Libye

Furono i Romani i primi a chiamare terra Africa o Africa[1] quella regione che i Greci chiamavano Libye[2], dal nome di un popolo, quello dei Libyes[3], che viveva ai confini occidentali dell’Egitto. I miti greci più antichi stabilivano stretti rapporti genealogici tra Libia (figlia del re egiziano Epafo, figlio di Zeus) ed altri personaggi eponimi o fondatori di dinastie nel Vicino Oriente e nel mondo mediterraneo: Libia si era unita a Poseidone generando Belo re dell’Assiria ed Agenore re di Tiro, il quale a sua volta fu padre di Cadmo, fondatore di Tebe “dalle sette porte”, e di Europa.

Secondo un’opinione che risale al logografo Ecateo di Mileto, attivo fra la seconda metà del sec. VI e gl’inizi del sec. V a.C., la Libye costituiva la terza parte della terra dopo l’Europa e l’Asia e coincideva con la regione compresa fra le coste dell’Atlantico e l’Egitto.

La veduta di Ecateo fu contraddetta da Erodoto nel secondo libro delle sue Storie: “Io – scrive stizzito il padre della storia – posso dimostrare che i Greci e gli Ioni stessi non sono capaci di contare, quando dicono che tutta quanta la terra è costituita di tre parti: l’Europa, l’Asia e la Libia. In tal caso infatti come quarta dovrebbero aggiungere al computo il Delta dell’Egitto, se esso non fa parte né dell’Asia né della Libia; ché secondo questo ragionamento non è il Nilo a dividere l’Asia dalla Libia. Il Nilo si divide in due alla punta estrema del Delta dell’Egitto, cosicché questo verrebbe a trovarsi in mezzo fra l’Asia e l’Africa (…) [Ma noi] sappiamo che non c’è alcun confine fra Asia e Libia, a voler dire il vero, se non i confini dell’Egitto. Se invece vorremo valerci dell’opinione dei Greci, riterremo che tutto l’Egitto, cominciando dalle Cateratte e dalla città di Elefantina, si divide in due parti e partecipa di ambedue le denominazioni, perché una parte di esso appartiene alla Libia, l’altra parte all’Asia”[4].

Erodoto ribadisce ulteriormente la sua convinzione nel quarto libro, là dove, dopo aver indicato i territori dell’Asia, scrive: “La Libia si trova nell’altra penisola, poiché è adiacente all’Egitto. Verso l’Egitto dunque questa penisola è stretta; da questo nostro mare fino al Mar Rosso ci sono infatti centomila orge, che sarebbero mille stadi [km. 177,600]. Invece dopo questa parte stretta la penisola che è chiamata Libia si allarga parecchio. Io mi stupisco dunque di coloro che hanno ripartito e distinto la terra in Libia, Asia ed Europa; tra di esse infatti non sono piccole le differenze”[5].

Quattro secoli dopo Erodoto, Sallustio, che verosimilmente desume le sue informazioni da una fonte greca, scrive a sua volta: “Nella divisione del globo terrestre, i più collocarono l’Africa in una terza parte [dopo l’Asia e l’Europa]; pochi ne contarono soltanto due, Asia ed Europa, ma collocarono l’Africa in Europa. Essa ha per confini: ad occidente lo stretto fra il Mare Nostro e l’Oceano, ad oriente un vasto piano in declivio che gli abitanti chiamano Catabathmos [Καταβαθμός, “Discesa”, è la pianura tra la Cirenaica e l’Egitto (oggi Akabat)]. Il mare è burrascoso, senza porti; il territorio è fertile di messi, adatto agli armenti, non fecondo d’alberi; c’è scarsità di acqua, sia piovana sia corrente”[6].

