Introduzione

La Presidenza di George W. Bush è entrata nella storia per diverse ragioni. Dopo appena 8 mesi di governo, gli Stati Uniti si sono trovati a dover fronteggiare la tragedia dell’11 settembre con il conseguente impegno militare nel teatro afghano, tutt’oggi in atto. L’adozione del Patriot Act in ottobre doveva essere lo strumento legale di implementazione della “Lotta Globale al Terrorismo”, ma ha destato forti polemiche per le misure draconiane che introduceva. L’impiego, poi, di non sufficientemente chiari metodi di investigazione e interrogazione degli affiliati ad al-Qā’ida, in centri di detenzione come quello di Guantanamo Bay, hanno sollevato il disappunto di quanti invocavano l’applicazione della Convenzione di Ginevra in merito ai prigionieri di guerra.

Di nuovo nel 2002 la Grande Strategia resa nota dall’amministrazione fissava lo slogan dell’Asse del Male, ovvero di un gruppo di paesi ben identificati (Iran, Iraq, Siria e Corea del Nord soprattutto) accusati di sostenere e foraggiare il “Terrorismo transnazionale”. Il corollario successivo fu l’enunciazione della cosiddetta “Dottrina Bush” basata sulla comune necessità di “estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni del mondo” tramite azioni militari, se necessario condotte in maniera preventiva e nel contesto di una strategia unilaterale o al massimo con l’appoggio di nazioni amiche e coalizioni create á la carte.

Su queste basi è stato condotto l’attacco al regime di Saddam Husayn, accusato di possedere armi di distruzione di massa, in verità mai ritrovate. L’unilateralismo consentiva di scavalcare i fora internazionali, nei quali difficilmente si sarebbero potute replicare le condizioni che condussero nel 1950 all’attacco alla Corea (sostanzialmente l’assenza della delegazione URSS dal tavolo del Consiglio di Sicurezza e dunque del relativo veto all’operazione). La teoria di “Democratic Enlargement” facente parte della “Dottrina Clinton” andava a sostituire il “Diplomatic Engagement” con l’azione di forza, in virtù della superiorità tecnologico-militare che consentiva di applicare la “Dottrina Rumsfeld” .

Questa strategia faceva leva su un massiccio impiego di forze aeree, su sistemi di lotta hi-tech e sul paradigma C3-I (Comando, Controllo, Comunicazione, Intelligence) il tutto azionato da commandi formati da pochi soldati, ossia un “esercito agile e leggero”.

L’Iraq e l’Afghanistan sono stati i banchi di prova di questa RMA (Revolution in Military Affairs) che andava a smentire la precedente “Dottrina Powell”, i cui pilastri prevedevano il mezzo militare come extrema ratio, un accurato calcolo costi-benefici (ossia una attenta considerazione di quali reali interessi nazionali si andavano a proteggere scatenando una guerra), la definizione oltremodo puntigliosa degli obiettivi da raggiungere, il disporre del consensus interno ed ovviamente l’elaborazione di una exit-strategy di sicuro successo.

Tutti questi eventi occorrevano perché quanti detenevano il potere decisionale nei centri nevralgici dell’amministrazione nordamericana ritenevano che la storia di lì a poco sarebbe finita. In altri termini, specie durante il secondo mandato del Presidente Bush, la tendenza generale che si respirava al Pentagono come al Dipartimento di Stato e in quello della Difesa era dominata dai falchi neo-conservatori.

Il Neo-Conservatorismo è un movimento politico che trae le sue origini dalle frange più estreme del partito democratico. I primi neo-conservatori si professavano influenzati da ideologie di sinistra e addirittura trozkiste e sviluppavano programmi politici liberal ossia molto sensibili alle questioni sociali. Durante gli anni di Ronald Reagan operarono una svolta a destra e confluirono nel Partito Repubblicano, nel quale sono tutt’ora compresi.

Da un punto di vista di politica interna, non si oppongono al cosiddetto Big Government ma non accettano una forte spesa sociale. Uno dei loro principali veicoli di comunicazione è l’Heritage Foundation che ha lanciato di recente duri attacchi alla riforma del sistema sanitario, promessa ed operata da Obama.

Nel campo degli affari esteri, l’organizzazione principale che diffonde le idee neo-cons era il PNAC, Project for the New American Century. Dal 1997 questo movimento ha cercato di diffondere una politica estera basata sul “raeganismo” cioè su un apparato militare forte e capace di diffondere gli ideali statunitensi nel mondo. Questa condizione è fondamentale per lo sviluppo dell’economia globale, che può avvenire solo tra nazioni amiche e democratiche. Da qui quindi la necessità di esportare la democrazia, operando il “regime-change”.

La politica di denuclearizzazione

Questa lunga premessa relativa alla passata amministrazione è fondamentale per comprendere appieno alcune posizioni della presunta rivoluzione di Obama. Tralasciando le questioni relative alle decisioni di politica interna, si può cercare di comprendere quanto la politica del nuovo Presidente sia davvero innovativa nel panorama dei rapporti internazionali.

