Il Kazakistan è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi dell’integrazione eurasiatica. Già nel 1994 Nursultan Nazarbaev, allora come oggi Presidente della Repubblica kazaca, aveva proposto la creazione di un’Unione degli Stati eurasiatici con una moneta unica, un mercato unificato, il russo come lingua di lavoro, procedure semplificate per il cambio di cittadinanza, un Parlamento sovranazionale e una Presidenza a rotazione (1). Nazarbaev era pienamente consapevole che, dal punto di vista economico, lo scioglimento dell’URSS era stato un assoluto nonsenso, ma in quell’epoca a prevalere erano le spinte centrifughe e la proposta rimase sulla carta. L’unico passo in avanti fu la creazione di un’area di libero scambio tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nel 1995. L’accordo avrebbe dovuto fungere da punto di partenza per l’avvio di un percorso di integrazione economica tra i Paesi ex-sovietici, ma fu solo nel 2007 che questi sottoscrissero un accordo per passare allo stadio successivo dell’integrazione economica, ossia l’unione doganale, che comportava, una volta aboliti i dazi tra i Paesi membri, l’introduzione di una tariffa doganale unificata nei confronti dei Paesi terzi. Da allora, però, l’integrazione eurasiatica ha vissuto un’accelerazione: l’Unione Doganale Eurasiatica è entrata in vigore nel 2010, e il 1°gennaio 2012 è nato lo Spazio Economico Unico (SEU), che prevedeva la libera circolazione di beni, servizi, capitali e manodopera tra gli Stati membri. Il prossimo passo sarà l’unificazione dei trattati sull’Unione Doganale e sul SEU mediante la creazione dell’Unione Economica Eurasiatica, che si prevede vedrà la luce nel 2015.

La presenza di benefici complessivi derivanti dall’integrazione economica è uno dei non molti punti su cui concordano praticamente tutti gli economisti a partire da David Ricardo (2). I vantaggi, però, non sono simultanei. Nell’immediato, infatti, i Paesi coinvolti tendono a registrare delle perdite a causa dell’aumentata concorrenza della produzione estera, specie nei settori meno competitivi, e solo in una seconda fase le perdite nei settori più soggetti alla concorrenza vengono pienamente compensate dalla crescita dei settori maggiormente concorrenziali, dal miglioramento qualitativo dei prodotti e da un generale aumento della competitività dell’area, con guadagni complessivi per tutti i Paesi.

Il Kazakistan, però, sembra ancora nel pieno di questa prima fase. Nel 2012, infatti, le esportazioni di prodotti kazachi verso Russia e Bielorussia hanno subito un calo del 3,7%, mentre le importazioni sono aumentate (3). E il made in Kazakhstan fatica a sfondare sui mercati russi e bielorussi. Una delle maggiori cause di questa diminuzione è senza dubbio la scarsa competitività della produzione kazaca, tradizionalmente orientata al consumo di un mercato troppo piccolo per poter sfruttare adeguatamente i rendimenti di scala crescenti presenti in molte filiere produttive. Cosa che, invece, avviene in Russia e in Bielorussia: se la prima ha oltre 140 milioni di abitanti, la seconda, oltre ad avere un’economia fortemente integrata con quella russa (4), si caratterizza per una solida industria meccanica, specializzata in produzioni quali trattori e veicoli da lavoro e che in epoca sovietica fece guadagnare al Paese il soprannome di “catena di montaggio dell’Unione Sovietica”. Tutto ciò rende piuttosto debole la posizione del Kazakistan rispetto agli altri due Stati del trio eurasiatico. La debolezza del Kazakistan, però, è dovuta anche alla scarsa diversificazione della sua economia, ancora oggi troppo legata alle esportazioni di materie prime (soprattutto uranio, di cui il Paese è il primo produttore mondiale (5), e idrocarburi).

