In una recente intervista apparsa sulle colonne del sito di informazione russo Sputnik, Monsignor George Abu Khazen, Vescovo latino di Aleppo, ha lanciato un accorato appello in cui, oltre a sottolineare l’essenza criminale del regime sanzionatorio imposto alla Siria dal Caesar Act statunitense, ha espressamente richiesto agli Europei di non seguire più Washington sulla strada dell’aggressione economico-militare al Paese levantino.

Infatti, secondo Abu Khazen, il regime sanzionatorio, colpendo in primo luogo le fasce più povere della popolazione e le minoranze, ha creato un disastro peggiore dell’occupazione della città da parte dei gruppi terroristici a loro volta foraggiati dall’“Occidente”[1]. Il prelato, inoltre, nella medesima intervista afferma con grande franchezza come la Siria non necessiti di aiuti particolari. In Siria c’è grano e petrolio a sufficienza per tutti. Tuttavia, l’occupazione nordamericana della parte nordorientale del Paese (l’area più ricca di risorse) impedisce ogni reale ricostruzione[2].

All’accorato appello contro il regime sanzionatorio, il Vescovo di Aleppo ha aggiunto una denuncia delle condizioni delle popolazioni cristiane che rimangono ancora ostaggio dei gruppi terroristici (sotto protezione turca) nell’area di Idlib: una comunità che vive ormai da quasi due millenni nelle prossimità del fiume Oronte ormai ridotta a qualche centinaio di persone a cui viene impedito sistematicamente non solo di praticare la propria fede ma anche di lavorare nei campi.

L’appello di Monsignor Abu Khazen impone in primo luogo due tipi di riflessione. La prima è legata al fatto che, nonostante la stucchevole retorica propagandistica dell’“amministrazione pacifista” e “non interventista”, la presidenza Trump, in termini geopolitici (senza entrare nel merito della lotta tra apparati di potere che ancora oggi divampa a Washington), si è mossa su diversi teatri in sostanziale continuità con quella del predecessore Barack Obama. E questo perché i processi geopolitici si muovono spesso e volentieri in modo autonomo rispetto allo stesso inquilino della Casa Bianca, che, nel caso di Trump, ha fatto ben poco per ostacolare il circolo vizioso generato dal complesso militare-industriale e da quella “sindrome di privazione del nemico” che ha afflitto la NATO dopo il crollo dell’URSS.

È addirittura superfluo dover ricordare, ancora una volta, come le aggressioni economiche, da Tucidide fino a Carl Schmitt, vengano ritenute a tutti gli effetti come “atti di guerra”. Una pratica alla quale negli ultimi quattro anni si è dovuto assistere in innumerevoli occasioni (oltre alla Siria, si possono citare i casi dell’Iran, della Cina, ed il prolungamento e rafforzamento del regime sanzionatorio alla Russia ed al Venezuela) e che era stata ampiamente preventivata nel celebre discorso di Barack Obama di fronte ai cadetti di West Point del 2014. In quella occasione, l’ex Presidente nordamericano affermò la necessità della riduzione dell’intervento militare diretto da parte statunitense (troppo costoso) ed il ricorso in caso di una minaccia non diretta ad azioni multilaterali, all’isolamento ed alle sanzioni nei confronti del “nemico”[3].

È altresì superfluo dover ricordare come il tanto ostentato ritiro dalla Siria non sia in realtà mai avvenuto. Oggi è noto che il Pentagono, nel corso dell’amministrazione Trump, ha scientemente nascosto il numero reale della presenza militare USA tanto in Siria quanto in Iraq ed Afghanistan, sia per portare avanti la retorica della “fine delle guerre infinite”, sia per evitare al contempo che tale evenienza si realizzasse concretamente. Se è vero (forse) che il numero reale delle unità militari probabilmente è stato nascosto allo stesso Presidente (cosa di per sé non particolarmente sconvolgente per chi conosce i meccanismi che muovono gli apparati di potere nordamericani)[4]: è altrettanto vero che è stato Donald J. Trump ad autorizzare le incursioni nei Paesi in questione (compresa quella che ha assassinato Qassem Soleimani) ed i suddetti atti di guerra economica[5]. Senza considerare che, dati alla mano, nei casi di Afghanistan e Yemen l’amministrazione Trump ha sganciato addirittura più bombe di quelle che l’hanno preceduta, con il picco di 7.423 ordigni nordamericani sganciati sul Paese centroasiatico nel solo 2019[6].

