ATTUALITA’ DELLA GUERRA PSICOLOGICA

Nell’era dell’informazione è semplicemente suicida trascurare la comunicazione sul piano militare – sia essa inserita in un piano strutturato di guerra psicologica o costituita semplicemente dalla classica propaganda – così come stanno facendo gli stati occidentali che si suppongono impegnati nella guerra al califfato. La rivoluzione 2.0 della comunicazione diffusa e della trasformazione del fruitore/consumatore di informazioni in produttore di informazioni permessa dai nuovi strumenti di comunicazione internet e dalla diffusione dei dispositivi portatili non deve illudere sulla perdita di importanza della “comunicazione istituzionale”: quella classica, monodirezionale e propagandistica che ben lungi dall’essere svanita può invece divenire più sottile, più raffinata ed efficace. Un esempio di come si reagisca ad un attacco propagandistico e mediatico in una situazione bellica ci è stata data dalla Russia nel teatro Ucraino: alla narrazione presentata dai grandi media occidentali che sono riusciti – uniti come un sol uomo – a presentare i manifestanti di Majdan come idealisti pacifici animati da spinte europeiste, il nuovo governo di Kiev come convinto assertore di quei valori e politici nazionalisti ucraini di provenienza oligarchica e dal passato opaco come Julija Timoschenko come eroi della lotta per la democrazia, la tattica russa è stata sin da subito tesa a mostrare la partecipazione tanto ai tumulti che portarono alla deposizione di Janukovich quanto alla successiva guerra nell’est del paese, di estremisti di destra violenti e ideologicamente connotati in senso neonazista (1). Lo sforzo propagandistico profuso dai media occidentali allineati su posizioni atlantiste sarebbe stato degno di miglior causa: infatti gli stessi governi occidentali e – sospettano gli esperti (2) – anche i loro servizi informativi e di sicurezza mancano di un serio piano di guerra psicologica, guerra mediatica e guerra culturale al fondamentalismo islamico. Non è questa la sede per darci ad un’analisi minuziosa di come il califfo stia – con grande successo – comunicando. L’ISPI ha già prodotto una sintesi magistrale cui rimandiamo in nota (3). Ci è sufficiente sottolineare come un qualsiasi gruppo terrorista viva, lapalissianamente, della quantità di terrore che riesce a produrre e trasmettere. Scopo di questo brevissimo studio non è descrivere la comunicazione dello Stato Islamico, quanto costatarne il successo e non l’insuccesso ma l’assenza di reazione dell’occidente.

IL SUCCESSO MEDIATICO DEL COSIDDETTO “STATO ISLAMICO”

Il sedicente “Stato Islamico” sta perfettamente centrando l’obiettivo di dettarci l’agenda mediatica e quindi di manipolare la nostra emotività colpendo l’immaginario occidentale con due strumenti:

1. Ostentando una violenza estrema, paradossale, sproporzionata (i filmati delle decapitazioni, il prigioniero giordano bruciato vivo)

2. Colpendo la nostra opinione pubblica su temi nella quale è sensibile: la distruzione del patrimonio archeologico dell’Iraq, la fanatica iconoclastia, l’assalto alle comunità cristiane (quelle alle quali ci sentiamo giocoforza più vicini e inconsciamente solidali) (4)

Non si limita però a farsi forte delle nostre paure, ma usa la forza e la costruzione di un’immagine di invincibilità per un’efficace propaganda di reclutamento. L’immagine di entità politica militarmente invincibile, sicura di sé e della propria visione del mondo è un messaggio quanto mai potente se rivolto alle masse sunnite medio orientali deluse dal fallimento delle “primavere” e alle masse di immigrati presenti in Europa, sia quelle che si trovano in oggettivo stato di emarginazione (si pensi ai giovani disoccupati delle periferie) sia quelle ormai agiate che si sono semplicemente aggiunte all’amorfa borghesia occidentale priva ormai di qualsiasi valore e di qualsiasi base di “pensiero forte”, assenza morale alla quale lo SI si propone appunto di supplire.

INCAPACITA’ DI RISPOSTA EUROPEA SUL PIANO DELLA COMUNICAZIONE

Di fronte ad una strategia di comunicazione brutale ed efficace che ne mette in crisi le certezze e parla direttamente alle sue paure, l’occidente (da qui in poi, l’Europa: il concetto di “Occidente” come unità monolitica è destituito di fondamento) non è stato in grado di elaborare alcuna risposta.

1. Nessuna campagna mediatica per cercare di mettersi in contatto con il mondo musulmano sunnita inteso come “comunità”, bensì qualche tentativo abbozzato di “recupero e riabilitazione” di ex-gihadisti, strategia che denuncia la nostra incapacità di pensare se non in termini di “individui” e di fare quindi analisi culturale e sociale: siamo vittime del nostro stesso individualismo elevato a ideologia e a prassi. Lo “Stato Islamico” attiva una comunicazione di massa. L’Europa risponde con una “comunicazione al soggetto”.

