l 5 dicembre 2007, presso la libreria “La Torre di Abele”, in Via Micca 22, a Torino, è stato presentato il volume collettaneo Il Grande Medio Oriente nell’era dell’egemonia americana (ed. Bruno Mondadori, Milano 2006), curato dal prof. Michelguglielmo Torri, Professore di Storia moderna e contemporanea dell’Asia presso il Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino (ed autore, tra gli altri studi, di una Storia dell’India, Laterza, Roma-Bari 2000). Al tavolo dei relatori, inoltre, il prof. Alberto Tonini, docente di Storia delle Relazioni Internazionali (Corso di Laurea in Scienze Politiche) della Facoltà “Cesare Alfieri” di Firenze.

L’introduzione è stata della dott.ssa Rosita Di Peri, la quale ha rilevato la voluta ‘ambiguità’ di un titolo del genere: “Medio Oriente” era una definizione già contestata da giovani studiosi arabi trapiantati negli Stati Uniti quali Edward Said e Ibrahim Abu-Lughod, i quali vi ravvisavano uno strumento atto a minimizzare l’arabicità dell’area con esso designata, giustificando la presenza della base territoriale del Sionismo; “Grande Medio Oriente”, poi, coincide con un progetto di ‘ristrutturazione’ di tutta quest’area, come più volte proclamato dai vertici politici statunitensi, i quali, nell’opera di spezzettamento secondo linee etnico-confessionali degli Stati creati alla fine dell’Impero ottomano, hanno ripreso un programma già illustrato in un significativo articolo del 1982 (“Una strategia per Israele negli anni Ottanta del Novecento”, di Oded Yinon, riprodotto e commentato nel volume, curato da Serge Thion, Sul terrorismo israeliano, Graphos, Genova 2004, e da noi recensito). La Di Peri rilevava poi giustamente come gli Stati Uniti, nell’opera intrapresa con maggior vigore a partire dall’11 settembre 2001, si servano di alcune ‘parole d’ordine’ quali la “promozione della democrazia” e il “rilancio delle opportunità economiche” per l’intera area da essi denominata “Middle East”, con ciò facendo eco al “partenariato euro-mediterraneo” lanciato a Barcellona nel 1995 ma poi entrato in rapida ‘sofferenza’ per motivi che vanno ricercati nel progressivo appiattimento dell’UE ai dettami d’oltreoceano. Il filo conduttore del libro, infatti, è la decostruzione dell’immagine che dall’11 settembre 2001 viene diffusa sui Paesi arabo-musulmani della regione mediorientale, con particolare attenzione ad alcune applicazioni significative del “paradigma della democratizzazione” (cfr. il saggio di Daniela Pioppi sull’Egitto), che risponde alla tattica statunitense della “costruzione di modelli teorici ad hoc” in funzione dell’addomesticamento di una realtà altrimenti “fuori controllo”.
Il prof. Torri ha poi cominciato il suo intervento spiegando alcune difficoltà incontrate nella cura di questo libro. Evidenziandone alcune lacune, quali l’assenza di un saggio dedicato all’Arabia Saudita o l’approccio non del tutto soddisfacente ad un paio di Paesi pur tuttavia trattati nel volume, egli ha messo il dito nella piaga di un sistema universitario italiano obsoleto, completamente assorbito, per quanto riguarda il settore dei Paesi extraeuropei, in studi di tipo “classico”, per cui non c’è affatto da meravigliarsi se non si trovano studiosi italiani in grado di occuparsi, con un’adeguata padronanza della materia, di Paesi-chiave come l’Arabia Saudita, oppure se per coprire altri Paesi ci si deve rivolgere a persone più che valide ma costrette, per sbarcare il lunario, ad occuparsi d’altro che non l’università, dove il disinteresse per i temi affrontati nel libro fa sì che un testo del genere possa uscire solo grazie ad un finanziamento universitario in grado di convincere un editore a pubblicare un testo simile in un Paese come l’Italia che si pasce in un’allegra ignoranza anche in coloro che dovrebbero “sapere”.

La situazione, a nostro avviso, deriva da cause politiche, nel senso che un Paese che ha rinunciato ad avere una sua politica estera vicino e medio-orientale per motivi che vanno ricercati nel cambio di funzione che, dopo la fine dell’Urss, si è ritrovato a svolgere nel dispositivo atlantico (che non si è affatto allentato, anzi!), non può avere alcun serio interesse nel promuovere studi arabo-islamici di tipo contemporaneistico. Le eccezioni vi sono (si pensi al prof. Campanini, esperto di pensiero politico islamico contemporaneo e studioso della storia del moderno Vicino Oriente: un sua intervista è sul numero 3/2007 di “Eurasia”), ma quel che manca è un organico e sistematico settore di studi arabo-islamici incentrati sul mondo contemporaneo. Così, si naviga a vista, in mezzo a rare buone iniziative senza alcun coordinamento, e se qualche laureato si specializza su questo o quel Paese del mondo arabo-islamico lo fa per sua pura passione, senza che trovi un’adeguata struttura di sostegno di tipo accademico. La situazione, sebbene almeno fino alla Presidenza del Consiglio di Bettino Craxi l’Italia avesse una sua “politica mediterranea”, oggi è effettivamente imbarazzante, con gli studi di settore che vanno naufragando assieme alla barchetta di una politica estera che raccoglie acqua dal Libano all’Afghanistan.
Per di più – rilevava il prof. Torri -, mancando dei veri e propri specialisti di livello universitario, bisogna affidarsi a dei giornalisti, che in mancanza di una solida produzione specialistica in lingua italiana si affidano perlopiù a rimasticature della produzione saggistica anglosassone, finendo quindi per veicolare concetti ed analisi funzionali alla strategia della creazione di un “Grande medio Oriente” ad uso e consumo degli Stati Uniti e dei loro accoliti.

