La Colombia ha scelto la continuità. L’ultima tornata elettorale, le presidenziali 2010 svoltesi fra maggio e giugno per via del doppio turno, ha sancito la vittoria del candidato uribista del Partido Social de Unidad Nacional o Partido de «la U» (d’ora in poi indicato con l’acronimo PSUN), Juan Manuel Santos. Lo scorso sabato 7 agosto è stato il giorno dell’investitura ufficiale del nuovo presidente colombiano e del passaggio di consegne con Alvaro Uribe, suo mentore politico.

Santos sarà chiamato a governare uno stato che si dibatte nei problemi di sempre: criminalità e violenza in primis; senza dimenticare la corruzione e le diseguaglianze socio-economiche. Nonostante durante i due mandati presidenziali di Uribe (2002/2006 e 2006/2010), la Colombia abbia conosciuto un periodo di crescita economica e di relativo miglioramento delle condizioni inerenti la sicurezza, la situazione sul fronte del rispetto dei basilari diritti umani rimane critica. L’uso della violenza e dell’omicidio a scopi politici rimane una pratica frequente insieme all’alto numero di rapimenti e uccisioni di giornalisti, sindacalisti e membri di organizzazione che si battono per il rispetto della legalità e dei diritti civili o politici.

La questione di fondo che sottosta a tutti gli elementi di debolezza della realtà colombiana è comunque sempre rappresentata dalla produzione e commercio delle sostanze stupefacenti. La pervasiva presenza della criminalità organizzata (i cosiddetti carteles de la droga) ha rappresentato e continua indubbiamente a manifestarsi come un fattore di destabilizzazione altissimo, che per caratteristiche e dimensioni del fenomeno incide fortemente sulla vita politica ed economica del paese. Inoltre, la questione del narcotraffico si innesta ed alimenta a sua volta altri gravi problemi in cui si dibatte da decenni la Colombia: la corruzione dei politici e della classe dirigente in generale ma anche e soprattutto l’annoso confronto armato fra lo Stato e movimenti guerriglieri di sinistra (FARC, ELN, EPL); senza dimenticare la questione legata alle unità paramilitari di estrema destra (AUC). I vari aspetti sono così intrinsecamente interconnessi che si è arrivati a parlare di narcopolitica e narcoguerriglia.

I temi della sicurezza, della lotta alla criminalità organizzata e soprattutto alla guerriglia hanno rappresentato il nucleo centrale del programma elettorale di Santos, che da ministro della difesa si era contraddistinto per la sua risolutezza nella lotta contro le FARC. Adesso che è assurto alla guida del paese, il nuovo presidente ha richiamato più volte la necessità di creare un clima politico di unità nazionale per ridurre la violenza e gettare le basi per la costruzione di un paese migliore.

Indubbiamente i numeri con cui è stato eletto e i nuovi assetti partitici formatisi in seno alla Camera e al Senato dopo le elezioni legislative del marzo 2010, gli affidano un ampio appoggio politico oltre che un buon sostegno popolare. Ora bisognerà vedere se oltre ad una numericamente solida maggioranza di governo, esiste anche una reale volontà politica di procedere a quella trasformazione della società sbandierata in campagna elettorale.

I NUMERI DELLA VITTORIA

Secondo i dati ufficiali resi noti dalla Registraduria Nacional del Estado Civil de la Republica de Colombia(1) riguardanti il secondo turno delle elezioni presidenziali 2010 svoltesi in Colombia il 20 giugno scorso, Juan Manuel Santos Calderon, candidato del PSUN e vincitore delle elezioni, ha ricevuto 9.028.943 voti pari al 69,13% del totale dei voti validi. Considerando che gli elettori aventi diritto erano 29.997.574, significa che circa un colombiano su tre ha scelto di votare per Santos. Il suo sfidante al ballottaggio, Antanas Mockus del Partido Verde ha ottenuto 3.587.975 pari al 27,47%.

Questi dati testimoniano della grandezza del risultato ottenuto dal candidato uribista ma se guardiamo ad altre cifre il quadro appare meno roseo. Più di un colombiano su due non si è recato alle urne; disaffezione disillusione o paura hanno giocato un ruolo importante nel ridurre il numero degli elettori.