Le cognizioni degli antichi relative all’Africa, dunque, si limitavano per lo più alla costa settentrionale ed orientale, ma erano note anche alcune parti del deserto e delle coste occidentali. Secondo Erodoto, la prima circumnavigazione dell’Africa sarebbe stata effettuata da marinai fenici inviati dal faraone Neco, che regnò dal 610 al 595. “È chiaro infatti – egli scrive – che la Libia è circondata dalle acque, tranne dove confina con l’Asia, avendolo dimostrato, primo fra quelli di cui noi abbiamo notizia, Neco re dell’Egitto, il quale, dopo aver fatto interrompere lo scavo che portava dal Nilo al Golfo Arabico, inviò dei Fenici su navi, ordinando loro che al ritorno, passando attraverso le Colonne d’Eracle, navigassero fino al mare boreale [il Mediterraneo] e così ritornassero in Egitto. (…) trascorsi due anni, al terzo anno doppiarono le Colonne d’Eracle ed arrivarono in Egitto. E dicevano cose per me non credibili, ma per qualche altro sì: che, circumnavigando la Libia, avevano il sole a destra”[7], cioè a nord. Quello che i sacerdoti egiziani avevano detto allo storico greco era invece credibile, perché i marinai fenici avevano navigato al di sotto dell’equatore, lungo le coste dell’Africa australe.

Videro il sole splendere a nord anche quei navigatori cartaginesi che, in una data collocabile secondo alcuni tra il 633 e il 530 a.C. e secondo altri nel V secolo, esplorarono le coste occidentali dell’Africa, partendo dalle Colonne d’Ercole, guidati dal cartaginese Annone. La relazione del viaggio è contenuta nel testo greco intitolato Il viaggio di Annone, comandante dei Cartaginesi, intorno alle zone della Libia oltre le Colonne d’Ercole, che depositò nel tempio di Crono e noto come Periplo di Annone[8], che si presume sia la traduzione, eseguita in età ellenistica, del resoconto originariamente redatto in punico.

Annone era partito con una flotta di sessanta pentecontori e diverse migliaia di uomini e donne, con l’obiettivo di fondare o ripopolare sette città cartaginesi sulla costa atlantica dell’odierno Marocco. Proseguendo con due navi, arrivò alla foce del fiume Senegal e lo risalì per un tratto; poi riprese il mare e, superato Capo Verde, giunse alla foce del Gambia. Scoprì anche la foce del fiume Geba (odierna Guinea-Bissau), davanti alla quale individuò l’arcipelago delle Bijagos. Quindi arrivò ad un vasto seno, detto “Corno d’Espero” (forse la Petite Côte in Senegal), e di là in una terra dominata da un vulcano in eruzione, che egli chiamò “Carro degli dèi” (il monte Kakulima, a nord di Conakry?) e poi al “Corno di Noto” (l’estuario del Moa, al confine tra Sierra Leone e Liberia?), dopo il quale si estendeva presumibilmente il Golfo di Guinea. L’estrema tappa del viaggio di Annone è rappresentata dal paese delle donne-gorilla[9]. Tuttavia il particolare del sole che splendeva a settentrione (fenomeno notato anche da Vasco De Gama durante la circumnavigazione del continente africano) induce a ritenere che i navigatori cartaginesi guidati da Annone abbiano varcato l’Equatore.

All’Africa è dedicata la parte finale della Geografia di Strabone (64/63 a.C. – post 26 d.C.). Dopo aver descritto nel libro XVI la costa del Mar Rosso fino alla regione dei Trogloditi e di altre popolazioni, nel libro XVII l’autore si propone di completare la descrizione dell’Egitto e dell’Etiopia, per poi concludere la sua vasta opera trattando della Libia. Il capitolo della Geografia dedicato alla descrizione dell’Etiopia è stato tradotto in questo numero di “Eurasia”[10].

La parte del continente africano che si affaccia sul Mediterraneo e quella orientale, fino al Corno d’Africa, sono delineate con relativa precisione nelle tavole di Claudio Tolomeo (100-170 d.C.). Invece, è “molto dubbia la parte occidentale, non rispondente al vero quella meridionale, connessa con la ‘terra incognita’ e senza limiti”[11]. Infatti nella tavola XV del codice Lat. V F. 32 della Cosmographia, custodito nella Biblioteca Nazionale di Napoli, a sud della Linea equinoctialis vediamo estendersi l’Ethiopia Interior, che è connessa con la Terra incognita.

