Fonte: “Il Democratico

 

Sempre più spesso Stati Uniti e Israele appaiono come due facce della stessa medaglia, questo perché la loro special relationship è qualcosa che va aldilà di un semplice credo politico, ma arriva quasi al trascendentale. Due nazioni distanti fra loro, per posizione e storia, ma accomunate dall’idea della propria superiorità morale, dalla convinzione che esse siano le “prescelte” e, perciò, entrambe portatrici sane di un “eccezionalismo” di fondo, abbondantemente e continuamente propagandato. Ecco perché Neoconservatori da una parte e Neorevisionisti dall’altra presentano degli elementi che li accomunano. Ma questi elementi bastano, di per sé, a legare le due nazioni? Perché, dunque, gli Stati Uniti sono vicini a un Paese così distante sia culturalmente che geograficamente? Questo è l’aspetto più interessante del libro Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto, poiché evidenzia come gli interessi di questo legame speciale risiedano non solo in questioni “morali”, ma soprattutto economiche. La cosiddetta Israel Lobby, di cui anche Walt e Mearsheimer hanno recentemente parlato in un loro libro, è portatrice di grandi interessi (in termini di pecunia) e spinge affinché Israele non sia minacciata dagli stati arabi confinanti.L’approccio atlantista è di sicuro effetto fra “Noi Occidentali”, grazie anche ai mezzi di comunicazione che lo supportano: Israele, dopotutto, è l’unico “baluardo occidentale” all’interno di una regione a “connotazione araba”, e noi, gli occidentali, siamo spinti a credere che la difesa di tale territorio sia prioritaria. Dopotutto, dopo la “Liberazione” del 1945, l’Europa si è sempre più sentita “in debito” con uno Stato che non ha mai nascosto il fatto di ritenersi superiore al resto del mondo: gli USA, la nazione bound to lead, ci inducono ad abbracciare e a ritenere giuste le cause che loro stessi abbracciano, anche se i motivi sono economici piuttosto che idealistici. Troppo spesso gli esperti, i vari studiosi, ma anche gli stessi mass media giocano sulla indubbia somiglianza dei concetti “antisemita” e “antisionista”, portando chi ascolta (e troppo spesso non ha conoscenza di ciò di cui si parla) a ritenere che salvare Israele significa salvare il popolo ebraico e che chi critica gli israeliani è, per partito preso, un antisemita. Gli Stati Uniti non sono da meno e, seguendo i propri enormi interessi economici (ricordiamoci che la Lobby ha al suo interno personaggi di spicco del mondo politico statunitense e non solo, e che è in grado di influenzare notevolmente i risultati elettorali all’interno della nazione), incitano l’Occidente alla salvaguardia di Israele. E lo fanno anche se ciò significa l’uccisione di centinaia di innocenti, se implica l’uso smodato della forza militare, o se va contro lo ius cogens. Come è possibile, dunque?

Il libro di Brunello Zanitti è molto interessante perché aiuta il lettore a capire non solo le origini della nascita dei due movimenti politici di riferimento, ma anche perché si addentra nelle dinamiche che la nascita di tali partiti ha creato, offre spiegazioni puntuali rispetto ad avvenimenti storici del passato e apre la strada all’interpretazione dei nuovi possibili scenari futuri.

 

 

Il tuo libro è molto interessante perché  delinea degli elementi comuni fra due movimenti politici distanti fra di loro, non solo geograficamente ma anche ideologicamente. Da una parte un movimento che nasce dalla sinistra democratica disillusa, dall’altra vediamo un movimento ultraconservatore. Come mai hai voluto concentrare la tua analisi su questo argomento? C’è stato qualche particolare elemento o avvenimento, più o meno recente, che ti ha spinto ad approfondire questo tema e a elaborare la tua tesi?