2. Per di più, essa è prigioniera dello schema americano “buoni contro cattivi”. Non trova dei “buoni” da giocarsi contro i “cattivi”, realtà facilmente costruita in Ucraina, e quindi subisce la crisi del semplicistico schema.

3. In definitiva, l’assenza di una strategia comunicativa e di una narrazione da proporre al nemico e alle popolazioni che possono essere affascinate dal suo messaggio si riflette nell’assenza di tattica e di operatività. I nostri servizi di sicurezza ritengono intelligente chiudere i siti e le pagine Facebook di propaganda gihadista? Non pensano sia meglio sfruttarle come vetrina e finestra su quel mondo, sui suoi linguaggi e sugli stessi operatori dietro a quei canali? (5)

LA GUERRA PSICOLOGICA NON MEDIATICA

Per quanto concerne le tattiche non mediatico/comunicative/culturali di guerra psicologica, vale a dire lo studio della cultura del nemico, l’infiltrazione e gli strumenti derivati dall’HUMINT (human intelligence) i paesi europei sono ancora deficitari. Sullo studio del nemico islamista, della sua storia, cultura e psicologia, dei suoi codici e linguaggi, sconta un ritardo imbarazzante. Il califfo nero sa esattamente cosa suggestiona l’immaginario europeo (decapitazioni, atti di iconoclastia…). Le nazioni europee brancolano nel buio anche solo quando si tratta di distinguere cultura sciita (sensibile come la nostra all’iconoclastia e caratterizzata da una forte devozione a figure spirituali simile per certi aspetti al nostro culto dei santi) e cultura sunnita (più o meno rigidamente aniconica). Sull’analisi psicologica del nemico siamo tanto arretrati da immaginare ancora il fenomeno dell’estremismo religioso come riguardante principalmente i poveri e gli emarginati – e siamo pertanto vittime della mentalità laicista che vuole la religione, qualsiasi religione, come fenomeno del passato, riservato ai minus habentes ed incapace di produrre cultura nel senso positivo – ed ignoriamo il ritorno alla religione della borghesia (6) (come quella degli europei convertiti), avvenga questo ritorno per (anti?)conformismo, per ricerca di valori forti nell’era del pensiero debole o per sincera ricerca spirituale. Sull’infiltrazione e sul livello di attività HUMINT il livello di complessità si alza ulteriormente e merita un discorso a parte.

NIENTE STRATEGIA, NIENTE TATTICA – AL MASSIMO COMPLICITA’

Ogni guerra si combatte con una strategia, ogni guerra psicologica si predica anche di comunicazione e di narrazione, e l’Europa una strategia, una tattica e una narrazione di sé non le ha. Come potrebbe averne un continente diviso e litigioso rappresentato, tra l’altro, da quella sovrastruttura burocratica, da quel Moloch che va sotto il nome di Unione Europea? Vale la pena ripeterlo: l’Europa non possiede una narrazione di sé, ecco perché non è in grado di proporne alcuna all’esterno. Eppure si fa largo il sospetto che l’inazione europea sottenda cattiva coscienza. Senza citare l’eterno caso del sostegno ai mugiahedin afghani ed affini, è inquietante notare come le potenze europee e di area NATO abbiano, quando non appoggiato attivamente, chiuso uno o entrambi gli occhi sull’attività del fondamentalismo settario anche alle porte dell’Europa (Bosnia, Cossovo) o dentro i paesi UE, che forniscono tutt’oggi asilo e garantiscono libertà di parola e propaganda a esponenti del separatismo ceceno (7) o di inquietanti apologeti del gihadismo (8). Quanto zone d’ombra dell’attentato di Parigi già molto si è detto, scadendo anche nel banale complottismo. E’ proprio in queste zone d’ombra e nelle organizzazioni gihadiste basate in Europa che c’è da augurarsi agiscano i nostri servizi informativi e di sicurezza, pur colpiti dai tagli di bilancio e dal “rompete le righe” seguito alla fine della Guerra Fredda. C’è da augurarselo perché per la sicurezza il fattore HUMINT e l’infiltrazione si conferma imprescindibile, non fosse altro perché l’estrema fiducia riposta negli strumenti tecnologici fin ora è stata tradita. Di certo è proprio in quelle zone d’ombra che si è mosso in modo ambiguo l’indirizzo politico: gli obiettivi dei governi. Il proficuo ruolo il grand-guignol dello “Stato Islamico” svolge nell’impedire che sorga una potenza medio orientale che possa coalizzare a sé i popoli arabi in senso modernizzatore (il sogno di Nasser, l’incubo degli USA, di Israele e dei Sauditi) è ormai noto anche ad analisti non certo ostili alle logiche atlantiste (9). E’ quantomeno legittimo sospettare che, quando obiettivo primario delle potenze atlantiste era la rimozione del governo baathista siriano, i servizi di controspionaggio europei abbiano ricevuto mandato di chiudere un occhio (i servizi turchi entrambi) sul flusso di combattenti che si recava in Siria per unirsi ai libelli. E’ questa la cattiva coscienza di cui si parlava all’inizio del paragrafo, è questa la schizofrenia strategica che ci affligge – i ribelli siriani passati da “eroi in lotta contro un regime sanguinario” a “terroristi fondamentalisti” nel giro di tre-quattro anni – e che ci impedisce di impostare qualsiasi tattica.