Generalmente si ritiene che sulle carte geografiche dell’età romana e di quelle successive figurasse, in corrispondenza delle zone inesplorate dell’Africa, la legenda Hic sunt leones, a indicare che di tali regioni si sapeva soltanto che erano abitate da belve.

Eurafrica

In seguito alla circumnavigazione compiuta da Vasco de Gama nel 1497 apparve chiaro che l’Africa costituisce un’appendice peninsulare della massa continentale eurasiatica, in quanto fra i due continenti esistono stretti rapporti di collegamento e di vicinato, quali ci vengono rappresentati nei termini seguenti da un grande geografo ed etnologo italiano:

“Anzitutto la continuità territoriale è limitata ad una striscia di 160 km., da nord a sud, e quasi altrettanto nella sua massima larghezza. Su uno spazio molto maggiore le terre europee e asiatiche si accostano più o meno alle coste africane, la larghezza del Mediterraneo essendo ridotta a 14 km. nello stretto di Gibilterra e a 140 km. nel mare siciliano, mentre nel Mar Rosso la larghezza media di 200 km. è ridotta a 37 nel Bab el-Mandeb, la porta che, fra le coste dell’Eritrea e quelle dell’Arabia, immette nell’Oceano Indiano”[12].

Questa oggettiva situazione geografica indusse alcuni studiosi a formulare, da prospettive diverse e con intenti diversi, il concetto di Eurafrica. Pare che il termine sia apparso per la prima volta nel 1930, in uno scritto di Paolo D’Agostino Orsini di Camerota[13], che in seguito sarebbe stato libero docente di geografia coloniale alla Regia Università di Roma ed avrebbe collaborato alla rivista “Geopolitica” (1939-’42) diretta da Giorgio Roletto ed Ernesto Massi. Subito dopo, nel 1931, il termine Eurafrika comparve negli scritti di Karl Haushofer[14].

Ma a sviluppare il concetto fu, di lì a poco, il francese René Guernier[15], il quale nel 1933 teorizzò una Eurafrique “funzionale al mantenimento dello statu quo nel continente africano fra i possedimenti francesi e inglesi, non modificandolo cioè con progetti di ulteriore espansione, né con la costruzione di linee ferroviarie fra Dakar e Gibuti o fra Città del Capo e Alessandria d’Egitto”[16].

Paolo D’Agostino Orsini replicò con uno studio intitolato Eurafrica. L’Europa per l’Africa, l’Africa per l’Europa[17], nel quale, in alternativa alla “vecchia Eurafrica” di Guernier, presentata come “l’orto chiuso di pochi Stati plutocratici”, veniva proposta una visione che costituiva il risultato dell’evoluzione su scala continentale del concetto di “spazio vitale”. Per il geografo italiano “l’Eurafrica è prima di tutto un fatto geografico: è la natura che ha predisposto un fuso eurafricano completo (…): l’Africa si trova sull’asse preciso dell’Europa”. Il Mediterraneo, che costituisce la “zona di saldatura” tra l’Europa e l’Africa, sarebbe stato “il mezzo di realizzazione geografica dello ‘spazio vitale eurafricano’”, dal momento che le due rive di questo mare hanno in comune il clima e l’orografia, l’appartenenza alla razza europoide, la storia, l’economia. In particolare, proponendo la costruzione di una ferrovia transafricana che collegasse i possedimenti africani dell’Italia, da Tripoli a Massaua, per aggirare la rotta di Suez, Paolo d’Agostino Orsini opponeva alla visione di Guarnier la visione revisionista “per meridiani”, che avrebbe dovuto rompere la costruzione britannica, le cui linee di comunicazione si sviluppavano invece “per paralleli”.

