque temere che le stupide ed ingiustificabili “sanzioni” contro Mosca faranno il paio con un intervento armato della solita improbabile “Italietta” nel Levante islamico?

NOTE
1. Sulla teoria del Califfato ho scritto, su “Eurasia” 4/2007, pp. 35-44, Considerazioni sull’istituto del Califfato e la “Giustizia” nell’Islam.
2. M. Bassiouni, Sisi’s visti to Russia is message to the West, “Al Monitor. The pulse of the Middle East”, 13 agosto 2014 (http://www.al-monitor.com/pulse/tr/politics/2014/08/russia-egypt-relations.html).
3. Maurizio Blondet si chiede logicamente, riprendendo l’ex primo ministro iracheno al-Ja‘fari, come una compagine unanimemente bollata col marchio del “terrorismo” possa vendere il petrolio che inopinatamente controlla, ricavandone tre milioni di dollari al giorno. Cfr. Il Califfo: un altro pretesto per “vendere” l’attacco contro la Siria, “Effedieffe.com”, 26 agosto 2014 (l’articolo è per soli abbonati: http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=305228&Itemid=135).


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Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".