Tuttavia già oggi si possono vedere dei segnali di inizio della seconda fase. Gli stessi dati sull’export kazaco, all’apparenza negativi, rivelano all’osservatore attento delle tendenze positive di cui è difficile non tener conto. Il calo delle esportazioni, infatti, è dovuto principalmente alla diminuzione dei prezzi delle materie prime, mentre si registra un aumento pari al 17% delle esportazioni di prodotti finiti, che oggi compongono il 59% delle esportazioni kazache verso Russia e Bielorussia (6). Nei primi otto mesi del 2013, inoltre, gli scambi commerciali tra Russia e Kazakistan hanno registrato un aumento del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, superando quota 18 miliardi di dollari (7). In crescita anche l’industria leggera: nel 2012, ad esempio, quella meccanica ha registrato una crescita del 16,2%, quella della lavorazione di materiali non metallici del 10,6%, l’industria chimica del 5,9% e quella farmaceutica del 5,6% (8). Si tratta di chiari segnali di quella diversificazione economica tanto agognata dai fautori della partecipazione del Kazakistan all’Unione Doganale.

Questa diversificazione verrà sicuramente favorita dalla forte crescita degli investimenti stranieri, in particolare di quelli russi, che negli ultimi anni sono aumentati in maniera esponenziale. Tra il 2010, anno dell’entrata in vigore dell’Unione Doganale, e il 2012 il numero delle imprese a capitale russo operanti in Kazakistan è aumentato del 30% (9), mentre dal 2012 al 2013 questa crescita è stata addirittura dell’80% (10). Nei primi dieci mesi del 2013 i russi hanno investito in Kazakistan 16 miliardi di dollari, di cui 1,2 in investimenti diretti (11), 10,5 mila delle circa 30.000 società straniere attualmente operative in Kazakistan sono a capitale russo e, nel novero delle società russe operanti nel Paese delle steppe, si trovano colossi come Sberbank, Gazprom, Lukoil e AvtoVAZ (12). Numerosi, poi, sono i progetti congiunti russo-kazachi, tra cui quello della russa AvtoVAZ e della kazaca Azija Avto per la costruzione presso Ust’-Kamenogorsk, nel Kazakistan nordorientale, di un impianto che, secondo i piani, avrà una capacità produttiva di 120.000 auto annue e impiegherà complessivamente ottomila unità lavorative. Lo stabilimento sarà operativo a partire dal 2016 (13).

Difficile dire se l’economia kazaca riuscirà a liberarsi, almeno in parte, dal fardello della dipendenza dalle esportazioni di materie prime, ma le premesse ci sono. Il Kazakistan, dopo tutto, non è certo privo di punti di forza. Uno di questi è la facilità nel fare impresa: nell’ultimo rating Doing Business pubblicato annualmente dalla Banca Mondiale il Kazakistan si classifica cinquantesimo, superando una Bielorussia ferma al sessantaduesimo posto e una Russia che, sebbene abbia recuperato quasi venti posizioni rispetto al 2012, rimane parecchio indietro agli altri due Paesi del trio eurasiatico: nella classifica, infatti, la Russia si piazza novantaduesima (14). Anche nel settore dello sviluppo tecnologico il Kazakistan se la cava bene: nell’ultima graduatoria dello sviluppo delle tecnologie informatiche, infatti, il Paese occupa il primo posto tra i membri della CSI, e tra gli eredi dell’Unione Sovietica viene superato soltanto dalle tecnologicamente avanzate Repubbliche Baltiche (15). La maggiore ricchezza del Kazakistan, però, è la sua posizione geografica: situato tra Russia (e quindi Europa), Cina e Paesi islamici, il Paese è un punto di partenza ideale per la conquista di questi mercati, oltre che per fungere da ponte tra questi quattro mondi. Più apparenti che reali sono invece i vantaggi sul fronte fiscale. In Kazakistan la tassazione media è del 17%, contro il 34% del vicino russo e il 52% della Bielorussia, ma se in quest’ultima il regime fiscale è privo di sorprese, nel Paese delle steppe esistono una serie di spese accessorie non indicate il cui importo può essere altamente variabile (16). Gli alti livelli di corruzione e di evasione fiscale sono in questo tutt’altro che di aiuto.

