Fonte: “Rinascita”, 15 gennaio 2010

Prof. Mutti, lei si è interessato agli sviluppi della Rivoluzione Islamica in Iran fin da quando, trent’anni fa, pubblicò alcuni scritti dell’Imam Khomeini nelle Edizioni all’insegna del Veltro. Lei attualmente segue gli sviluppi della politica iraniana dall’osservatorio della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, della quale è redattore. Quale posto occupa oggi l’Iran nel contesto geopolitico?

Nonostante sia circondata da potenze ostili (i regimi wahhabiti e filoamericani della penisola arabica) e da paesi sottoposti all’occupazione militare occidentale (Iraq, Afghanistan, Pakistan), la Repubblica Islamica dell’Iran ha aumentato il proprio peso geopolitico, sicché essa esercita attualmente un’influenza regionale che si estende dal Tagikistan ai movimenti di liberazione del Libano e della Palestina, mentre Turchia e Siria rientrano nel novero dei suoi paesi amici. Infine, è fondamentale il fatto che l’Iran occupi una posizione geografica di enorme valore per la sicurezza della Russia e disponga di un patrimonio petrolifero di vitale importanza per lo sviluppo economico della Cina. In tal modo la Repubblica Islamica dell’Iran può contare sulla solidarietà delle due maggiori potenze del continente eurasiatico.

Chi sono in realtà quei manifestanti che la stampa occidentale designa come “studenti”, “riformisti”, “onda verde”, “rivoluzionari” e così via?

Più che di rivoluzionari, si tratta in realtà di veri e propri controrivoluzionari, come dimostrano senza possibilità di equivoco le loro stesse parole d’ordine, la più esplicita delle quali, “Morte alla vilayat-e faqih“, auspica la fine del governo islamico. Molto significative sono poi le parole d’ordine concernenti la loro collocazione internazionale: “Né Gaza né Libano, mi sacrifico solo per l’Iran!” e “Morte alla Russia e alla Cina!” Interessante, infine, che i manifestanti abbiano resuscitato il motto “Repubblica iraniana”, che era quello dell’usurpatore Reza Shah. Le rivendicazioni espresse da queste frasi non appartengono a semplici frange estremiste del movimento controrivoluzionario, ma anche ai loro caporioni, tant’è vero che Mir Hosseyn Mussavi (il candidato sconfitto alle ultime elezioni presidenziali) si è rifiutato di sconfessarle.

E’ noto, d’altronde, che l’opposizione è una coalizione multicolore che raggruppa individui di vario orientamento politico: reazionari nostalgici della dinastia pahlevi, residui di quei gruppuscoli marxisti che l’Imam Khomeini chiamava sprezzantemente “comunisti made in USA”, terroristi democratici dell’organizzazione Mogiahedin-e khalq.

Se ben ricordo, però, le Edizioni all’insegna del Veltro pubblicarono una raccolta di documenti dell’organizzazione Mogiahedin-e khalq…

Quel libro (Documenti della guerra sacra) fu pubblicato nel 1979, ossia in un periodo in cui i Mogiahedin-e khalq lottavano contro il regime collaborazionista dello Scià assieme ad altre componenti politiche del popolo iraniano. Fu solo in seguito che i militanti di tale organizzazione rivolsero le loro armi contro i loro compatrioti, rendendosi responsabili di sanguinosi attentati commissionati da centrali straniere e meritando l’epiteto ignominioso di monafeqin (“ipocriti”).

Quali sono le centrali straniere che ispirano le azioni dei attuali oppositori del governo iraniano?

Già il 19 giugno 2009, nel discorso pronunciato in occasione della Preghiera del Venerdì, l’Ayatollah Khamenei stabilì un chiaro collegamento tra gli eventi postelettorali iraniani e la cosiddetta “rivoluzione delle rose” orchestrata da Soros in Georgia. L’accusa dell’Ayatollah Khamenei è stata confermata da una notizia apparsa sulla “Stampa” del 28 giugno 2009 in un articolo di Maurizio Molinari: il Dipartimento di Stato USA ha messo a disposizione degli attivisti “riformisti” fondi federali per 20 milioni di dollari. Nel 2006 Condoleezza Rice aveva stanziato 66 milioni di dollari per i “dissidenti” iraniani. Per non parlare del denaro verosimilmente elargito dalle centrali sovversive che puntualmente intervengono a sostenere le cosiddette “rivoluzioni colorate”: il Center for International Private Enterprise, il National Democratic Institute for International Affairs, l’International Republican Institute ecc.

Secondo lei, Khamenei ha i giorni contati? Il presidente Ahmadinejad cadrà?

Per rendersi conto dell’enorme consenso di cui gode l’Ayatollah Khamenei, è sufficiente dare un’occhiata ai filmati delle manifestazioni popolari in suo sostegno. (Ce n’è uno anche nel sito del CPE, www.cpeurasia.org). Si confrontino i milioni di persone che scandiscono il suo nome con le poche migliaia di teppisti “dirittumanisti” reclutati per lo più nei quartieri settentrionali di Teheran.

Quanto al presidente Ahmadinejad, la solidità della sua posizione è confermata dal consenso elettorale recentemente decretato a suo favore dal popolo iraniano.


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).