La scelta di questo argomento è dovuta al mio interesse per il conflitto tra israeliani e palestinesi, contraddistinto storicamente da un particolare ruolo svolto dagli Stati Uniti. Alcuni avvenimenti recenti mi hanno spinto ad approfondire questa tematica, ad esempio l’intervento statunitense contro l’Iraq nel 2003 e, pochi anni dopo, la guerra tra Israele e Libano del 2006, così come l’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza tra dicembre 2008 e gennaio 2009. In tutti questi eventi di guerra riscontravo una certa somiglianza e una medesima “giustificazione morale”, nonostante i contesti diversi. Gli interventi militari furono favoriti dai gruppi politici al potere a quell’epoca, neoconservatori negli Stati Uniti e destra israeliana neorevisionista nello Stato ebraico. A questo proposito, prendendo spunto da alcuni articoli di autori israeliani e statunitensi che già avevano analizzato le possibili similitudini tra i due movimenti, su tutti, come ricordo nel libro, l’articolo di Ilan Peleg e Paul Scham Israeli Neo-Revisionism and American Neoconservatism: The Unexplored Parallels pubblicato nel 2007 sul “The Middle East Journal”, ho messo a confronto neocons e rappresentanti del Likud, soprattutto per quanto riguarda l’adozione di simili procedure in politica estera. Fermo restando che siano esistiti medesimi obiettivi, soprattutto negli ultimi anni, non ho presentato un disegno cospiratorio o un comune progetto politico. A questo proposito ho utilizzato numerosi articoli, pubblicati nel periodo che va dagli anni ’70 al 2000, nei quali si può individuare il pensiero degli appartenenti a queste correnti. Ho analizzato anche le idee degli intellettuali che successivamente non hanno ricoperto cariche pubbliche nei rispettivi Paesi, ma senza dubbio il loro pensiero politico ha influito decisamente nelle successive scelte in politica estera. La rivista dei neoconservatori “Commentary” è stata fondamentale per comprendere le idee dei due gruppi, diverse a seconda dei contesti storici, la maggior parte delle quali sono state messe coerentemente in pratica, soprattutto tra il 2001 e il 2008.

Vorrei comunque ricordare che un altro aspetto che mi ha spinto ad approfondire l’analisi di questi due movimenti sono stati l’avversione e i pregiudizi che percepivo nei confronti dei musulmani, causati soprattutto dagli eventi dell’11 settembre, ma in generale verso le culture diverse da quella occidentale. Il tema dello “scontro tra civiltà”, paradossalmente favorito dagli stessi neocons a causa della loro ideologia fortemente intrisa da interventismo ad ogni costo (economico e militare), così come dalla percezione di minacce continue, è un aspetto che considero molto importante. Questi due gruppi, non tenendo conto delle differenze culturali e se effettivamente una determinata società ha il desiderio di adottare particolari sistemi di stampo occidentale, hanno favorito questo “scontro” per motivazioni di carattere geopolitico ed economico, nascoste da giustificazioni di tipo morale per il diritto-dovere statunitense e occidentale di esportare il modello corretto e legittimo di società.

Nella tua analisi mi ha colpito il riferimento che fai alla cosiddetta “lobby ebraica”. Se ne è sentito parlare abbastanza di recente con il libro, a cui tu peraltro fai riferimento, di Walt e Mersheimer. Come loro, anche tu abbracci l’idea che questa lobby influenza la politica estera statunitense, sempre rivelatasi filoisraeliana. Fino a che punto ritieni che questa abbia pesato nelle scelte di Washington e perché? Si può affermare che il suo ruolo si è evoluto?

Il sistema politico statunitense consente a diversi gruppi di pressione d’influenzare la politica interna ed estera. Esiste anche la cosiddetta Israel Lobby che influisce sulla politica estera del Paese in Vicino Oriente e ha naturalmente un importante peso in termini elettorali. Nonostante sia una lobby molto potente e organizzata che pubblicizza le proprie azioni, non ritengo sia l’unico gruppo di pressione o il più importante, ma in ogni caso il suo ruolo si è evoluto nel tempo. L’appoggio statunitense nei confronti d’Israele, soprattutto a partire dagli anni ’60 è spiegato in diversi modi e la lobby ha avuto in questo senso un ruolo fondamentale. Nel contesto della Guerra Fredda, lo Stato ebraico rappresentava strategicamente gli interessi del blocco guidato dagli Stati Uniti in Vicino Oriente, contenendo l’ascesa sovietica nell’area, una zona vitale per gli interessi energetici. Israele era considerato un baluardo della democrazia, della libertà e dei valori occidentali contrapposti al comunismo, nonostante l’Unione Sovietica abbia favorito la nascita del paese nel 1948; il legame tra URSS e Israele entrò in crisi per la sempre più stretta relazione israelo-statunitense e per il rapporto privilegiato che Mosca stabilì con alcuni Stati arabi. Nonostante il rapporto di special relationship tra Israele e Stati Uniti, ci sono stati momenti storici in cui alcune amministrazioni statunitensi non hanno avuto una linea totalmente filo-israeliana, come avvenuto durante l’epoca di maggiore influenza neoconservatrice. Fino agli ’70 la comunità ebraica statunitense era tradizionalmente vicina a posizioni liberal più che all’universo rappresentato dal Partito Repubblicano; i neocons criticarono proprio la scarsa politica filo-israeliana del Partito Democratico e per questo motivo si spostarono verso i repubblicani di Ronald Reagan. Esistono altre motivazioni di tipo morale, accentuate dai neocons: si ritiene che Israele sia una democrazia, moralmente superiore ai paesi arabi e circondata da una serie di nemici intenzionati a distruggerlo; Israele condivide i medesimi valori occidentali ed esistono, inoltre, motivazioni di carattere religioso da non sottovalutare. Negli Stati Uniti i sionisti cristiani ritengono necessario un concreto sostegno a Israele poiché la Bibbia attesta l’esistenza dello Stato ebraico come volontà divina.