Si capisce così anche la ‘provocazione’ contenuta nel titolo del libro, che in un’Italia immaginaria avrebbe potuto invece riferirsi alla porzione arabo-musulmana dell’Eurasia, col termine “Eurasia” inteso alla Brezinski, ovvero un’area su cui esercitare un vitale controllo delle risorse energetiche da parte di un Paese che ormai ha mostrato smaccatamente la sua natura aggressiva e predatoria: è quello che sta avvenendo dalla prima guerra all’Iraq, il successivo embargo, l’invasione dell’Afghanistan e quella dell’Iraq, la questione del “nucleare iraniano” ecc., fino all’obiettivo dell’agognata rapina delle riserve energetiche russe, resa però impossibile grazie al consolidamento della Presidenza di Vladimir Putin. In poche parole, un “Grande Medio Oriente” ridimensiona la possibilità di “fare” l’Eurasia, un suo fallimento segna l’inizio della fine della “egemonia americana” (e del Sionismo).
All’interno del libro, inoltre, un discreto spazio è occupato dalla Palestina e dalla relativa “questione” (altre volte abbiamo spiegato che la “questione” non è la Palestina, ma il Sionismo quale alibi e maschera dell’Occidente americanocentrico). In questi giorni, il circo mediatico ha cercato invano di presentare la Conferenza di Annapolis (27 nov. 2007) come una “occasione storica”, ma una puntale cronistoria degli “impegni” dei governi israeliani qual è quella contenuta nel saggio di Francesco Pallante dimostra che la storia del cosiddetto “Processo di pace” è solo una sequela di “impegni non mantenuti” da parte di Olmert e di coloro che l’hanno preceduto, col saggio di Marco Allegra sulla “colonizzazione” israeliana che evidenzia come la costante crescita degli insediamenti illegali sia stato uno dei motivi che ha condotto al fallimento del “processo di pace” avviato con gli Accordi di Oslo. Non a caso, a una settimana dalla “storica occasione” di Annapolis, il negoziatore dell’OLP, Saeb Erekat, intervistato da Aljazeera, denunciava la ripresa in grande stile della costruzione di “colonie” (il realtà si tratta di banalissime villette a schiera) a Gerusalemme Est, quando proprio ad Annapolis palestinesi ed israeliani avevano offerto, reciprocamente, la “fine del terrorismo” (chissà che cos’è, invece, il quotidiano lancio di razzi dal cielo, perdurato anche nei giorni della Conferenza, da parte dell’aviazione di Tel Aviv… e poi, chissà perché sono sempre i palestinesi ad “iniziare” le ostilità!) e lo stop degli “insediamenti”.

Ma torniamo alla presentazione del libro. Il prof. Tonini, autore de Il sogno proibito. Mattei, il petrolio arabo e le ‘sette sorelle’ (Polistampa, Firenze 2003), e perciò sensibile all’importanza del fattore energetico quale chiave di lettura delle attuali vicende che interessano il Vicino e Medio Oriente, presentando il libro come rara occasione per informarsi sul serio ha invitato i presenti a smetterla di sperare che i media svolgano un lavoro diverso da quello che fanno, ovvero semplificare ( “scontro tra sciiti e sunniti” ecc.), banalizzare, distorcere e via disinformando. Ecco perché, pur con i limiti rilevati da Torri, è importante che escano libri come questo, composti da saggi di vari specialisti (in cerca di un Paese che li valorizzi…). Tonini ha poi attirato l’attenzione su un’inveterata abitudine della diplomazia occidentale: “dire una cosa e fare l’esatto contrario” pare essere la regola nelle relazioni col mondo arabo-musulmano. Ufficialmente si promuovono la “democrazia” e i “diritti umani”, poi si fa la guerra ad un governo, quello di Hamas, uscito da consultazioni elettorali regolarissime, si è “amici” di un golpista come Musharraf (attualmente sceso nel gradimento della Casa Bianca e per questo messo un po’ in difficoltà, anche mediatica), si “democratizza” l’Iraq rendendo la vita impossibile a chi lo abita. L’Occidente, in una sola parola, non è credibile. Non è infatti credibile chi dell’11/9 ha fatto una sorta di “religione laica” e condanna alla gogna chi non vi si riconosce, e allo stesso tempo minaccia di continuo un Paese che – come ricorda Riccardo Redaelli in uno dei migliori saggi del libro, dedicato all’Iran – ha organizzato veglie di preghiera per le vittime di quel giorno.

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".