Va da sé che, al momento, non sembra affatto ci siano margini entro cui la nuova amministrazione possa muoversi in una direzione diversa dalle precedenti. Se l’amministrazione Trump ha estremizzato delle posizioni che si sono configurate sotto Barack Obama (ad esempio, il contenimento della Cina), appare evidente che l’amministrazione Biden-Harris si muoverà sulla falsariga di quelle precedenti.

La seconda riflessione che ispira l’appello del Vescovo di Aleppo, oltre al richiamo ad un’Europa succube del volere nordamericano[7], è legata ad aspetti più prettamente storico-ideologici e religiosi. Ed effettivamente qui entra in gioco la figura del Generale Martire Qasem Soleimani.

Il Presidente Bashar al-Asad ha spesso fatto riferimento all’importanza della comunità cristiana per l’essenza ed il carattere sovrano della Siria. Di fatto, il territorio che oggi corrisponde al Paese levantino, oltre ad aver costituito sin dall’antichità un centro di irradiamento culturale e religioso di primo piano come nel caso della diffusione del culto solare (“provvidenziale intervento dall’Oriente” per René Guénon) nell’Impero romano, ha influito, con i suoi teologi, in modo determinante sull’evoluzione della stessa dottrina cristiana; basti pensare all’opera di San Giovanni Damasceno, espressione perfetta di un cristianesimo propriamente orientale e ricco di influenze eurasiatiche.

Nel corso dei secoli il paese ha conosciuto in particolar modo uno sviluppo esteso del culto mariano. Un culto dimostrato dalla presenza di innumerevoli santuari dedicati alla Madre di Gesù e sopravvissuti negli anni del conflitto a saccheggi e distruzioni. Uno dei più importanti senza ombra di dubbio è il monastero di Saidnaya (Signora della Caccia in siriaco), appartenente al Patriarcato ortodosso di Antiochia e meta di pellegrinaggio anche per i musulmani. La storia di questo monastero è emblematica riguardo al carattere sacro e tradizionale della presenza cristiana in Siria. La leggenda narra che l’imperatore bizantino Giustiniano I, impegnato in una battuta di caccia nell’area, smarrì la via nei dintorni di Damasco rischiando di morire a causa della disidratazione. La sete venne placata grazie all’aiuto di una gazzella, successivamente identificata da Giustiniano come un messo angelico mariano, che lo condusse ad una fonte d’acqua su quella stessa roccia su cui l’Imperatore volle in seguito far costruire il santuario. Ed all’ingresso del santuario vennero iscritte le parole tratte dal Libro dell’Esodo: “togli le scarpe dai piedi, poiché il luogo in cui ti trovi è terra santa”[8].

Ora, riprendendo il concetto secondo il quale geografia sacra e geopolitica spesso si sovrappongono, è bene sottolineare che la regione nella quale si trovano i principali centri di culto cristiani in Siria (da Saidnaya a Maaloula) possiede anche un valore geostrategico di notevole importanza. Osservando una mappa del Levante, si noterà facilmente che quest’area corrisponde a quelle montagne di Qalamoun, lungo il confine tra Siria e Libano, al di là delle quali si trova la Valle della Bek’a che costituisce (storicamente) uno dei principali centri di irradiamento dell’attività di Hezbollah. Tale regione, punto di collegamento tra Libano e Siria (e dunque anche di rifornimento tra Beirut e Damasco) è stata a lungo oggetto di contesa tra i gruppi terroristici che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e le forze lealiste (l’Esercito Arabo Siriano con le milizie ad esso collegate) ed i loro alleati (Hezbollah e le Forze Quds comandate proprio da Qassem Soleimani). Damasco ed i suoi alleati hanno lanciato nel corso del conflitto almeno tre diverse operazioni militari per liberare questa fondamentale regione, infliggendo gravi sconfitte tanto al sedicente “Stato Islamico” quanto alle forze legate ad al-Qaeda. In particolare, l’offensiva dell’agosto 2017 portò alla prima grande sconfitta dello “Stato Islamico” sul suolo siriano, alla resa di un cospicuo numero di miliziani dell’entità terroristica, ed alla liberazione di una larga fetta di territorio lungo il confine siro-libanese.