In un saggio del 1942 Pasquale Pennisi[18] teorizzò la ripartizione dell’Eurafrica in tre zone: quella europea, quella mediterranea (in cui dovevano essere comprese anche l’Asia Minore e la penisola araba) e quella a sud del Sahara. Nella zona mediterranea sarebbe toccato in particolare a Italiani e Spagnoli garantire fra le popolazioni rivierasche una collaborazione di tipo imperiale, basata su “elementi civili e culturali”, mentre dell’Africa a sud del Sahara si sarebbero occupati Francesi e Portoghesi.

Il concetto di Eurafrica non scomparve nemmeno dopo la guerra. Negli anni Cinquanta l’ipotesi di “una possibile unificazione eurafricana”[19] trovava spazio sulle pagine della rivista dell’Istituto geografico militare di Firenze. Tra i collaboratori troviamo anche D’Agostino Orsini, il quale ribadiva la sua versione dell’idea di Eurafrica: “una fatalità decretata dalla natura”, “una indissolubilità geoeconomica tale che realmente può e deve significare che i due continenti sono rispettivamente ed unicamente lo ‘spazio vitale’ l’uno dell’altro”[20]. Apparve allora anche un libro intitolato programmaticamente Eurafrica, nel quale l’autore, il generale Pesenti, prospettava la formazione di un blocco geopolitico eurafricano imperniato sul Mediterraneo, una terza forza che fosse un “fattore d’equilibrio tra Oriente ed Occidente”[21].

Negli anni Sessanta il progetto eurafricano fece parte del programma del movimento Giovane Europa, diretto da Jean Thiriart ed attivo in diversi paesi europei.

“L’Eurafrica – scriveva il quindicinale in lingua francese “Jeune Europe” – potrà essere realizzata solo su basi rivoluzionarie. Noi offriremo ai popoli africani il beneficio della rivoluzione che avremo fatta in Europa, (…) dando all’Africa, come all’Europa, la possibilità di cacciare le marionette politiche i cui fili vengono tirati a Washington. I popoli africani saranno inevitabilmente costretti a capire che essi hanno infinitamente più da guadagnare su questa base realista che non dal canto delle sirene progressiste, le quali non annunciano loro nient’altro se non l’arrivo degli usurai internazionali pronti a depredarli”[22].

Il Manifesto alla Nazione Europea, documento programmatico ufficiale della Giovane Europa, sintetizzava la visione eurafricana nei termini seguenti: “L’Africa deve vivere in simbiosi con l’Europa. Ne è il prolungamento naturale. Il nostro dovere è di associarci ai popoli d’Africa aiutandoli, con tutti i mezzi, a raggiungere lo sviluppo materiale e spirituale che li libererà dall’anarchia, permettendo loro di conquistare una vera indipendenza”[23].

Una prospettiva di questo genere è oggi più lontana che mai, poiché, se l’Africa è il prolungamento naturale dell’Europa, l’Europa è da settant’anni il prolungamento geopolitico dell’Occidente americano. I governi europei che “Jeune Europe” definiva “marionette politiche” di Washington hanno distrutto il Paese che stava all’avanguardia dell’Africa, la Giamahiria Libica, contribuendo così in maniera decisiva a scatenare verso l’Europa un’invasione migratoria che viene usata come qualcosa di simile ad un’“arma di distruzione di massa”[24].

A rimanere attuale, dunque, è una prospettiva inattuale: quella, già evocata sessant’anni fa, di una rivoluzione che restituisca all’Europa la sua sovranità e la renda capace di assolvere alla sua funzione nel più vasto contesto eurasiatico e nei confronti dell’Africa.


NOTE

[1] Secondo Servio, Africa deriverebbe dal greco ᾿Αϕρίκη (“senza freddo”); secondo il lessico bizantino Suda, sarebbe stato il nome punico (significante “territorio separato”, “colonia”) che i Fenici davano a Cartagine.

[2] Cfr. Omero, Odissea, IV, 85-89 e XIV, 295. “… la Libia, che i Romani chiamano Africa nella loro lingua patria” (Eunapio, Vitae sophistarum, 476).

[3] Cfr. Esiodo, Catalogo delle donne, framm. 71.