I risultati della partecipazione popolare alle elezioni presidenziali 2010 non sono esaltanti anche se leggermente in controtendenza rispetto ai dati relativi ai precedenti appuntamenti elettorali: durante il primo turno i votanti sono stati 14.781.020, pari al 49,27% del totale degli aventi diritto; la percentuale è scesa ancora al secondo turno attestandosi al 44,33% pari a 13.296.924 di voti. L’astensionismo caratterizzò in maniera maggiore le due precedenti tornate elettorali presidenziali del 2002 (votanti 11.249.734 pari al 46,47% del totale) e del 2006 (12.058.788 pari al 45,11%) che videro la vittoria di Alvaro Uribe; ma bisogna sottolineare che in quelle due occasioni Uribe fu eletto presidente della repubblica al primo turno.

Il NUOVO PARLAMENTO

Indubbiamente l’alto numero di voti ottenuti da Santos, mai nessun candidato presidenziale prima di lui ne aveva ricevuti tanti, rappresentano un ottimo biglietto da visita per un politico che oltre ad essere stato eletto presidente della repubblica di Colombia è chiamato anche a formare e guidare la compagine governativa; dato che secondo quanto detta la costituzione il capo di stato veste anche il duplice ruolo di capo del governo.

Gli assetti partitici frutto delle elezioni legislative svoltesi lo scorso marzo consentono al nuovo governo colombiano di godere di un’ampia maggioranza parlamentare. Gli esiti di quella tornata elettorale hanno sancito un avanzamento dei conservatori, che avevano già appoggiato Uribe precedentemente e che nel corso delle ultime settimane hanno apertamente dichiarato di voler sostenere il nuovo presidente e il suo governo; rispondendo positivamente alla chiamata di Santos all’unità nazionale.

L’alleanza parlamentare che appoggia il governo e la presidenza Santos è formata da: il Partido de la U dalle cui fila proviene lo stesso presidente della repubblica, che è risultato essere il primo partito sia alla camera sia al senato; il Partido Conservador, seconda forza politica del paese; e il Partido Cambio Radical. I rappresentanti parlamentari di questa forza tripartita garantiscono a Santos e il suo governo la maggioranza assoluta: alla camera 100 su 165 congressisti; al senato 58 su 100.

Completano il quadro relativo alla maggioranza alcune forze minori ma in ascesa, come per esempio il controverso Partido de Integración Nacional (PIN).

La compagine governativa presentata da Santos ha un profilo tecnocratico; un governo tecnico in cui spicca la folta presenza di uomini e donne provenienti dal mondo degli affari e da quello accademico e con alle spalle quindi un curriculum che non li vede vincolati ad alcun partito politico. Solo due ministri, quello degli interni e quello della difesa, possono vantare una militanza di lungo corso all’interno di formazioni politiche.

Questo aspetto ha probabilmente influenzato la decisione del Partido Liberal, altra grande storica forza politica colombiana di ispirazione socialdemocratica e quindi ideologicamente distante dalle posizioni del presidente neoeletto, di dichiarare la propria disponibilità a dialogare ed eventualmente appoggiare il nuovo governo in carica.

Gli unici due partiti che possono considerarsi all’opposizione e che però hanno riscosso consensi inferiori all’8% durante le legislative di marzo, sono il Polo Democrático Alternativo, di matrice socialista ma in cui si alberga anche una componente comunista, e il Partido Verde, un partito ambientalista di centro e dalle cui fila proveniva lo sfidante di Santos al ballottaggio, Antanas Mockus.

Mockus e il suo partito hanno rappresentato la vera novità nello scenario politico colombiano del 2010. Espressione di una nuova forza politica che ha visto i natali solo nell’ottobre del 2009, l’ ex sindaco di Bogotà si è comunque fin da subito scrollato di dosso l’etichetta di outsider e ha raccolto al ballottaggio quasi 3,6 milioni di preferenze.

Da sottolineare che durante la campagna elettorale e fino a pochi giorni prima delle elezioni molte società colombiane specializzate in inchieste e analisi elettorali prevedevano un empate tecnico fra Santos e Mockus; attestati entrambi intorno al 35% delle preferenze secondo la maggior parte dei sondaggi.