Molte delle milizie cristiane che hanno partecipato alle operazioni militari nella regione a sostegno del legittimo governo di Damasco (ad esempio, i “Guardiani dell’Alba” che riuniscono diverse sigle di matrice cristiana come i “Leoni dei Cherubini” – in riferimento al nome di un importante monastero di Saidnaya – o i “Soldati di Cristo”) sono state costituite sul modello di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, con l’ausilio sia delle Forze Quds di Soleimani sia dello stesso Hezbollah. Sempre Soleimani ha avuto un ruolo di rilievo anche nella formazione di un’altra milizia cristiana, le “Forze della Rabbia”, nella città a maggioranza greco-ortodossa di Suqaylabiyah tra Hama e Latakia[9].

É importante sottolineare che i militanti di questi gruppi si considerano alla stregua di “mujahidin della croce”[10]. Uno dei motti dei “Leoni dei Cherubini” afferma: “Non siamo stati creati per morire ma per la vita eterna. Noi siamo i discendenti di San Giorgio![11]. La loro azione si è rivolta in primo luogo alla difesa dei luoghi di culto cristiani contro le devastazioni dei miliziani takfiri. Tuttavia, molti di questi gruppi hanno partecipato ad operazioni militari anche all’infuori delle aree in cui vive la maggior parte della comunità cristiana siriana. Essi, di fatto, hanno combattuto e combattono da cristiani contro l’“Occidente” ed una visione del mondo a loro totalmente estranea.

Si potrebbe affermare in una certa misura che l’aggressione alla Siria abbia contribuito (utilizzando le parole di Michel ‘Aflaq, padre fondatore cristiano-ortodosso del Ba’ath siriano) a “risvegliare il nazionalismo degli Arabi cristiani”[12]: ovvero, quel sentimento che “porta a sacrificare il proprio orgoglio personale ed i propri privilegi, nessuno dei quali capace di eguagliare l’orgoglio arabo e l’onore di esserne parte[13].

Di fronte a questo scenario, appare abbastanza evidente il motivo per il quale il Segretario di Stato USA Mike Pompeo dichiarò già nel 2018, con il caratteristico stile da gangster che contraddistingue la politica estera nordamericana, che il Generale Soleimani stava creando problemi sia in Siria sia in Iraq e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare il possibile per alzare il prezzo per lui personalmente e per le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione[14].

Oltre all’aspetto prettamente geopolitico (legato al fatto che il lavoro di Soleimani ha contribuito allo sviluppo di forze militari non convenzionali capaci di mettere in crisi la strategia nordamericana e sionista in Siria ed Iraq ed ha creato delle fasce di sicurezza ai confini dell’Iran espandendone, inoltre, la sua influenza nella regione)[15], i “problemi” di cui parla Pompeo sono interconnessi anche ad un aspetto più prettamente “ideologico”. È noto infatti che la sovrastruttura ideologica dell’“Occidente”, nel corso degli ultimi vent’anni, è stata costruita intorno al cosiddetto “scontro tra civiltà”, teorizzato da Samuel P. Huntington e Bernard Lewis, tra giudeo-cristianesimo ed Islam (o tra “Occidente liberale” ed asse islamico-confuciano) al mero scopo di fornire un “nemico” contro il quale opporsi. Allo stesso tempo, oltre alla frammentazione lungo linee etnico-settarie dei principali avversari regionali (strategia che si sta cercando di applicare anche all’Iran)[16], il sionismo ha sempre avuto a cuore l’eliminazione delle comunità cristiane nel Levante[17] per poter riaffermare uno dei miti fondanti dello “Stato ebraico”: il suo ruolo di “vallo contro la barbarie orientale”.

