Un vero scenario da “missione impossibile”: come sottomettere un Paese con la forza, visto che la comunità internazionale – diciamo anche l’ONU – non dà il via libera a un intervento militare?

Nel caso della Libia la “cottura” dell’opinione pubblica e la manipolazione dei membri del Consiglio di Sicurezza erano avvenute rapidamente e con particolare efficacia rispetto alla situazione che si prospetta per la Siria.

In quest’ultimo caso, l’opinione pubblica resta più scettica nei confronti degli apostoli “umanitari” che hanno lasciato la Libia sotto le macerie e con decine di migliaia di morti – per alcuni sono stati oltre 120.000. Questi “umanitari” sono ripartiti dopo essersi impadroniti di miliardi di dollari che appartenevano al popolo libico, ed essersi assicurato il controllo delle risorse petrolifere.

In relazione a tali comportamenti ben poco umanitari Russia e Cina oggi si oppongono a che un’operazione simile sia replicata in Siria.

Che fare, dunque, per sbarazzarsi del Presidente Bashar al-Assad e prendere il controllo della Siria?

C’è quantomeno la faccia da salvare per il Premio Nobel per la Pace del 2009: intraprendere una guerra senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe mal visto dall’opinione pubblica internazionale. Al contrario, fare appello a mercenari che non necessitano di autorizzazioni da parte del Consiglio di Sicurezza diventa un’alternativa interessante.

E’ sufficiente armarli, pagarli, garantire loro un supporto tecnico e logistico. Fino a che essi renderanno la vita dura a Bashar al-Assad e al popolo siriano gli “umanitari” faranno sì che i media presentino le loro violenze e i loro crimini come esito dell’intervento dell’esercito siriano.

L’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo – allestito a Londra dai servizi di sicurezza britannici – raccoglierà foto di vittime insanguinate mentre specialisti si occuperanno dei testi che potranno documentare la crudeltà del regime siriano.

Questa prima fase guerrigliera non ha però dato i risultati sperati. Il referendum sulla nuova Costituzione ha potuto tenersi come si confidava, con una partecipazione di oltre il 58 % dell’elettorato e più del 50 % a favore dell’approvazione. Lo stesso si è verificato con le elezioni legislative di inizio maggio: a dispetto delle azioni terroriste, esse si sono svolte secondo le regole date dalla nuova Costituzione e nove partiti politici sono entrati in Parlamento.

La presenza di gruppi terroristi e di mercenari al soldo di Paesi stranieri è oltretutto sempre più documentata da parte degli osservatori della missione di pace e da parte di Paesi quali la Russia e la Cina, contrari all’ingerenza di Stati stranieri. Persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite – che non può essere tacciato di favoritismi nei confronti del regime siriano – ha dovuto riconoscere la presenza di gruppi terroristi all’interno del territorio siriano e il fatto che la violenza provenga da più parti, non solo da parte del governo.

Era dunque arrivato il momento, per il fronte bellicista, di fare un salto di qualità. Secondo svariate fonti, sono stati incentivati scontri al fine di provocare la morte di soldati, terroristi e numerosi civili, fra cui anche bambini. Le stesse fonti riportano che commando avrebbero radunato molti dei cadaveri nello stesso luogo utilizzando mezzi balistici utili a incriminare il governo siriano come responsabile unico del massacro.

Bisogna credere che tale scenario sia stato preparato da tempo perché, appena pervenuta la notizia del massacro, tutti i principali oppositori del regime si sono mobilitati: riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza, espulsione degli ambasciatori siriani, campagne mediatiche con abbondanza di video e di foto prontamente disponibili. Le agenzie di stampa hanno da subito parlato di responsabilità del governo nel massacro, prima che si fosse svolta alcuna inchiesta in proposito.

Si è dato ben poco peso alle obiezioni del generale Robert Mood, capo degli osservatori della missione di pace, il quale ha attribuito a entrambe le parti la paternità della tragedia. Queste “sfumature” sulla ripartizione delle responsabilità non sembrano essere state prese in considerazione dai nostri governi e dai nostri media.

Kofi Annan, recatosi a Damasco per incontrare le autorità governative, ha fatto appello a tutte le parti perché depongano le armi e si siedano attorno a un tavolo per regolare pacificamente il conflitto.

Russia e Cina confermano il loro appoggio al piano Annan e si oppongono a ogni intervento militare mirante a rovesciare il governo e a cambiare il regime: ogni prerogativa in merito appartiene al popolo siriano, e a esso soltanto.

L’opinione pubblica non trova sempre il tempo di verificare quanto le viene raccontato, tuttavia altri se ne occupano, cosicché il grande inganno – quello del malvagio regime che non capisce che l’argomento della forza, e dello sventurato popolo in attesa dell’intervento umanitario per potersi liberare – fatica a decollare. Un esempio è dato dall’intervista radiofonica resa dal sociologo Alain Soral proprio su questa vicenda: “Ci sono state troppe menzogne in passato, troppi crimini commessi – guerre sanguinose intraprese sulla base di trucchi e manipolazioni – perché quegli stessi mentitori e manipolatori la facciano franca anche stavolta. Sono gli stessi che hanno fatto più di 100.000 morti in Libia senza versare una lacrima, e ora, davanti a 100 morti di cui non conosciamo i responsabili, sono pronti a scatenare un’altra guerra per provocarne altre decine di migliaia. No grazie, io non ci sto”.

Al-manar


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