Le sommosse popolari in Egitto nel 2011 non erano dirette solo contro il regime autoritario di Mubarak ma anche, e soprattutto, contro un ordine economico profondamente ingiusto. Le riforme neoliberali imposte al paese dalle istituzioni finanziarie e dalle maggiori potenze occidentali, le stesse che in questi giorni stanno tentando di creare una transizione gestita del Paese in cui i volti delle più alte cariche del regime possono cambiare ma tutto il resto dovrà rimanere invariato, hanno difatti marginalizzato la maggior parte della popolazione egiziana, aggravando le condizioni non solo dei più poveri ma anche delle classi medie che non riescono a trovare un impiego adeguato ai propri studi.

L’11 febbraio 2011, un movimento di massa senza precedenti ha costretto, dopo diciotto giornate di proteste, il presidente Hosni Mubarak a cedere il suo potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate. Nonostante la retorica dominante dei maggiori leader mondiali e dei media abbia identificato nella mancanza delle cosiddette “libertà politiche” il principale motivo che ha spinto la popolazione egiziana a riversarsi nelle strade, esistono importanti fattori socio-economici ad esse strettamente collegate che sono alla base della medisima lotta.

È evidente che le proteste hanno incluso diverse componenti sociali, ognuna delle quali ha avanzato differenti richieste, ma la loro logica complessiva è inestricabilmente legata alla diffusione in Egitto, e in generale nel Medio Oriente, del modello di globalizzazione neoliberale. L’inizio del neoliberismo in Egitto è associato all’introduzione nel 1974 da parte del presidente Anwar el-Sadat di una serie di misure politiche ed economiche, note con il nome di infitāh (apertura), che comportarono non solo una riorganizzazione finanziaria interna ma anche un nuovo corso in politica. Alla fine degli anni Ottanta, a causa del declino del prezzo del petrolio e delle rimesse dei lavoratori impiegati nei Paesi del Golfo, l’Egitto dovette affrontare crescenti problemi economici legati all’aumento del deficit di bilancio e del debito estero che constrinsero il presidente Mubarak a firmare un Programma di Aggiustamento Strutturale e Stabilizzazione con l’FMI e la Banca Mondiale. Le riforme economiche orientate al mercato erano una precondizione per la riduzione del debito del 50%, per nuovi prestiti e altri supporti finanziari e tecnici. Tali disposizioni costrinsero il governo a tagliare le spese sui servizi sociali, ad allentare il controllo sui prezzi, a diminuire i sussidi, a incentivare politiche di inflation targeting, a liberalizzare i flussi di capitale e ad avviare una vasto processo di privatizzazione. Tuttavia, questi programmi non determinarono la nascita di un’economia nazionale competitiva e di un settore privato indipendente, ma, al contrario, furono uno dei mezzi sfruttati dal regime per distribuire privilegi ai suoi intimi collaboratori, per cooptare gli elementi chiave dell’economia al fine di espandere la propria base sociale e consolidare il proprio sistema di potere. Con l’avvento, nel 2004, del governo dei “giovani riformatori” i cui ministri erano tutti grandi imprenditori legati a Gamal Mubarak, anche le organizzazioni ben connesse al figlio del presidente (American Chamber of Commerce in Egypt) si sono rafforzate esercitando una maggiore e diretta influenza sulle questioni economiche del Paese.

I problemi socio-economici sono quindi strettamente legati alla natura autoritaria del regime tanto che nemmeno la straordinaria crescita economica del periodo 2003-07, salutata con grande entusiasmo dal FMI, è riuscita a risolverli, comportando al contrario un aumento della corruzione e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. La performance macro-economica del paese è stata infatti accompagnata dalla formazione di potenti monopoli e oligopoli (Osman Group, Bahgat Group, Ezz Steel) e da un drammatico peggioramento degli standard di vita della maggior parte degli egiziani.