In questo senso, il Generale Soleimani e le milizie a lui collegate, operando anche nel rispetto di precetti teologici prima ancora che militari e difendendo le comunità religiose oppresse dai gruppi terroristici sostenuti dall’“Occidente” (sia in Siria che in Iraq) anche attraverso una cooperazione interconfessionale che si pone agli antipodi rispetto al tradizionale principio imperialistico del divide et impera, hanno smascherato la menzogna di fondo insita nel modello ideologico dello “scontro tra civiltà” ed hanno mostrato che l’entità sionista, lungi dall’essere un vallo contro la barbarie, è essa stessa la barbarie.

Superando il modello ideologico dello scontro tra civiltà attraverso un agire che (in termini prettamente tradizionali) si pone come incontro tra la Via dell’Azione e la Via della Contemplazione (non c’è gihad minore senza gihad maggiore e l’Azione è inscindibile dalla meditazione), la figura del Gen. Soleimani assume il ruolo di “eroe civilizzatore”. In un mondo in rovina, in cui domina l’individualismo e la contraffazione ideologica su più livelli ha distrutto ogni tipo di principio ed attitudine sacrale, la vita di Soleimani è un esempio rivoluzionario. L’Azione, in questo membro della casta guerriera, diviene sacrificio di sé verso un fine superiore. E, con lui, il conflitto torna ad assumere quella dimensione teologica (indagata da Heidegger e Schmitt nella prima metà del XX sulla base dei frammenti eraclitei) che nel mondo “occidentale” è stata annegata nel moralismo di matrice protestante anglo-americana. 

Soleimani è stato ucciso per il semplice fatto di aver rappresentato un modello umano che si pone agli antipodi rispetto all’uomo occidentale moderno ignaro del Sacro e la cui conoscenza è ridotta alla mera accumulazione ed assimilazione di dati empirici. Parafrasando l’Iman Khomeini, Soleimani è stato un vero essere umano nel senso tradizionale e spirituale di tale idea. E per questo è stato ucciso[18]. “Degli esseri umani – scriveva il padre della Rivoluzione Islamica – hanno paura; se ne trovano uno di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato di fronte a loro un uomo vero lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione[19].


NOTE

[1]    È curioso notare come molti presunti cristiani siano arrivati a definire Donald J. Trump come un difensore della cristianità. Alcuni sono arrivati addirittura ad attribuirgli il ruolo di “katechon”. Parafrasando quanto disse il Colonnello Gheddafi riguardo alla differenza sostanziale esistente tra comunisti sovietici e comunisti italiani, si potrebbe affermare che esiste una grossa differenza anche tra “veri cristiani” e chi si è lasciato corrompere da una forma contraffatta di cristianesimo dall’essenza assolutamente anticristiana.

[2]    “Le sanzioni degli USA ci uccidono. Passeremo un Natale di inferno”, intervista di G. Micalessin a G. A. Khazen, www.sputniknews.com.

[3]    Si veda Remarks by the President at the United States Military Academy Commencement Ceremony, www.obamawhitehouse.archives.org

[4]    Si pensi alle manovre che hanno fatto del Vice Presidente (carica soprattutto rappresentativa) Dick Cheney una delle figure più potenti nell’era Bush Jr.

[5]    Lo stesso Trump ha spesso sottolineato con orgoglio come il petrolio siriano sia a totale disposizione degli Stati Uniti. Si veda Trump: Abbiamo il petrolio siriano e ci facciamo quello che ci pare, www.sputniknews.com. È un dato di fatto che il petrolio siriano, in spregio di qualsiasi norma del diritto internazionale sia stato contrabbandato (via Turchia) in Israele. Cfr. Arab paper reveals Syrian Kurds oil privilege to Israeli businessmanwww.farsnews.com.

[6]    Cfr. Trump may have bombed Yemen more than all previous US presidents combined, new report finds, www.businessinsider.com, e Record 7.423 US bombs dropped in Afghanistan in 2019. Report, www.aljazeera.com.

