Le distorsioni prodotte da una crisi umanitaria, la mala allocazione degli aiuti e l’ennesimo fallimento strutturale delle ONG.


Il terremoto di Haiti rappresenta l’esempio più recente delle complesse dinamiche presentate da una crisi umanitaria di grande portata. Ad un anno dal sisma e dopo numerosi trattamenti post-cataclisma, l’isola continua ad annaspare tra le macerie. Massicce iniezioni di aiuti umanitari, spiegamento di forze economiche e umane, organizzazioni non governative (ONG) presenti ovunque. Focolai di violenza, rivolte urbane, epidemie dilaganti ed elezioni politiche di dubbia regolarità. Il tutto, raccontato da un’attenzione mediatica altalenante che ha acceso i riflettori quasi esclusivamente nei momenti in cui la crisi raggiungeva picchi meritevoli. Lo scenario che fa breccia nell’immaginario di tutti è drammaticamente caotico e imprevedibile, oltre che circondato da stupore e rigoroso sdegno.

Se ci si chiede quale sia l’attuale stato dell’isola, la risposta si deduce facilmente dai dati, confrontando passato e presente. Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha ridotto in polvere gran parte della capitale, Port-au-Prince , e numerosi altri centri nevralgici in tutto il paese. Alcuni studi, come quello della Banca Inter-Americana per lo Sviluppo, hanno stimato un danno complessivo che oscilla tra i 7 e i 14 miliardi di dollari. A ciò vanno aggiunti più di 300.000 decessi.

In prima battuta, la comunità internazionale si è repentinamente attivata. I maggiori donatori, riuniti a New York a meno di due mesi dal sisma, hanno fatto promesse per circa 5 miliardi di dollari in un anno e mezzo. Personaggi influenti, come l’ex presidente USA Bill Clinton, si sono impegnati in prima persona per garantire una solida ricostruzione. Tuttavia, qualcosa sembra essere andato storto. Ad un anno dal sisma, il paese oscilla tra emergenza e stabilizzazione, restando piuttosto intrappolato nella prima condizione.

Certo, nel bel mezzo del processo di ricostruzione, è sopraggiunta una devastante epidemia di colera che ha colto tutti di sorpresa. Circa 2500 i decessi e i contagi, in progressivo aumento, sono ormai nell’ordine delle decine di migliaia. La precarietà delle infrastrutture, la disorganizzazione delle risorse e il fatto di aver sottovalutato il problema, hanno fatto si che la situazione sfuggisse di mano e l’epidemia si diffondesse rapidamente. Ben presto, ai morti si sono aggiunte rivolte urbane, violenze e attacchi agli operatori umanitari. I caschi blu nepalesi sono stati accusati di essere essi stessi la fonte della pandemia e alcune ONG hanno rischiato il linciaggio.

A chiudere il quadro disastroso ci hanno pensato le elezioni di novembre, mentre nelle strade si continuava a lottare per la sopravvivenza. Diciannove i candidati tra cui un celebre cantante pop haitiano. Emblematica l’immagine dei manifesti elettorali che campeggiano sulle macerie del palazzo presidenziale.

La domanda che si fanno in molti e sulla quale non bisognerebbe mai smettere di riflettere è ridondante: dove sono finiti gli aiuti internazionali? Come è possibile che i risultati ottenuti fino ad ora siano cosi maledettamente lontani dalle aspettative?

Ancora una volta, tutti puntano il dito contro le organizzazioni internazionali e le ONG. Buona parte della stampa internazionale sente improvvisamente il dovere di pubblicare reportage indignati.

L’evidenza del degrado non aiuta certo a smentire tali voci. Circa il 90% delle macerie giace ancora ai margini delle strade e le tendopoli sono ormai parte integrante del panorama spettrale della capitale. Le infrastrutture nevralgiche per il risanamento dell’isola giacciono in uno stato pessimo.

In ultimo, osservando lo svolgimento del processo elettorale, si manifesta chiaro ed inequivocabile il malessere della popolazione riguardo alle ONG. Paradossale che alcuni candidati abbiano centrato la propria campagna elettorale sulla promessa di ridurne drasticamente l’influenza politica ed economica e di strappargli di mano il controllo del territorio e delle risorse. Paradossali le dure critiche a alcune ONG, tra le quali Medici Senza Frontiere. Si è persino detto che buona parte dei decessi, nonché l’attuale clima di violenza e degrado diffusi, potevano essere ampiamente evitati.

Il caso di Haiti rappresenta l’apice di una concatenazione di problemi strutturali spesso sottovalutati. Basta guardare al passato per accorgersi che ogni crisi umanitaria raggiunge sempre uno stallo in tal senso. Unico beneficiario è la condizione di status quo nella quale molte ONG stagnano da anni. Si continuano a sprecare risorse e ci si continua ad indignare, restando intrappolati nel più classico dei circoli viziosi.

Le ONG sono organismi privati senza scopo di lucro che beneficiano di fondi di diversa natura. Ora, senza nulla togliere alla nobiltà dell’intenzione e alle difficoltà della missione, c’è qualcosa che si ostina a non funzionare nel verso giusto. Le ONG sono, in genere, strutture ben organizzate, dotate di statuti, corpi decisionali, obiettivi e meccanismi burocratici. Tuttavia, a mio avviso, sembrano essere prive di alcuni elementi che ne fanno degli agenti atipici. Tali elementi sono: legittimità, responsabilità, controllo e obiettivo.