Uno degli indicatori che meglio mostra il crescente deterioramento delle condizioni sociali della popolazione egiziana degli ultimi anni è l’aumento costante del livello di povertà. Secondo le stime fornite dall’UNICEF (2010)[1] la percentuale di persone che vivono in estrema povertà ha continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2008-09 il 23,4%, e negli stessi anni la percentuale di persone che vivono al di sotto della generosa soglia di povertà di 2 dollari al giorno stabilita dalla Banca Mondiale ha raggiunto il 40%. A seguito della svalutazione della sterlina egiziana nel 2003 il potere d’acquisto dei consumatori egiziani è diminuito significativamente soprattutto a causa dell’aumento del prezzo dei prodotti alimentari, delle bevande e del tabacco. L’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto il suo picco (23.6%) nell’agosto 2008, quando il prezzo del grano, del riso, della farina e del mais è aumentato del 100%, quello delle verdure del 70% e quello della carne e del pollo del 29%[2]. La tendenza inflazionistica ha avuto effetti sproporzionati sulla popolazione egiziana, in particolare sulle fasce a medio-basso reddito costrette a spendere la maggior parte del loro stipendio in prodotti alimentari. Il rincaro degli alimenti è alla base dell’aumento della povertà che ha obbligato molte famiglie egiziane a cambiare la loro dieta a favore di cibi più economici e meno nutrienti, con gravi conseguenze soprattutto sulle condizioni di salute dei bambini. I tentativi da parte dei governi di attenuare l’impatto negativo dell’aumento dei prezzi e il crescente malcontento della popolazione attraverso il finanziamento del costosissimo sistema dei sussidi alimentari del Paese non furono sufficienti a rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie. Questo significa che il salario della maggior parte degli egiziani non è in grado di garantire loro una vita dignitosa. La diffusione delle proteste e degli scioperi a partire dal 2004 riflette questa crescente insoddisfazione.

Inoltre i numerosi licenziamenti seguiti all’ondata di privatizzazione hanno aumentato la percentuale di disoccupati soprattutto tra i giovani laureati, la maggior parte dei quali viene impiegata nel lavoro informale senza un contratto legale, con stipendi molto bassi e privi della minima assicurazione sociale. Con la crisi finanziaria globale e il conseguente declino delle economie dei Paesi del Golfo, anche l’economia egiziana ha subito un rallentamento notevole soprattutto dovuto alla diminuzione delle esportazioni, degli IDE, delle rimesse dei lavoratori e dei proventi del turismo, fattori che erano stati alla base della crescita economica degli anni precedenti. I tentativi di migliorare la competitività dell’economia egiziana alla base delle riforme economiche sono in gran parte falliti: le esportazioni sono limitate alle risorse naturali e a prodotti manufatturieri di bassa tecnologia, gli IDE sono indirizzati solo ai settori ad intensità di capitale e non hanno creato nuove opportunità di investimento o nuovi posti di lavoro, ma solo una maggiore privatizzazione. Così, mentre le prospettive di occupazione nel settore pubblico sono diminuite a causa delle misure del governo volte a ridurre il deficit di bilancio, le opportunità di lavoro nel settore privato sono rimaste limitate. Ciò riflette una totale mancanza di strategia da parte del governo egiziano per collegare le proprie scelte macroeconomiche alla creazione di posti di lavoro, in particolare per i giovani laureati che costituiscono un terzo della popolazione.

La privatizzazione dei processi di liberalizzazione non ha solo implicato la vendita di proprietà dal settore pubblico a quello privato, ma anche la delocalizzazione di servizi precedentemente pubblici che spesso ha comportato la creazione di una partnership pubblico-privata con poca attendibilità democratica. I tagli alle spese pubbliche imposte dalle riforme di austerità economica hanno causato un graduale disimpegno dello Stato nel provvedere ai fondamentali servizi sociali. In particolare i finanziamenti per l’istruzione e per la salute sono diminuiti e hanno subito un ulteriore calo in seguito alla crisi. Di conseguenza la loro qualità ha continuato a deteriorarsi e le famiglie sono obbligate a ricorrere al settore privato o a sostenere ulteriori costi anche quando accedono ai servizi sociali pubblici. Nonostante gli alti livelli di analfabetismo e le scarse iscrizioni alla scuola primaria, i fondi governativi sono stati rivolti principalmente all’educazione secondaria e universitaria, a detrimento dell’educazione di base per la quale gli investimenti furono sproporzionatamente bassi[3]. Il risultato si è concretizzato in servizi educativi scadenti e nella discriminazione nei confronti dell’educazione primaria soprattutto nelle zone rurali. Per questa ragione l’accesso agli stadi più alti d’istruzione diventò fortemente dipendente dai mezzi finanziari delle famiglie costrette a spendere una parte consistente del loro bilancio mensile in lezioni private necessarie per supplire alle mancanze dell’educazione pubblica e indispensabili per ottenere buoni voti agli esami d’accesso alle università.

Analogamente il sistema sanitario nazionale ha sofferto di una mancanza cronica di finanziamenti e le spese sanitarie dei singoli cittadini sono aumentate più velocemente della spesa pubblica. La maggior parte degli egiziani ha difficoltà ad accedere ai servizi pubblici per la carenza di cliniche rispetto ai bisogni di una popolazione in costante crescita. Gli ospedali pubblici inoltre offrono generalmente servizi di bassa qualità, le strutture non sono equipaggiate adeguatamente e i medici sono sottopagati. Il sistema di assicurazione sanitaria rimane diseguale, con il 46% della popolazione, compresi i disoccupati e i lavoratori dell’economia informale, priva di copertura assicurativa (UNDP, 2008)[4].

