Gerardo Hernández, Ramón Labañino e Antonio Guerrero, tre cubani del famoso gruppo detto dei Cinque, detenuti negli Usa dal 1998 e condannati nel 2001 dopo un processo farsa per aver combattuto contro il terrorismo degli Stati Uniti, sono appena rientrati a Cuba. Gli altri due erano stati rilasciati per decorrenza della pena. René González era stato liberato nell’ottobre del 2011, dopo aver passato tredici anni in prigione, con l’obbligo di rimanere per tre anni negli Stati Uniti in libertà vigilata. Fernando González, invece, è stato liberato il 27 febbraio di quest’anno, dopo oltre quindici anni di carcere.
Il fatto rientra nel quadro di nuove relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti, che dovrebbe portare alla fine dell’embargo contro l’Isola, durato oltre cinquant’anni, ed all’aprirsi di nuovi scenari nelle relazioni fra i due Paesi.

Il caso dei Cinque

Fin dalla vittoria della rivoluzione nel 1959, Cuba è stata il bersaglio costante del terrorismo statunitense. Gli anticastristi, appoggiati e finanziati dagli USA, hanno organizzato migliaia di attentati contro l’isola caraibica e più di seicento tentativi di uccidere Fidel Castro. Si tratta di azioni criminali che hanno causato la morte di oltre 3500 cubani.
La base della rete terroristica anticastrista si trova a Miami. Essa agisce tramite un canale utilizzato per finanziare direttamente le azioni terroristiche sul suolo cubano, che è la Fondazione Nazionale Cubano-Americana (FNCA). Ad essa si sono sempre rivolti i candidati alla presidenza USA, sia democratici che repubblicani, alla ricerca di sostegno elettorale, con la promessa, in cambio, di distruggere l’economia cubana.
Il governo cubano, ovviamente, doveva difendersi da queste vili azioni. Ѐ a tale motivazione che si deve l’istituzione di una squadra antiterrorismo per raccogliere notizie sul territorio americano al fine di scoprire potenziali attentatori e prevenire ulteriori stragi. Ѐ la normale politica di sicurezza nazionale che viene accettata ed attuata in tutto il mondo. Fu così, che alla metà degli anni Novanta, mettendo a rischio le loro vite, cinque giovani cubani – René González, Fernando González, Gerardo Hernández, Ramón Labañino e Antonio Guerrero – poi detti “i Cinque”, assunsero il pericoloso compito di infiltrarsi nei gruppi eversivi degli “esuli”, al fine di informare le autorità del loro Paese su imminenti attività violente, come attentati per assassinare esponenti politici del governo castrista o progetti di attacchi ad alberghi o a siti turistici.
I cinque giovani raccolsero prove indiscutibili dell’attività eversiva dei clan dell’estremismo cubano in Florida, responsabile di centinaia di attentati contro il popolo dell’Isola, e contribuirono a sventare quasi 170 attentati, salvando un gran numero di vite innocenti. Il governo cubano avvertì Clinton e informò l’FBI delle attività criminose delle bande di Miami.
Quale fu la risposta del governo statunitense? Lungi dal catturare i criminali, il governo di Washington decise l’arresto dei cinque cubani che, a rischio della propria vita, si erano introdotti in quelle bande terroristiche della Florida per difendere la loro patria.
Il processo è stato una farsa, un processo politico che, se fosse avvenuto in un altro Paese, sarebbe stato fortemente criticato dagli Stati Uniti come un caso di violazione dei diritti umani. Contro i Cinque furono presentate ventisei accuse, tra cui “cospirazione e frode contro il governo” degli Stati Uniti e “invio di informazioni a un governo straniero relative a questioni di difesa”.
Molte altre furono le irregolarità del processo. Fra queste, la violazione del Sesto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che stabilisce per gli imputati il diritto ad una giuria giusta e imparziale, condizione inesistente nell’atmosfera di Miami, ultimo posto al mondo ove i Cinque cubani avrebbero potuto avere un processo equo, tanto che il professor Lisandro Péres, docente di Sociologia e Antropologia e direttore dell’Istituto di ricerche cubane presso l’Università della Florida, ha scritto che «la possibilità di selezionare dodici cittadini della contea di Miami-Dade che possano essere imparziali su un caso in cui sono coinvolti agenti dichiarati del governo dell’Avana è praticamente nulla».
Alla fine i Cinque vennero ritenuti colpevoli di tutti i capi di imputazione e furono condannati a pene durissime, da quindici anni di reclusione fino all’ergastolo.