Le ONG non presentano alcun elemento che le riconduca direttamente alla legittimità popolare, se non in misura sommaria. Potrebbe dirsi che, almeno nel caso delle ONG più grandi si siano andate formando una sorta di constituencies informali. Ma ciò è insufficiente a creare un solido fondamento di legittimità. Non essendoci tale elemento, viene conseguentemente a mancare una forma sufficientemente stringente di responsabilità politica diretta.

Anche il controllo non è in genere effettuato da nessun organismo terzo e indipendente. Esse non rispondono praticamente a nessuno in caso di fallimento o sperpero delle risorse e non sono destinatarie di sanzioni significative che potrebbero rivelarsi un tassello necessario nel meccanismo di gestione delle risorse. Tale situazione è supportata dall’idea che le ONG siano al di sopra delle parti, che siano esse stesse a fungere da controllori laddove gli altri non possono o non vogliono. Tale idea è chiaramente un equivoco. Dietro alle ONG ci sarebbe la cosiddetta società civile globale, dotata di un unico punto di riferimento: la stampa. Pur nella drammaticità trasmessa dai media, la percezione di ciò che accade in terre lontane è obiettivamente limitata. Se vogliamo, è proprio questo il limite più evidente della società civile globale, che impedisce lo sviluppo di un collante sociale sufficientemente forte tra società diverse. Allo stato attuale, l’unico mezzo che possa realisticamente, se pur limitatamente, fungere da supervisore è proprio la stampa. Ma anche questa, come è stato chiaro in passato e nel recente caso di Haiti, presenta limiti legati alle spinte del marketing, alle necessità dettate dall’attenzione mediatica e a pressioni esterne di varia natura.

Ora, la strada da percorrere per porre rimedio all’eterno ritorno di tali spiacevoli situazioni è alla portata di tutti. Non occorre certo l’eradicazione delle ONG. Sarebbe un atto sciocco e avventato. Può sembrare ridondante, ma la soluzione sta proprio nella banalità di una riforma che continua a farsi attendere. Niente di sorprendentemente rivoluzionario. Le ONG non sfuggono al più generale discorso sulla riforma delle organizzazioni internazionali. Vista la loro importanza strategica e logistica e vista la quantità di risorse che gestiscono, non pare affatto avventato porre la necessità della riforma delle ONG allo stesso livello di quella, ad esempio, del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

È necessario, anzitutto, costruire un framework che disincentivi l’eccessiva proliferazione di ONG. Osservando le statistiche si nota facilmente che mentre il numero di ONG è cresciuto esponenzialmente negli ultimi decenni, la curva dell’efficienza non ha certo seguito la stessa strada. Favorire quelle consolidate sembra essere l’unico modo per ottenere un fondamento di legittimità. Una legittimità che pur collocandosi a un livello più basso di quella elettorale, resta tutto sommato possibile da realizzare.

In secondo luogo, le ONG devono essere responsabili del proprio operato. Sanzioni effettive devono prevedersi in caso di errori gestionali e nei numerosi casi di sfacciato sperpero delle risorse.

In terzo luogo, sono necessari corpi indipendenti in grado di giudicare l’operato di tali attori e un’attenzione mediatica più focalizzata su un settore spesso pericolosamente sottovalutato. Una maggiore apertura delle ONG alla società civile che le circonda e una maggiore attitudine cooperativa con il mondo del profit, restano aspetti di fondamentale importanza.

In ultimo, se si analizza quello che è il ruolo comune a tutte le ONG, ci si accorge di un fatto fondamentale. Oltre a obiettivi specifici di breve o lungo periodo, il fine ultimo di qualsiasi ONG dovrebbe in fondo essere quello di estinguersi una volta realizzato il proprio obiettivo. Esse sono, in questo senso, attori transitori. Non si vuole certo negare che esistano casi particolarmente complessi, in cui si richiedono tempi più lunghi e costi più onerosi del solito. Tuttavia, ciò non giustifica che il consolidamento sul territorio, l’ingerenza politica e il controllo delle risorse siano la regola piuttosto che l’eccezione.

Solo attraverso il cambiamento delle regole in questo senso ci sarà maggiore trasparenza ed efficienza. Chiaramente, il caso haitiano non beneficerà di nessuna di tali considerazioni. La ripresa arriverà ancora una volta con costi umani ed economici di gran lunga superiori al dovuto.

È giunto dunque il momento di prendere seriamente in considerazione tali questioni e ripensare l’architettura dell’intero settore in maniera seria e sistematica. Ciò, quanto meno, eviterebbe il ripetersi della litania tragicomica alla quale siamo costretti ad assistere. La stampa internazionale che improvvisamente si desta e denuncia scandali e sprechi. La società civile che, indignandosi, finisce per confondere preti missionari, mercenari e operatori umanitari. Le ONG, a loro volta, non sentono neanche il bisogno di difendersi dagli attacchi. Il loro essere chiamati in causa da un frastuono mediatico privo di alcuna misura concreta, non sembra il più delle volte scuoterle. Lo scenario prodotto da tale situazione è inevitabilmente irrazionale, privo di buon senso e soprattutto totalmente fuori controllo.


* Alessio Orgera, dottore in Relazioni internazionali (LUISS “Guido Carli” di Roma), opera nell’Ufficio del Segretario del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Roma).


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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