L’economia egiziana, in questi mesi, sta affrontando una doppia sfida: deve contrastare gli effetti negativi dell’attuale crisi economica seguita alle sollevazioni politiche, e allo stesso tempo far fronte ai problemi sociali ed economici ereditati dal regime di Mubarak. Il paese ha bisogno di rivedere radicalmente il piano economico nazionale e di incentivare programmi mirati a promuovere riforme strutturali in grado di diversificare la produzione del Paese, a mettere in atto politiche relative al mercato del lavoro, a rendere il sistema sociale più inclusivo e ad affrontare il problema dell’alta inflazione dei prezzi alimentari attraverso politiche che aumentino la produttività agricola. Anche se per attuare una profonda riconfigurazione economica del paese occorrerà molto tempo, essa dipenderà in gran parte da come avverrà la transizione politica. In assenza di politiche atte a risolvere i problemi socio-economici egiziani, il malcontento popolare, soprattutto tra i giovani, è destinato ad aumentare.

Tuttavia i problemi fiscali di cui soffre il Paese, ulteriormente aggravati dal collasso del turismo e degli investimenti esteri, potrebbero impedire al governo di affrontare seriamente queste sfide. Per esempio, l’istanza avanzata dagli impiegati pubblici per un aumento del salario minimo richiederebbe al governo di trovare dei fondi straordinari per coprire il deficit di bilancio. Allo stesso tempo, un rifiuto da parte del governo potrebbe causare un aumento delle proteste e degli scioperi dei lavoratori, così le tensioni sociali potrebbero riemergere. Secondo quanto affermato dal Ministro della Cooperazione Internazionale [5] l’economia egiziana non è in grado di generare sufficienti risparmi e profitti per limitare la crescita del deficit di bilancio e per rispondere alle pressioni per una riforma dei servizi sociali. Sembra quindi fondamentale per il governo il riscorso ad aiuti esterni, anche se questo comporterà, eventus docet, la perdita di sovranità sulle decisioni politiche economiche. I negoziati in corso in questi giorni sulla proposta fatta dal FMI al governo egiziano di un prestito da 3,2 miliardi di dollari sono stati ostacolati dalla posizione del partito politico della Fratellanza Musulmana, che ha chiesto al governo più trasparenza riguardo al piano di misure economiche relativo al prestito e ai dettagli sul modo in cui sarà utilizzato e restituito. Le stesse preoccupazioni sono emerse dalla Popular Campaign to Drop Egypt’s Debt, una coalizione di economisti, avvocati e accademici che ha condannato il piano di riforme proposto dall’attuale governo. Tale programma si basa principalmente su strategie di tagli alla spesa pubblica, sull’aumento generale delle imposte sul reddito e sulle vendite e sulla diminuzione delle sovvenzioni per l’energia, ignorando gli elementi di giustizia sociale che sono stati fra le richieste centrali delle proteste di massa dell’anno scorso.

L’attuale piano di riforma economica mostra una mancanza d’iniziativa e di capacità di introdurre un profondo cambiamento. L’accettazione del prestito comporterebbe non solo un aumento del debito estero, ma anche la sottomissione del paese alle richieste e alle condizioni avanzate dal FMI, tra cui l’implementazione di riforme neoliberali e il diritto di monitorare la politica economica del governo a cadenza quadrimestrale. A questo proposito, le scelte economiche del governo di transizione sembrano più una continuazione che una rottura con le politiche dell’ex-regime di Mubarak volte a placare le preoccupazioni degli uomini d’affari e delle famiglie ad alto reddito, a scapito del benessere e del futuro sviluppo del resto della popolazione.

 
* Eliana Favari è dottoressa magistrale in Scienze Internazionali – Global Studies (Università degli Studi di Torino).


NOTE:

1 UNICEF (2010), Child Poverty and Disparities in Egypt: Building the Social Infrastructure for Egypt’s Future, UNICEF (Cairo).
2 Ibidem.
3 M. Abouzahr, Egyptian Social Services, Senior Honors Theses, Paper 39, pp. 3-18, accessibile su http:// commons.emich.edu/honors/39, ultimo accesso effettuato il 23 marzo 2012.
4 UNDP (2008), Egyptian Human Development Report, UNDP (Egypt).
5 Mohamed Elmeshad, Advocacy group rejects government’s IMF-pleasing reform plan, Al-Masry al-Youm, 22 marzo 2012.

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