Gazprom: il nuovo impero (Lantana 2011) è l’ultimo libro di Stefano Grazioli, giornalista freelance che fa la spola tra Italia, Germania, Ucraìna e Russia, autore di diversi libri sulle questioni russe e dei paesi vicini. Daniele Scalea l’ha intervistato per “Eurasia”.


Il pubblico che s’interessa di cose russe è abituato alla divisione tra “pietroburghesi” e “silovikì” in seno alla dirigenza putiniana. Nel suo libro, parlando dei tempi più recenti, lei giunge però a superare questa dicotomia ed a parlare di “civilikì”. Può spiegarci questo nuovo concetto?

Sono i siloviki in civile, gli uomini che durante il suo primo mandato da presidente Dmitri Medvedev ha cooptato nella sua squadra, provenienti, per così dire, dalla società civile. Come lui stesso. Medvedvev ha una formazione giuridica, non arriva dai servizi, come Putin e i suoi siloviki. Più che combattersi i due gruppi si “completano”. Come i due protagonisti principali, presidente e primo ministro. Good Cop and Bad Cop.


Si è scritto molto sul controverso rapporto tra Putin e l’oligarchia retaggio dell’epoca el’ciniana. Ma qual è il ruolo degli oligarchi nella Russia di Medvedev (posto che sia lecito usare quest’espressione, dimenticandosi del ruolo ancora di primo piano di Putin), che ha posto la lotta alla corruzione tra le priorità delle sua presidenza?

La Russia è uno dei Paesi più corrotti del Mondo, stando alle statistiche di Transparency il CPI (l’indice che misura la percezione della corruzione) è al 154o posto su 178. Medvedev, come Putin in precedenza, ha perso la battaglia contro la corruzione, al di là dei proclami. Gli oligarchi di oggi, quelli di Medvedev e Putin, hanno imparato a tenersi fuori dalle cose politiche. Ai tempi di Eltsin mettevano il naso e qualcosa di più nella politica, ora meno, e se lo fanno, non certo per andare a intaccare gli interessi nazionali russi.



La nomina di Medvedev come successore alla Presidenza (che venne nel momento di massima tensione tra Putin e gli USA) ha rappresentato un evidente messaggio conciliante di Mosca (ossia dello stesso Putin) verso Washington e Bruxelles. Gli USA, la NATO ed i suoi componenti hanno davvero recepito ed accolto questo messaggio?

A Washington qualcuno comprende la Russia, altri meno. Anche la recente visita di Biden a Mosca ha dimostrato che i rapporti ora sono buoni. Obama e Medvedev si capiscono. Problemi potrebbero nascere con un cambio di amministrazione e l’arrivo alla Casa Bianca di qualche falco. All’interno della Nato le posizioni sono diverse, come nell’Unione Europea. I tedeschi hanno con la Russia un rapporto molto forte, quasi come noi italiani.



Il 2012 si avvicina, e come qualche anno fa cresce la curiosità sulle mosse di Putin e, oggi, pure di Medvedev. Medvedev si farà da parte e lascerà la Presidenza al proprio mentore, o ci sarà una sfida “fratricida” per la poltrona suprema?

Non penso ci saranno sfide fratricide, all’ultimo sangue. Come sopra, si tratta di gruppi che tendono al compromesso. È comunque Putin che tira le fila, sarà lui a decidere. Chi perde cade coperto.



Il titolo del suo libro pone in primissimo piano Gazprom, che in esso funge quasi da sinonimo della nuova Russia post-sovietica. Come definirebbe, in poche parole, la relazione che intercorre tra lo Stato russo e la sua compagnia energetica? Ed in che modo vi si inserisce la Rosneft, l’altra compagnia statale dell’energia? Una “sorella povera” di Gazprom, il suo pendant petrolifero, o uno strumento per lotte politiche intestine che si svolgerebbero nel settore energetico, anziché nell’agone parlamentare?

Il sinonimo Russia-Gazprom funziona molto bene dal punto di vista mediatico in Occidente. Molto meno di quello Cina-Cnpc, tanto per fare un esempio. Ma questa è un’altra storia. Il punto è che si è creato quasi una specie di “mostro” a base di gas che è andato a sostituire nell’immaginario collettivo quello dello spettro del comunismo. La realtà è che Gazprom è una compagnia statale a quasi il 51%, mentre il resto è in mano a privati. Risponde insomma sì al Cremlino, ma anche ai suoi azionisti. È un global player, in cui si estrinsecano naturalmente gli interessi nazionali nel campo energetico, come per tutte le altre compagnie del mondo che non si oppongono certo alle strategie geopolitiche delle amministrazioni, e ovviamente tesa al profitto. Rosneft è per se una “sorella minore” (povera, no) di Gazprom, è anch’essa statale e quotata in borsa, ed ovviamente chi controlla il potere politico è interessato a controllare sempre di più l’energia (o viceversa?), soprattutto di questi tempi. E non solo in Russia. È che nello spazio postsovietico i metodi di controllo sono inevitabilmente più diretti.



Le vicende in Nordafrica e nel Vicino Oriente, ed i recenti tragici eventi in Giappone, stanno creando una crisi energetica? Il peso della Russia (e di Gazprom) potrebbe uscirne rafforzato, come grande e stabile fornitore d’energia sicura?

La Russia, allora era Unione Sovietica, è stato un partner affidabile per l’Europa durante tutta la guerra fredda e durante la crisi dei primi anni settanta, quando l’area mediorientale era instabile. Gazprom ha aumentato qualche giorno fa le forniture quando in Libia Greenstream è stato chiuso. Ma non mi pare che questo abbia avuto la stessa risonanza di quando ha chiuso i tubi per gli screzi con l’insolvente Ucraina. Il “mostro” funziona solo in senso negativo. Se non si segue la strada nucleare, in Italia e altrove, è naturalmente necessario ricorrere alle fonti tradizionali, petrolio e soprattutto gas. Che l’Italia vada a pescarli in Nordafrica è una cosa normale come il fatto che la Germania si rivolga al Nordeuropa, questione di geografia. Ma le tensioni meridionali e la perdita di peso dei giacimenti nel Mare del Nord faranno aumentare il peso russo. Ci sono altre strade, dai gas non convenzionali alle rinnovabili, naturalmente, ma non certo sul breve periodo.

Articolo precedente

Il ritorno del panarabismo: fine della balcanizzazione?

Articolo successivo

Il Monte Cimone diventa ‘stazione globale’