In ogni caso, malgrado le difficoltà, sono in molti, tra gli investitori russi, a fare un quadro positivo del Kazakistan. La burocrazia, dopo tutto, è relativamente snella, le affinità culturali con la vicina Russia sono forti, l’atteggiamento del potere abbastanza leale e il tenore di vita in costante aumento (17). Il Kazakistan è attualmente una locomotiva in piena corsa: tra gennaio e ottobre 2013 il suo PIL reale è cresciuto del 5,8% (18) e, a dispetto di quanto si possa ritenere, investe più denaro in Russia di quanto la Russia non ne investa nel Paese delle steppe: nel 2012, infatti, quest’ultimo ha investito 1 miliardo e 700 milioni di dollari in Russia, contro il miliardo investito dai Russi in Kazakistan (19). La Russia, a sua volta, risente della crisi europea, ma l’idea secondo cui sia entrata in una fase di stagnazione è quanto mai affrettata: l’aumento del PIL previsto per il 2013, pari al 2,2%, pur non esaltante, è un grande balzo in avanti rispetto ai tassi stagnanti o negativi del Vecchio Continente. Da notare che, secondo la Banca Mondiale, la Russia ha recentemente superato la Germania come quinta economia mondiale a parità di potere d’acquisto (20).

Tutto ciò, assieme al progressivo rafforzamento geopolitico di una Russia che oggi è tornata ad avere un ruolo forte in politica estera, sta contribuendo ad accrescere l’interesse mondiale per l’Eurasia. L’Unione Doganale e il SEU sono oggi tutt’altro che privi di limiti: il loro mercato, pari a 170 milioni di persone (che diventeranno 180 a seguito della futura adesione di Kirghizistan e Armenia e, in parte, della crescita demografica, positiva in tutti gli Stati eurasiatici ad eccezione della Bielorussia), è oggi troppo piccolo per essere pienamente autosufficiente (la soglia per l’autosufficienza, secondo alcuni studi, è pari a 200-250 milioni di persone (21)), e in diversi settori il mercato unico esiste solo sulla carta. Per l’elettricità bisognerà attendere il 2015 (22), per i servizi assicurativi il 2019 (23), e il mercato finanziario unico eurasiatico non vedrà la luce prima del 2020 (24). Ma gli Stati eurasiatici sembrano voler fare le cose sul serio: l’Unione Doganale è un organismo che agisce pienamente secondo le norme del WTO, e già nel 2012 le 400 deroghe previste dal trattato originario sull’Unione Doganale erano state ridotte a 70 (25).

Tuttavia, malgrado gli indicatori economici non lascino adito a dubbi, e sebbene la grande maggioranza della popolazione kazaca sia favorevole all’integrazione eurasiatica (un recente rapporto della Banca Eurasiatica per lo Sviluppo mostra che il 73% dei Kazachi è favorevole all’Unione Doganale (26)), non mancano le polemiche. I critici dell’integrazione eurasiatica, seppur non molti, non hanno mancato di far sentire la propria voce, e nel marzo del 2013 hanno iniziato una raccolta firme per un referendum nazionale sulla partecipazione del Kazakistan all’Unione Doganale. L’iniziativa ha avuto scarso successo (27), ma i motivi di critica restano. Molti lamentano gli aumenti dei prezzi e della concorrenza estera, mentre altri criticano il governo per lo scarso coinvolgimento di un’opinione pubblica che, comunque, in Kazakistan è tendenzialmente volubile e non sempre portata alla democrazia e al dibattito. Ma le critiche maggiori, riassumibili in due domande retoriche, provengono dai nazionalisti. E’opportuno, per un Paese ad etnia turca e a maggioranza musulmana, prendere parte a un progetto di integrazione economica con un Paese che l’ha dominato per secoli e che è responsabile della sua russificazione linguistica, oltre che di vari misfatti? Non sarebbe più opportuno guardare verso la Turchia o verso gli altri “stan” del Centrasia?