CONCLUSIONI: UN CAMBIO DI PROSPETTIVA

Lo stato di cose sin qui esposto ed analizzato è figlio della miopia delle nostre classi dirigenti, alle quali dovremmo chiedere coerenza e visione, non una marcia dei buoni propositi nel centro di Parigi, per di più invitando il presidente turco. Il terrorismo politico degli anni ’70 fu vinto dal benessere degli anni ’80 e ’90, non da strategie vincenti dei governi – strategie che non si videro. La violenza dei terroristi rossi, anarchici e neri li isolò da una società che aveva la pancia troppo piena per sognare superuomini nietzschiani o soli dell’avvenire. Il terrorismo religioso non ci lascerà questo aggio perché si radica tanto nelle pance piene che in quelle vuote. Sarebbe bene cominciare a darne una lettura geopolitica e strategica, non solo “sentimentale”, alla “je suis” – per quanto, proprio nella logica sin qui indicata trasmettere ed enfatizzare l’immagine di una società unita contro la violenza e non divisa su basi settarie sia quantomeno un inizio.



NOTE

1. http://www.geopolitica-rivista.org/26031/che-cose-la-guerra-culturale/
2. http://www.aldogiannuli.it/fallimento-lotta-al-terrorismo/
3. http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/sicurezza-mediterraneo-medio-oriente-italia/twitter-e-jihad-la-comunicazione-dellisis-12852
4. È da notare che nessuna delle atrocità messe in campo dal sedicente “Stato Islamico”, dal rogo alla decapitazione alla pratica iconoclasta, sia in realtà estranea alla storia occidentale: si tratta piuttosto di traumi antichi che l’Occidente ha preteso rimuovere dal proprio immaginario per meglio illudersi di poter vivere in un mondo irenico.
5. http://www.aldogiannuli.it/fallimento-lotta-al-terrorismo/
6. Si veda l’interessantissimo studio di M. Graziano, “Guerra Santa e Santa Alleanza” appena uscito per Il Mulino: un testo imprescindibile per chi voglia mettere in relazione la sociologia delle religioni con la geopolitica delle religioni.
7. http://www.balcanicaucaso.org/aree/Cecenia/I-ceceni-e-la-guerra-ucraina-159892 – “Durante la seconda guerra cecena, tra il 1999 e il 2000, Isa Munaev dopo aver subito una grave ferita lasciò il paese e ottenne asilo in Danimarca. Dalla Danimarca organizzò nel 2009 il movimento Svobodnyj Kavkaz (Caucaso Libero) e nel marzo 2014 costituì il battaglione di volontari “Dzhokhar Dudaev” di cui egli subito assunse il comando schierandosi nella guerra in Ucraina orientale a fianco delle forze governative (anti-russe)”
8. http://www.ilcaffegeopolitico.org/23416/dalleuropa-medio-oriente-gruppo-jihadista-sharia4
9. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-02-26/verita-e-bufale-isis-che-punto-e-veramente-avanzata-califfato-111310.shtml?uuid=ABJDaz0C – “C’è però una strategia più generale in atto da tempo, cui non sono certo estranei gli Stati Uniti e Israele: indebolire il mondo arabo, frammentarlo, impedire che nascano stati forti sulla base di ideologie nazionaliste e panarabe. La distruzione di Iraq e Siria, due regimi baathisti laici, corrispondeva e corrisponde esattamente a questo obiettivo. L’altro caposaldo è quello di impedire all’Iran sciita e ai suoi alleati di estendere la loro influenza. Per questo tutto serve: anche l’orrore barbaro del Califfato.”


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Amedeo Maddaluno collabora stabilmente dal 2013 con “Eurasia” - nella versione sia elettronica sia cartacea - focalizzando i propri contributi e la propria attività di ricerca sulle aree geopolitiche del Vicino Oriente, dello spazio post-sovietico e dello spazio anglosassone (britannico e statunitense), aree del mondo nelle quali ha avuto l'opportunità di lavorare e risiedere o viaggiare. Si interessa di tematiche militari, strategiche e macroeonomiche (si è aureato in economia nel 2011 con una tesi di Storia della Finanza presso l'Università Bocconi di Milano). Ha all'attivo tre libri di argomento geopolitico - l'ultimo dei quali, “Geopolitica. Storia di un'ideologia”, è uscito nel 2019 per i tipi di GoWare - ed è membro della redazione del sito Osservatorio Globalizzazione, centro studi strategici diretto dal professor Aldo Giannuli della Statale di Milano.