Le previsioni ottimistiche per il candidato verde sono state poi totalmente smentite già dal risultato del primo turno che seppur non ha conferito la vittoria a Santos nell’immediato, gli ha comunque concesso una dote di voti tale da poter affrontare tranquillamente la seconda tornata e ha lasciato chiaro che la corsa alla presidenza non era mai stata in discussione, a dispetto dei sondaggi.

CONCLUSIONI. CAMBIO DELLA GUARDIA AL PALACIO DE NARIÑO?

Sabato 7 agosto, Bogotà ha ospitato la cerimonia ufficiale di investitura del nuovo presidente della repubblica Juan Manuel Santos. La giornata del neoeletto capo di stato colombiano era cominciata molto presto e si era aperta con una liturgia indigenista. Infatti durante le prime ore della mattinata Santos aveva presenziato ad una cerimonia indigena con i leader spirituali dei quattro gruppi etnici che vivono nella Sierra Nevada de Santa Marta nel nord del paese. L’incontro ha rappresentato un’investitura simbolica, durante la quale gli è stato consegnato un baston de mando.

Questo atto ufficioso ha preceduto di poche ore il vero passaggio di consegne fra il nuovo presidente eletto della Colombia e quello uscente, Uribe. In realtà, di effettivo cambiamento non si potrebbe parlare, considerando che l’elezione di Santos non lascia presagire alcun cambio di rotta rispetto al passato uribista. Anzi vista la vicinanza ideologica fra i due leader e il ruolo preminente che l’ex presidente gioca nello scacchiere istituzionale colombiano, molti sono portati a considerare la presidenza Santos come una naturale prosecuzione del mandato presidenziale di Uribe.

Però le prime parole pronunciate da Santos come nuovo presidente il 7 agosto, soprattutto in merito alle questioni di politiche estera, hanno in parte smentito questi timori.

Ad assistere alla cerimonia di investitura a Bogotà c’erano numerosi capi di stato sudamericani, fra le cui fila spiccavano le assenze dei rappresentanti della cosiddetta ala izquierdista latinoamericana: Ortega, Morales e soprattutto Chavez. Proprio ai rapporti con gli altri paesi del continente e soprattutto con il Venezuela, Santos ha riservato un passaggio molto importante del suo discorso di investitura. In merito alla recente crisi e ai venti di guerra che hanno agitato il confine fra Colombia e Venezuela, il neopresidente colombiano ha pronunciato parole di distensione e ha manifestato la volontà politica di voler procedere alla instaurazione di un dialogo col proprio vicino occidentale su nuove basi.

Le parole di Santos sono state accolte con favore da Chavez che ha manifestato la stessa volontà di ricorrere alla diplomazia più che all’uso della forza nei rapporti bilaterali. Il tentativo di disgelo e riavvicinamento fra i due stati latinoamericani rappresenta un punto di discontinuità rispetto alla rotta che aveva impresso al paese Uribe.

Bisognerà comunque aspettare e verificare sul campo quanto effettivamente alle semplici dichiarazioni seguiranno i fatti. Considerando che durante l’ultima fase della seconda presidenza Uribe (2006-2010) Santos in qualità di ministro della difesa ha rappresentato l’ala oltranzista del governo nella lotta alla guerriglia e come tale ha contribuito non poco a far salire la tensione al confine col Venezuela, e che inoltre la Colombia negli ultimi tempi ha rinsaldato i propri vincoli politico-diplomatici con Washington attraverso la concessione di nuove basi militari all’esercito statunitense (attualmente sono sette le basi USA in territorio colombiano: Tres Esquinas, Larandia, Aplay, Arauca, Tolemaida, Palanquero, Malambo); si può facilmente immaginare che il tentativo di pacificazione col Venezuela appare più arduo di quanto si creda.

* Vincenzo Quagliariello è dottore in Scienze internazionali e diplomatiche (Università L’Orientale di Napoli)

1 http://www.registraduria.gov.co/index.htm#

2 http://www.cne.gov.co/



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