Le sfide sono quelle tradizionali dello scacchiere del “Grande Medio-Oriente”: l’insoluta questione israelo-palestinese, la questione (per il momento apparentemente sopita) israelo-libanese, la pacificazione completa dell’Iraq ed il conseguente ritiro, la “afghanizzazione” (ancora lontana) dell’Afghanistan e la soluzione delle contese con il Pakistan (e a sua volta di quelle tra Islamabad e New Delhi) ed infine la attuale “madre di tutte le questioni” ossia quella rivolta all’Iran e al programma nucleare, collegata alla garanzia di sicurezza per Israele.

Quest’ultimo argomento è quello dal quale conviene partire, considerando i recenti sviluppi legati alla stipula a Praga del trattato START l’8 aprile scorso. Ma cosa prevede esattamente questo accordo firmato con il Presidente russo Medvedev? Il nome è l’acronimo di Strategic Arms Reduction Treaty ed è il terzo accordo di questo tipo, seguito al primo siglato nel 1991 e scaduto nel 2009 ed al SORT che invece scadrà nel 2012.

Il trattato prevede la riduzione del 30% di testate nucleari effettivamente dispiegate (quindi pronte per il lancio) fissando il tetto massimo di 1550 unità. Inoltre sono stati limitati a 800 i missili balistici intercontinentali (ICBM) i missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM) e i bombardieri pesanti equipaggiati con testate nucleari, dispiegati e non. In ultimo il trattato pone un limite di 700 unità per ciascuna categoria della “triade atomica” summenzionata, dispiegata.

Di certo si tratta di un passo avanti verso la de-nuclearizzazione globale ma innanzitutto l’accordo non è ancora operativo dato che deve essere ratificato dai rispettivi organi legislativi. Inoltre quelle cifre sono ancora eccessivamente alte per poter suscitare un senso di maggiore sicurezza, considerando che lo START concerne unicamente le armi nucleari strategiche e non anche quelle tattiche. La differenza è enorme e risiede nel fatto che le prime coprono obiettivi ben precisi, come l’annientamento della potenza di fuoco nemica, l’eliminazione di siti militari e di sistemi di difesa (come lo “scudo stellare”) ed ancora è usata per scopi di deterrenza. Le armi tattiche invece, generalmente meno potenti delle precedenti, possono essere impiegate nel campo di battaglia ed in situazione di guerra convenzionale anche grazie alla loro maggiore portabilità.

La sigla dell’accordo START è arrivata in seguito all’emanazione da parte del Dipartimento della Difesa di un documento legislativo di nome “Nuclear Posture Review”. Si tratta delle linee guida della nuova strategia nucleare, basata su 5 pilastri: -la prevenzione della proliferazione e del “terrorismo nucleare” -la riduzione delle armi WMD presenti nel mondo -il mantenimento della capacità di deterrenza, seppur con un numero ridotto di testate –la rassicurazione e la difesa di alleati e partner americani ed infine –il mantenimento di un arsenale sicuro ed efficace, fino a quando le armi atomiche esisteranno e qualcuno sarà in grado di farle detonare.

A parte l’evidente contraddittorietà di alcuni punti della nuova politica atomica di Washington, lo stesso documento richiede per l’anno fiscale 2011 un incremento di spesa pari al 13% in questo settore per costruire lo stabilimento di lavorazione dell’uranio, Y-12, a Oak Ridge, stimolare la ricerca sulla testata W-78 (di solito montata sui missili ICBM Minuteman III ossia su un vettore MIRV capace di contenere testate multiple e dunque capace di colpire più obiettivi con un solo lancio) su quelle W-76 ed infine sulla bomba B61, disegnata dal Los Alamos National Laboratory del Nuovo Messico.

Dunque Nuclear Posture Review e START sono due dei tre tasselli della strategia nordamericana. Il terzo è stato la convocazione a Washington di un vertice di 47 paesi il 12 e 13 aprile per ravvivare lo spirito del trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP). Tra gli invitati sono mancati la Corea del Nord e l’Iran, il primo accusato in modo fondato di detenere ordigni atomici mentre il secondo accusato “preventivamente” di voler sviluppare tecnologie nucleari da guerra. In questa maniera i tre pilastri sono ancora di più in attrito tra di loro, tuttavia traggono la giustificazione ideologica dallo slogan del “terrorismo nucleare”.

In altri termini, la riduzione delle sole armi strategiche si inserisce in un contesto di apparente volontà globale de-nuclearizzatrice, per nulla in contraddizione con la politica interna statunitense protesa a incrementare le spese e la ricerca. Tuttavia questo disegno è ricco di falle che rischiano di invalidare le mosse finora perseguite. Ad esempio, l’esclusione aprioristica di Tehran, se giustificata alla luce del pericolo di terrorismo nucleare, indica un nuovo implicito riconoscimento della qualifica di “Stato Canaglia” ossia di regime che una volta che avrà raggiunto la disponibilità piena di tecnologie nucleari, sarà pronta a convertirle all’uso bellico e a distribuirle in giro per il Vicino e Medio Oriente.

Il fatto però ancora più grave, che rischia di avvicinare la figura di Obama a quella del suo predecessore è sicuramente l’impianto unilaterale, preventivo e discriminatorio della politica adottata.