Queste domande sono tutt’altro che prive di fondamento. Il Kazakistan è ancora oggi un Paese multietnico, ma negli ultimi decenni l’aumento della quota percentuale dei Kazachi etnici e dei membri delle altre etnie asiatiche, come gli Uzbechi, è andato di pari passo con la diminuzione delle sue componenti russe ed europee. Allo stesso modo è palese il processo di islamizzazione che sta vivendo il Paese, sebbene il ruolo della religione rimanga comunque limitato. L’Unione Eurasiatica, invece, sta assumendo le forme di un circolo di Paesi filorussi e ortodossi. Praticamente tutti i Paesi che hanno chiesto l’adesione all’Unione appartengono almeno a una di queste due categorie, e anche l’imminente adesione alla stessa del Kirghizistan, fortemente affine al Kazakistan dal punto di vista etnico e culturale, avrà una portata molto limitata. Il Kirghizistan, dopotutto, è un Paese povero e fortemente dipendente dai suoi vicini settentrionali, Russia in primis, per quanto riguarda sia l’economia sia la sicurezza. Inoltre, sebbene gli organi decisionali dell’Unione Doganale e del SEU abbiano degli strumenti che di fatto impediscono alla Russia di decidere a colpi di maggioranza, ad esempio assegnando un singolo voto a ciascun membro, è ingenuo pensare che il potere reale detenuto dalla Russia non sia nettamente maggiore rispetto a quello di Bielorussia e Kazakistan (dopo tutto anche un organo più democratico come l’Unione Europea si fonda nella prassi sulla preminenza di Francia e Germania). Soltanto l’eventuale ingresso dell’Ucraina potrà modificare parzialmente questi equilibri.

Ma, se è vero che il Kazakistan non è la Russia, da cui pure è stata fortemente influenzata, è altrettanto vero che, sia pure con qualche differenza tra le varie regioni, i suoi costumi sono nettamente più secolarizzati rispetto a quelli di una Turchia o anche di un Uzbekistan. La Russia, inoltre, non è un Paese monoetnico: le sue minoranze, perlopiù turche, slave e caucasiche, ammontano a circa il 20% della popolazione, e questa percentuale, tradotta in termini numerici, significa che un numero di cittadini russi pari a poco meno della metà della popolazione italiana non è etnicamente russo. Discorso simile vale per le minoranze musulmane, buddiste e comunque non ortodosse. Il Kazakistan, dal canto suo, ama definirsi un Paese eurasiatico, terra d’incontro tra la Russia e il Turkestan e, finché il Paese delle steppe si identificherà come “eurasiatico”, non ci sarà di fatto alcuna contraddizione tra la sua identità nazionale e la sua fedeltà alla Russia.

 

1. M. Laruelle, Russian Eurasianism: an Ideology of Empire, Woodrow Wilson Center Press, Washington DC 2008, p. 177.

2. David Ricardo (1772-1823) è un economista britannico. Il suo nome è legato soprattutto alla teoria dei vantaggi comparati (nota anche come modello ricardiano), secondo cui un Paese tende a specializzarsi nei beni che riesce a produrre in maniera più conveniente rispetto ad altri, e che quindi dimostra la presenza di guadagni complessivi per tutti derivanti dal commercio internazionale.

3. http://www.bnews.kz/ru/news/post/134482/

4. Nel 1996, a poco meno di cinque anni dal crollo dell’Unione Sovietica, entrò in vigore l’Unione Russo-Bielorussa, che tra l’altro portò all’istituzione di un’unione economica (copresenza di un’unione doganale e di un mercato unico di merci, servizi, capitali e manodopera).

