La Voce della Russia”, emittente statale russa che trasmette nel mondo in varie lingue, ha intervistato Tiberio Graziani, direttore di “Eurasia”, a proposito degli ultimi avvenimenti in Kirghizistan.

La registrazione dell’intervista trasmessa da “La Voce della Russia” può essere ascoltata cliccando qui.

Di seguito la trascrizione.


Da Mosca La Voce della Russia!

“Oggi nel mondo” continua con una nota di approfondimento sulla Kirghisia di Aleksandr Prokhorov che ha intervistato in proposito il dottor Tiberio Graziani, direttore della rivista di geopolitica “Eurasia”. Ma prima di dare a lui la parola sara’ opportuno un aggiornamento basato su fonti russe, americane ed europee.

Secondo l’agenzia on line Lenta.ru il vice capo del governo provvisorio della Kirghisia avrebbe minacciato di chiudere la base americana di Manas se le autorita’ britanniche non consegneranno il figlio dell’ex presidente Bakiev, che nonostante un mandato internazionale di cattura, si sarebbe rifugiato in Gran Bretagna.

Maksim Bakiev viene accusato di peculato e di appropriazione di crediti concessi dalla Russia.

La stampa russa informa che egli controllava una societa’ che forniva combustibile alla base americana di Manas vendendo a prezzo maggiorato quello che i russi concedevano ad un prezzo agevolato.

Bakiev sarebbe stato fermato all’aeroporto di Farnbourugh e le autorita’ kirghise ne hanno chiesto l’immediata estradizione. Alle accuse economiche  si aggiunge quella di aver fomentato e finanziato i disordini nel sud del paese e di controllare il traffico di droga di provenienza asiatica.

La base di Manas fu concessa agli americani nel 2001 per i rifornimenti alla coalizione internazionale impegnata in Afghanistan. Ai primi del 2009 le autorita’ avevano preannunciato la sua chiusura per poi fare marcia indietro.

Un organo indipendente come “Pacific Free Press” ritiene che i servizi segreti americani e organizzazioni come Freedom House siano implicati nei disordini in Kirghisia  che dovrebbero sfociare in una guerra civile.

Secondo il dottor Tiberio Graziani giunto a Mosca per partecipare al Forum internazionale sulla droga afghana Stati Uniti e Inghilterra eserciterebbero in Kirghisia una funzione destabilizzatrice, a differenza di quanto fa la Russia.

Ecco cosa ci ha detto.

Aleksandr Prochanov: Dottore, vorrei farle un’altra domanda sull’evolversi della situazione in Kirghisia, da dove arrivano notizie preoccupanti col solito rigurgito delle tensioni. Lei come vede in generale questa situazione?

Tiberio Graziani: Ricordiamoci che qualche anno fa è avvenuto un colpo di stato ad opera di uno dei ministri di Akaev, e più di recente uno nuovo sempre ad opera d’elementi legati al governo. Ciò dimostra come in Kirghizistan vi sia un gruppo di potere abbastanza chiuso, in cui i vari cambiamenti passano attraverso cosiddette “rivoluzioni”, in realtà semplici avvicendamenti al vertice che non investono la società nella sua interezza.

In ciò s’inserisce però la “strategia della perturbazione” che viene da lontano, dagli Stati Uniti. Non a caso in Kirghizistan c’è una base nordamericana, Manas…

AP: …ed anche una base russa. Una situazione sui generis.

TG: Una situazione sui generis che crea tensione. Alta tensione, fragilità economica, una classe dirigente chiusa ma litigiosa al suo interno, forse non attenta o comunque incapace di portare avanti gl’interessi della popolazione, ed a mio avviso priva della coscienza geopolitica per valorizzare il paese (da Manas partono i rifornimenti per l’Afghanistan). Questi elementi fanno del Kirghizistan un’area che potrebbe essere completamente destabilizzata. Va detto che la presenza della base militare russa potrebbe bilanciare l’effetto perturbatore e rendere possibile la stabilizzazione. Il vero problema, la reale perturbazione che ancora permane, è la base statunitense.

AP: Ma a suo modo di vedere questi disordini rientrano nella logica della creazione degli “archi di crisi”?

TG: Sicuramente sì. La base atlantista serve ad allargare “l’arco di crisi” fino all’Asia Centrale, che non solo Brzezinski ma anche Huntington hanno definito “il ventre molle del continente eurasiatico”. Negli anni ’50 e ’60 la stessa espressione, “ventre molle”, fu utilizzata nel Mediterraneo per l’Italia e per la Grecia, ed infatti in quest’ultimo paese ebbe poi luogo un colpo di stato.

AP: Ritorna la vecchia domanda: “Cui prodest?”

TG: Giova ovviamente agli attori globali esterni alla massa continentale eurasiatica. In sostanza, agli Stati Uniti, e in parte anche all’Inghilterra.

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