Se prescindiamo dai tentativi “marittimi” e “atlantici” attuati rispettivamente da Pietro il Grande e da Nikita Chruščëv, i governi russi, al fine di salvaguardare gl’interessi e la sopravvivenza stessa della Russia e dei popoli associati, hanno sempre agito lasciandosi condizionare dalla posizione geografica della Russia, dalla sua estensione e dalle enormi risorse presenti nel suo territorio, al punto che hanno dovuto subordinare la politica interna, caratterizzata dalla complessa e difficoltosa organizzazione dello spazio, ad una prassi geopolitica volta alla difesa territoriale ed all’integrazione continentale.

Oggi, dopo la deriva mondialista del governo guidato da Boris El’cin, questa tradizione è stata ripresa dal presidente Vladimir Putin ed è condivisa e sostenuta dalla maggior parte della classe politica russa.

Consapevole della presenza e dell’influenza americane nella massa continentale eurasiatica, nonché della preoccupante erosione che la Russia subisce lungo il proprio limes, cioè lungo quella naturale sfera d’influenza che i Russi designano con l’espressione “estero vicino”, il governo di Putin tenta di arginare la marcia degli Stati Uniti verso oriente attraverso la metodica tessitura di un sistema di alleanze strategiche con la Cina, col subcontinente indiano e con l’Iran. Da questa prospettiva, la politica estera russa sembra assolvere ad una funzione che non è ancora ben percepita dalle classi dirigenti delle singole nazioni del continente eurasiatico, ma si sviluppa di giorno in giorno e di vertice in vertice (Bratislava, Parigi, tanto per citare i più recenti e i più interessanti per gli Europei occidentali). In tal modo la Russia si viene connotando, in relazione all’integrazione eurasiatica e soprattutto agli auspicabili futuri scenari multipolari, come la nazione perno per eccellenza. Dopo che la dottrina espansionista “esportatrice di democrazia” di Bush e di Condoleeza Rice ha spazzato via le sovranità nazionali nello spazio eurasiatico, la Russia si profila come l’insostituibile punto di riferimento per una nuova affermazione di sovranità nello spazio in questione – nuova perché adattata al mutato contesto geopolitico planetario.

La lista delle variopinte e sedicenti rivoluzioni sostenute dagli USA è ormai veramente lunga e irrita sempre di più non solo le alte gerarchie del Cremlino, ma anche la stessa popolazione russa.

La Russia sembra dunque pervenire, lentamente, ad una coscienza del proprio ruolo storico da assolvere nel XXI secolo.

Nel sistema di alleanze strategiche che delineano la “dottrina Putin”, Mosca cerca di inserire, superando le diffidenze degli Europei occidentali ancora attardati su posizioni per un verso “ideologiche” e per un altro assoggettate ai vincoli della gabbia euroatlantica, i principali paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo la Francia e la Germania: due paesi che nel corso della propria storia hanno a più riprese manifestato coscientemente una vocazione continentale e che, al momento, mal digeriscono l’invadenza americana, esercitata per il tramite della Gran Bretagna di Blair, dell’Italia di Berlusconi e dei governi della rumsfeldiana “Nuova Europa” nella conduzione dell’Unione Europea; soprattutto, Francia e Germania non sopportano l’unilateralismo praticato sia nell’ambito dell’Alleanza atlantica sia nell’ambito delle attività collegate all’ONU.

La “dottrina Putin” sembra essere, attualmente, la risposta più articolata e realistica alla geostrategia eurasiatica descritta da Zbigniew Brzezinski (1) ed al “Progetto per un nuovo secolo americano” (2) dei neocons d’oltreatlantico.

Note

1) Zbigniew Brzezinski, A Geostrategy for Eurasia, “Foreign Affairs”, 76:5, September/October 1997.

2) Per la consultazione del PNAC (Project for the New American Century), si veda il sito ufficiale all’indirizzo elettronico: http://www.newamericancentury.org/statementofprinciples.htm

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