La seconda comunità ebraica a livello mondiale risiede negli Stati Uniti e anche per questo motivo esercita una considerevole pressione politica. Sarà interessante valutare come agirà Obama in questi mesi in vista delle elezioni del prossimo anno.

Nella tua analisi delinei, con riferimenti ad avvenimenti storici più  o meno recenti, quali sono le caratteristiche di questa special relationship fra i due Paesi e come tale rapporto è nato. Questa situazione sembra essersi ben consolidata nel tempo. Quindi, spostandoci alla situazione attuale, come descriveresti i rapporti reciproci fra le due nazioni, in che modo credi che influenzino gli equilibri geopolitici odierni e futuri, e come ritieni che i due movimenti leggano e, eventualmente, influenzino lo scenario politico?

I rapporti tra i due Paesi sono ottimi, testimoniati dalla recente condanna statunitense nei confronti della dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Palestina all’ONU. Gli Stati Uniti hanno anche votato contro la presenza della stessa Palestina nell’Unesco.

Nonostante ciò, visto il declino geopolitico degli Stati Uniti e il confronto sempre più aperto con nuovi attori emergenti, in particolare la Cina, in alcuni casi esistono delle visioni in politica estera che sembrano essere discordanti, se si pensa, ad esempio, alle rivolte arabe. Esistono delle pressioni occidentali per l’emergere delle sommosse popolari, pur esistendo un malcontento generale all’interno dei paesi arabi. In questo contesto gli interessi israeliani potrebbero essere messi in discussione, poiché sono stati modificati alcuni scenari che garantivano lo status quo regionale favorevole ad Israele. Questo aspetto è evidente soprattutto per quanto riguarda l’Egitto nel caso in cui prevarranno le componenti islamiste del panorama politico egiziano. Un altro aspetto importante riguarda la Turchia, Paese della NATO e alleato di primo piano degli Stati Uniti nell’area. Washington sta tentando di ricucire i rapporti tra i due alleati, i quali competono per la supremazia geopolitica nell’area. Per quanto riguarda Ankara, si parla recentemente di un possibile intervento in Siria, sostenuto dalla NATO, colpendo allo stesso tempo gli interessi iraniani. Il problema, in ottica israeliana, è il potenziale aumento d’influenza turca nell’area ai danni dello Stato ebraico, il quale osserva negativamente alcuni risvolti del nuovo ruolo “neo-ottomano” assunto dalla Turchia nel Vicino Oriente. Il modello politico turco per le rivolte arabe potrebbe invece essere favorito da Washington.

Israele e Stati Uniti hanno invece una comune percezione della minaccia iraniana, ma lo Stato ebraico sembra più evidentemente propenso all’intervento militare preventivo e unilaterale rispetto all’alleato nordamericano. Nonostante le sanzioni imposte recentemente da Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, un ipotetico intervento militare è improbabile vista l’avversione dei sempre più influenti BRICS. In ogni caso, il nucleare iraniano è una prospettiva sgradita per l’aumento di potere deterrente dell’Iran nei confronti di Stati Uniti e Israele; allo stesso tempo sarebbe una sfida inaccettabile per l’Arabia Saudita nella contemporanea competizione tra sunniti e sciiti nell’area, nonché una mossa che potrebbe generare una corsa al nucleare in altri Stati del Vicino Oriente.

Per quanto riguarda l’influenza politica dei due movimenti, ritengo che il neorevisionismo, essendo ancora al potere, mantenga la sua costante influenza. Nonostante abbia messo in crisi con la sua ideologia l’asse turco-israeliano, potenziale danno per gli stessi Stati Uniti poiché elemento importante nella concezione geopolitica dell’area da parte statunitense, la radicalizzazione dell’area, vista la situazione in Egitto e in generale nel mondo arabo, così come un eventuale aumento delle tensioni con l’Iran potrebbero comportare il rafforzamento di posizioni più intransigenti e radicali nella società israeliana. Dunque, i partiti della destra hanno buone probabilità di mantenere il potere, nonostante ci siano dei movimenti interni contrari alle politiche di Netanyahu, soprattutto in campo economico.

I neoconservatori, in particolare dopo l’intervento in Iraq, sono in una fase di declino e per le elezioni del 2012 non sembra che il futuro leader che rappresenterà il Partito Repubblicano, visti gli attuali candidati, sarà legato al movimento. L’influenza neoconservatrice è in deciso calo, ma senza dubbio è stato valutato positivamente dai neocons l’intervento militare in Libia. Allo stesso tempo però viene richiesta una decisa azione militare contro Siria e Iran, così come una politica più aggressiva nei confronti della Cina.

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