[4] Erodoto, II, 16-17.

[5] Erodoto, IV, 41-42,1.

[6] Sallustio, Bellum Iugurthinum, XVII, 3-5.

[7] Erodoto, IV, 42, 2-4.

[8] Geographi Graeci Minores 1, ed. C. Mueller, D 1855-1861. Il viaggio di Annone è citato in maniera confusa in un passo da Arriano, Indikà, 43, 11-12.

[9] “C’erano donne dal corpo ricoperto di peli, che gl’interpreti chiamavano Gorilla (Γόριλλαι). Inseguimmo gli uomini, ma non riuscimmo a catturarli: fuggirono tutti quanti, poiché erano in grado di percorrere luoghi scoscesi e si difendevano lanciando pietre. Tre donne non vollero seguirci, ma mordevano e graffiavano gli uomini che le conducevano. Allora, dopo averle uccise, le scorticammo e le loro pelli portammo a Cartagine” (Periplo 18). Sul Periplo di Annone si veda J. Desanges, Recherches sur l’activité des Méditerranéens aux confins de l’Afrique (IVe siècle avant J.-C. – IVe siècle après J.-C.), École Française de Rome, 1978, pp. 39-85.

[10] Altri brani dell’opera di Strabone, raccolti sotto il titolo Utilità della geografia, si trovano nel numero 2/2008 di “Eurasia”.

[11] Lelio Pagani, Presentazione di: Claudii Ptolemaei, Cosmographia. Tavole della Geografia di Tolomeo, Stella Polare Editrice, Torriana 1990, p. vi.

[12] Renato Biasutti, Le razze e i popoli della terra, Volume terzo: Africa, UTET, Torino 1967, 4a ed., p. 3. (La prima edizione apparve alla fine del 1940).

[13] Cfr. Marco Antonsich, Eurafrica, dottrina Monroe del Fascismo, “Limes”, 3/1997, pp. 261-262.

[14] Karl Haushofer, Eurafrika?, “Zeitschrift fur Geopolitik”, n. 19, 1938, p. 888. Cfr. David Atkinson, Geopolitics, cartography and geographical knowledge: envisioning Africa from Fascist Italy, in M. Bell – R.A. Butlin – J. Heffernon (a cura di), Geographical Knowledge and Imperial Power, 1920-1940, Manchester University Press, Manchester 1994.

[15] René Guernier, Afrique: champs d’expansion d’Europe, Colin, Paris 1933.

[16] Carlo Jean, Geopolitica, Editori Laterza, Bari 1995, p. 241.

[17] Paolo D’Agostino Orsini di Camerota, Eurafrica. L’Europa per l’Africa, l’Africa per l’Europa, P. Cremonese, Roma 1934. Seconda edizione.

[18] Pasquale Pennisi, L’espansione fascista in Africa, Edizioni Roma Fascista, Roma 1942.

[19] A. Vlora, Europa ed Africa. Demografia, economia e politica in una possibile unificazione eurafricana, “L’Universo”, 1/1950, pp. 547-564.

[20] Paolo D’Agostino Orsini di Camerota, Africa spazio vitale dell’Europa, “L’Universo”, 2/1953, pp. 275-280; Idem, Gli africani e la Comunità Economica Europea. I grandi spazi geoeconomici e l’Eurafrica, “L’Universo”, 3/1957, pp. 539-544; Idem, Un continente di domani: l’Eurafrica, “L’Universo”, 1/1952, pp. 57-77.

[21] G. Pesenti, Eurafrica, Bertello Editore, Borgo San Dalmazzo 1953, p. 98.

[22] Coriolan, Demain l’Eurafrique, “Jeune Europe”, 26 luglio 1963 – 2 agosto 1963, p. 4.

[23] “Europa Combattente”, giugno 1963, supplemento.

[24] Cfr. C. Mutti, Migrazioni, “Eurasia” 4/2015; Idem, Migrazioni o invasioni?, “Eurasia” 4/2016.

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Claudio Mutti
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).