 

Come i mezzi di informazione hanno trattato il terrorismo statunitense

I grandi mezzi di informazione internazionali hanno a lungo ignorato questa ennesima prova di arroganza dei governi di Washington, evitando accuratamente di fornire ai loro lettori i dettagli su una storia che avrebbe messo in dubbio il dogma che gli Stati Uniti siano l’esempio della democrazia e i paladini della libertà.
Perfino il New York Times l’aveva per molto tempo evitata, fino al punto che per farla conoscere, il 3 marzo 2004, alcune prestigiose personalità di un comitato di solidarietà internazionale, di cui facevano parte, fra gli altri, Noam Chomsky e Rigoberta Menchù, avevano dovuto comprare, pagando 60.000 dollari, una pagina del giornale. In essa ci si chiedeva: «Ѐ possibile essere imprigionati negli Stati Uniti per aver lottato contro il terrorismo?». E la risposta era: «Sì, se combatti il terrorismo di Miami».
Il terrorismo statunitense non è certo un fenomeno degli ultimi anni. Nel 1986 la Corte Internazionale di Giustizia diede torto agli Stati Uniti per i crimini commessi in Nicaragua e li condannò per «uso illegale della forza», che secondo la terminologia giuridica internazionale e anche della stessa FBI significa terrorismo. In altre parole, il governo che ha fatto della lotta al terrorismo la sua bandiera è stato il primo al mondo ad essere condannato per terrorismo dal Tribunale Internazionale. Se esistesse veramente un’informazione indipendente, una notizia del genere dovrebbe avere un rilievo enorme. Ma i nostri media, corrotti e disonesti, sembrano accettare tacitamente la necessità di evitare di dar spazio a qualunque notizia che possa mettere in dubbio il dogma che gli Stati Uniti siano i paladini della lotta al terrorismo. Una convinzione che non è stata scalfita nemmeno dagli orrori commessi a Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram e in tutte le altre decine di luoghi di detenzione dei paesi occupati dalle truppe statunitensi.

 

Possibili scenari futuri

La scarcerazione dei tre cubani si colloca nel quadro del disgelo che apre nuovi scenari nei rapporti fra Cuba e Stati Uniti.
Alcuni sviluppi futuri, quali la normalizzazione dei rapporti diplomatici, la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario e la cancellazione di Cuba dalla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo, possono essere previsti fin da ora. Come può essere previsto, con assoluta certezza, che la base navale di Guantanamo non verrà mai restituita.
Al momento, gli Stati Uniti sono il solo Paese del continente americano a non avere normali relazioni diplomatiche con Cuba. Già entro gennaio è prevista una delegazione statunitense all’Avana per discutere le modalità del ripristino delle relazioni diplomatiche fra USA e Cuba, a partire dall’apertura delle reciproche ambasciate all’Avana e a Washington.
Sono oltre venti anni che gli Usa, appoggiati da Israele, votano a favore dell’embargo. Nel corso dell’ultima riunione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nell’ottobre del 2014, ben 188 Paesi hanno votato contro le sanzioni al popolo cubano.
L’embargo non solo impedisce alle aziende USA di fare affari con Cuba, ma vieta ai cittadini statunitensi di visitare l’isola come turisti e pone restrizioni anche alle visite ai famigliari. Presto potranno essere acquistati in USA biglietti aerei per Cuba, senza più recarsi all’estero o passare tramite agenzie. Sarà possibile anche il trasferimento di denaro con Cuba, finora vietato.
Dal 1982, l’amministrazione Reagan ha inserito Cuba nella lista degli stati che appoggiano il terrorismo. Barack Obama ha già annunciato che presto Cuba sarà rimossa dalla lista nera.
Non solo. Il Presidente statunitense ha fatto sapere di aver autorizzato “un aumento dei collegamenti di telecomunicazioni tra Stati Uniti e Cuba”, in modo che le aziende “saranno in grado di vendere merci che permetteranno ai cubani di comunicare con gli Usa e con altri Paesi”.
Siamo così all’aspetto più complesso, perché meno evidente, ma proprio per questo più importante ed inquietante, del nuovo scenario che va profilandosi. Ѐ veramente una «mano di amicizia» quella tesa dagli Usa? Ѐ forse cambiata la visione statunitense dei rapporti con l’isola caraibica, alla quale Obama non nasconde di voler portare i propri valori, o far «brillare una luce di libertà?» L’Amministrazione di Washington spinge alla normalizzazione, non certo per un cambio di vedute sulla politica cubana, ma al fine di poter sfruttare nuove opportunità commerciali, soprattutto nel mercato delle telecomunicazioni. Cuba, da parte sua, ridurrà le restrizioni in materia di accesso ad Internet. Obama ha ragione. Le sanzioni contro Cuba non hanno funzionato. Occorre trovare una nuova strategia. Aprire al liberismo economico. Aprire l’ambasciata all’Avana. Un’ambasciata sicuramente quartier generale della CIA, che come in tanti altri casi, possa servire come base per arrivare a un cambio di regime. L’analista politico Andrew Korybko si chiede se Raul Castro non stia facendo un errore fatale, scendendo a patti con il diavolo, e se presto, una volta «introdotta la volpe nel pollaio», non dovremo assistere a una nuova rivoluzione colorata.

 

BIBLIOGRAFIA

Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, a cura di Salim Lamrani, Sperling e Kupfer. 2007;
Gianni Minà, I cubani che scoprirono il terrorismo Usa, da “Il Fatto Quotidiano” del 16/05/10;
Stephen Lendman, Longstanding US Cuba Policy: Regime Change, 19/12/2024 (Global Research);
Andrew Korybko, Did Raul Just Reverse the Entire Cuban Revolution?, 18/12/2014 (orientalreview.org).

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