[7]    L’aver assecondato i regimi sanzionatori unilaterali posti dagli USA ha determinato anche una grave perdita economica per l’Europa.

[8]    Si veda il capitolo dedicato alla Siria all’interno dell’opera “Dalla geografia sacra alla geopolitica” (Cinabro Edizioni 2020).

[9]    Si veda Atlante delle milizie cristiane in Siria, www.eurasia-rivista.com.

[10]  Aymen Jawad al-Tamimi, Usud al-Cherubin: a pro-Assad Christian Militia, www.joshualandis.com.

[11]  Ibidem.

[12]  M. ‘Aflaq, La resurrezione degli Arabi, Edizioni all’insegna del Veltro, p. 14.

[13]  Ibidem. A questo proposito è bene ricordare che il laicismo che spesso viene attribuito alla Repubblica Araba di Siria, in realtà, è qualcosa di ben diverso dal modo in cui viene intesa la laicità in Occidente: ovvero, come rifiuto del sentimento religioso. Il laicismo siriano è l’accettazione del sentimento religioso in tutte le sue forme pur mantenendo invariato il legame indissolubile tra la spiritualità araba e l’Islam. “Il legame tra Islam ed arabismo – scriveva ‘Aflaq nel 1943 – non è comparabile a quello fra nessun’altra religione e il sentimento nazionale”.

[14]  Mike Pompeo: Qassem Soleimani is causing trouble in Iraq and Syria…we need to raise the cost for his organization and him personally, www.thenationalnews.com.

[15]  A questo si aggiunga anche il fatto che, stando alle recenti dichiarazioni di Seyyed Hassan Nasrallah, il Gen. Soleimani avrebbe avuto un ruolo di primo piano anche nell’opera di convincimento per l’intervento russo in Siria. Intervento che, oltre ad aver capovolto le sorti del conflitto, ha restituito a Mosca il suo posto di potenza globale.

[16]  Si veda O. Yinon, Una strategia per Israele negli anni Ottanta, l’articolo è originariamente apparso in ebraico su Kivunim (Direzioni), un “Giornale per il Giudaismo e il Sionismo”, N° 14 Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck. Una replica del Piano Yinon in riferimento all’Iran è apparsa nel 2014 sul sito sionista www.mida.org.il con il titolo How to hurt Iran without airstrikes. L’autore fa espressamente riferimento allo sfruttamento del regime sanzionatorio occidentale come strumento per esasperare le impoverite minoranze etniche presenti sul suolo iraniano e spingerle ad azioni di sabotaggio contro il governo centrale o, addirittura, all’aperto separatismo. In particolare, si fa riferimento alle minoranze curda ed azera, così come al gruppo terroristico dei Mujahedin-e Khalq che (probabilmente) ha operato in concerto col Mossad per l’assassinio dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.

[17]  Operazione, ad onor del vero, riuscita almeno per quanto riguarda la comunità cristiana palestinese di cui, anche con la complicità di vertici ecclesiastici più propensi ad adorare il denaro che a difendere i propri fedeli, si è cercato addirittura di cancellare la memoria storica. Strategia a cui il sionismo ha fatto spesso ricorso. Nel corso dell’Operazione “Pace in Galilea”, ad esempio, i militari sionisti saccheggiarono il Centro di Ricerche Palestinesi di Beirut asportando e distruggendo oltre 25.000 volumi e manoscritti al preciso scopo di eliminare qualsiasi segno dell’identità e della storia palestinese.

[18]  È bene anche ricordare che l’assassinio del Gen. Soleimani e di Abu Mahdi al-Muhandis (guida di Kataib Hezbollah), come dimostrato dagli esiti delle indagini iraniane, sembra essere il risultato di un’operazione che gli USA hanno condotto con la complicità di altri Paesi NATO come Regno Unito e Germania.

[19]  R. Khomeini, Il governo islamico. O l’autorità spirituale del giureconsulto, Il Cerchio, Rimini 2007, p. 122.

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Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).