5. http://www.world-nuclear.org/info/Nuclear-Fuel-Cycle/Mining-of-Uranium/World-Uranium-Mining-Production/

6. http://www.bnews.kz/ru/news/post/134482/.

7. http://www.russianskz.info/economy/5016-potencial-dlya-vzaimovygodnogo-razvitiya-nashih-ekonomik-dostatochno-velik-za-8-mesyacev-2013-goda-tovarooborot-mezhdu-rossiey-i-kazahstanom-uvelichilsya-na-16-procentov.html

8. http://tengrinews.kz/markets/v-kazahstane-rastet-obrabatyivayuschaya-promyishlennost–227668/

9. http://tengrinews.kz/money/v-kazahstane-iz-za-ts-na-tret-vyiroslo-chislo-rossiyskih-kompaniy-209394/

10. http://tengrinews.kz/money/rossiyskih-biznesmenov-privlekayut-v-kazahstane-nizkie-nalogi-i-loyalnyie-vlasti-230025/

11. Gli investimenti diretti sono le aperture di nuovi stabilimenti all’estero e le acquisizioni e le fusioni di aziende preesistenti.

12. http://tengrinews.kz/money/investitsii-v-kazahstan-ot-rossiyskih-kompaniy-sostavyat-16-milliardov-dollarov-244485/

13. http://tengrinews.kz/kazakhstan_news/120-tyisyach-kazahstanskih-avto-v-god-budut-proizvodit-v-ust-kamenogorske-245229/

14. http://tengrinews.kz/markets/reyting-Doing-Business-kazahstan-podnyalsya-na-50-e-mesto-244468/

15. http://bnews.kz/ru/news/post/134684/

16. http://www.megapolis.kz/art/Boris_ChESNOKOV_prezident

17. http://tengrinews.kz/kazakhstan_news/120-tyisyach-kazahstanskih-avto-v-god-budut-proizvodit-v-ust-kamenogorske-245229/

18. http://tengrinews.kz/private_finance/vvp-kazahstana-s-nachala-goda-vyiros-na-58-protsenta-245496/

19. http://tengrinews.kz/sng/putin-konstatiroval-rost-kazahstanskih-investitsiy-v-rossiyskuyu-ekonomiku-245263/

20. http://rt.com/business/russia-gdp-5th-largest-158/

21. http://www.eastjournal.net/economia-lunione-euroasiatica-pensa-alleuro-perserverare-diabolicum-est-kiev-indugia/23815

22. http://tengrinews.kz/markets/programma-sozdaniya-obschego-ryinka-elektroenergii-eep-byit-podgotovlena-ranshe-230841/

23. http://rusedin.ru/2013/04/12/u-stran-tamozhennogo-soyuza-poyavitsya-edinyj-straxovoj-rynok/

24. http://kapital.kz/gosudarstvo/12620/k-2020-godu-strany-eep-planiruyut-sozdat-edinyj-finrynok.html

25. R. Dragneva e K. Wolczuk, Russia, the Eurasian Customs Union and the EU: Cooperation, Stagnation or Rivalry?, Chatham House, Londra, 2012, pp. 2-7.

26. http://tengrinews.kz/markets/tamojennyiy-soyuz-podderjivayut-bolee-70-protsentov-oproshennyih-kazahstantsev-242267/

27. http://www.russianskz.info/politics/4432-teper-uzhe-oficialno-kazahstanskaya-oppoziciya-ne-sumela-iniciirovat-referendum-o-vyhode-iz-tamozhennogo-soyuza.html

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Giuseppe Cappelluti
Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (Bari) nel 1989, vive e lavora in Turchia.
Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari.
Dopo aver trascorso periodi di studio presso l’Università di Tartu (Estonia) e a Petrozavodsk (Russia), nel 2016 ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Dal 2013 ha pubblicato numerosi articoli su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Suoi contributi sono apparsi anche su “Fond Gorčakova” (Russia), “Planet360.info” (Italia), “Geopolityka” (Polonia) e “IRIB” (oggi “Parstoday”, Iran).