L’unilateralismo risalta pienamente considerando che il convegno è stato organizzato dalla stessa amministrazione e non dalle Nazioni Unite o dall’AIEA come avviene di solito. Ne è conseguito che il Dipartimento di Stato ha avuto il pieno potere nell’atto di recapitare gli inviti.

L’atteggiamento preventivo è dovuto al fatto che tutta la polemica sul nucleare iraniano è nata proprio dal sospetto di una conversione a scopi militari dell’arricchimento in atto. Certo Tehran ha dato il suo contributo nel sollevare i sospetti a che ciò debba avvenire, soprattutto minacciando di estinzione lo Stato ebraico in diverse occasioni.

Ad ogni modo, e qui si entra nel territorio dell’aspetto discriminatorio della strategia nordamericana, a meno di non avere certezze sull’ambizione persiana di divenire entro breve una potenza nucleare, non invitare la delegazione è stato un sicuro passo falso, tanto più che quella israeliana invece è stata invitata. Israele oltre a non essere firmatario del trattato TNP (che invece Tehran ha siglato) ha da sempre mantenuto una certa “ambiguità strategica” sull’argomento del possesso di WMD. Mentre è pacifico che Tel Aviv ne disponga, non si hanno dati sicuri sull’entità dell’arsenale. Inoltre nemmeno il Pakistan e l’India hanno mai firmato il Trattato di Non Proliferazione né tanto meno quello che bandisce gli esperimenti nucleari nell’atmosfera (Comprehensive Test Ban Treaty, CTBT che Israele ha solo firmato ma non anche ratificato). Onde evitare accuse e critiche ulteriori, specie dai parte dei paesi arabi della zona (Turchia ed Egitto in prima linea) che si battono per una totale denuclearizzazione del Vicino e Medio Oriente, Netanyahu non si è presentato alla conferenza.

Alla luce di quanto detto, i sospetti che il convegno di Washington possa essere stato più che altro un momento di ricerca di consensi sul tema delle “sanzioni paralizzanti” sono decisamente alti. Un provvedimento come questo necessita di passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove sarebbe bloccato sicuramente da parte cinese. Obama infatti non sembra essere riuscito ad assicurarsi l’appoggio di Pechino, troppo timorosa che la sua gigantesca economia possa restare all’asciutto.

Infine un’ultima considerazione deve essere dedicata allo stesso slogan del “terrorismo nucleare”. Se da un lato si deve ammettere che in un clima di tensione collettiva, dato dal riemergere di al-Qā’ida, questo slogan è di tutto effetto, dall’altro si deve riconoscere che probabilmente si tratta di fanta-politica. Se anche Tehran dovesse sviluppare armi nucleari e se pure dovesse accettare di consegnarle a gruppi para-militari, siano essi i militanti di al-Qā’ida o di Hezbollah (ricordando però che l’Iran con la “Base” non ha nulla a che vedere) resta il dubbio di come dette organizzazioni possano essere in grado di sfruttare questi strumenti che necessitano di un preciso know-how. In più trasferire attraverso l’”Asse del Male” un missile balistico intercontinentale, magari munito di testate multiple, non richiede lo stesso impegno di trasferire attraverso cunicoli sotterranei i razzi Katjusha o gli SCUD.

Piuttosto le reali minacce legate alla proliferazione nucleare sono sostanzialmente due: la messa in circolo di materiale fissile e la possibilità che paesi dotati di reattori e tecnologie atomiche diventino “Stati Falliti”. Nel caso iraniano, se il primo scenario è ipotizzabile, non sembra affatto plausibile il secondo.

L’Iran è ben lungi dall’essere uno Stato Fallito e ne sono state dimostrazioni la dura messa a tacere dell’opposizione di Mussavi e la risposta all’iniziativa nordamericana, ossia la convocazione di una contro-conferenza di 60 paesi nella capitale persiana, sotto lo slogan di “energia nucleare per tutti, armi nucleari per nessuno”. In questa sede, le azioni dell’amministrazione Obama sono state bollate come ulteriori minacce e provocazioni da parte dell’unico paese al mondo ad aver mai fatto ricorso alle bombe nucleari.

Non v’è dubbio che al momento gli USA sembrano compiere passi falsi qualunque cosa facciano nei confronti dell’Iran. È però innegabile che l’unica strada fino ad ora non perseguita è stata quella dell’accettare la nuclearizzazione di Tehran ed aspettare di vedere che tipo di uso il regime intenderebbe farne. Un atteggiamento di questo tipo lascerebbe insoddisfatta la lobby ebraica e l’alleato israeliano che potrebbe rischiare di intraprendere iniziative personali. Inoltre Washington reciterebbe per la prima volta una parte accondiscendente che se da un lato calza con un professato intento multilaterale, sarebbe invece del tutto estraneo a quelle visioni unilaterali messe in atto da certi ambienti che a tratti ricordano da vicino i falchi Neo-Cons.

* Pietro Longo, dottorando in Studi e ricerche sull’Africa ed i paesi arabi (Università l’Orientale di Napoli), è frequente contributore al sito di “Eurasia”

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