In uno scritto apparso di recente sul blog “Conflitti e Strategie” dal titolo “Un panorama Teorico”, Gianfranco La Grassa (GLG) descrive   un punto di arrivo  teorico di una ricerca sul pensiero di Marx , che inizia e si allunga  oltre il periodo del mio primo incontro  dei primi anni Settanta; una ricognizione su Marx divisa in due fasi distinte:  ricostruzione e  decostruzione del marxismo, prima di arrivare ad una   uscita definitiva da esso. E a questo proposito mi sovvengono i suoi primi  libri pubblicati dagli “Editori Riuniti” (“Struttura  Economica Sociale” e “Valore e Formazione Sociale” del 1973-75), su cui ebbi modo di cimentarmi, confesso, con una certa difficoltà dovuta non tanto alla mia giovane età, quanto  allo spessore analitico dei suoi scritti caratterizzati da un non comune e raffinato pensiero analitico; così come alcuni suoi articoli,  apparsi sulla rivista teorica  “Critica Marxista”,  di derivazione althusseriana (“Duplice livello di oggettività in Marx” e “Lavoro astratto”, rispettivamente del ‘74 e ’76), in netta controtendenza alla linea ufficiale del Pci che si attestava sulle posizioni del mondo accademico ufficiale, rivolto per lo più ad una integrazione del marxismo con altre, e più diverse, correnti di pensiero che andavano   dal keynes(ismo) al liberismo.

Non senza dimenticare che il “vecchio” quadro dirigente del Pci riassumeva  una peculiarità  unica in tutto il panorama  comunista dell’ intero Occidente, e compendiata in una sorta di summa ideologica della  togliattiana “Via Italiana al Socialismo”; un dignitoso piano politico, condotto talvolta  su un ambiguo versante ideologico: un mix tra comunismo e cattolicesimo, rivolto per lo più, alla “parte bassa” dei militanti comunisti  più a contatto con le “masse”, poi trasformate (con la caduta del muro di Berlino dell’89) in un mefitico  humus  cultural-politico,  della “Quinta Colonna” guidata dai rinnegati ex-comunisti del gruppo dirigente della Sinistra.

Partendo da Smith, GLG mette in evidenza come Marx va oltre l’astrazione scientifica di Smith (  che fa derivare  l’azione umana da ogni  sano egoismo “scevro dalla morale delle religioni”) perché considera l’individuo come una maschera, privo della coscienza,  perché costretto a svolgere un ruolo (da attore) all’interno di una  complessa trama sociale.

L’astrazione scientifica di Marx –  “che ha a suo fondamento il modo di produzione con i suoi rapporti sociali storicamente specifici “ – ha disvelato il dominio dei dominanti nascosto nella equivalenza di uno  scambio “alla pari” con il libero voto dei dominati; un perverso gioco democratico prolungatosi lungo tutto il Novecento, oltre  Smith e Marx, e che venne radicandosi, in ogni “concretezza empirica”, dei tanti “neo” eismi”: aggiornamenti permanenti per ogni (dis)orientamento teorico, i cui epigoni vanno ricercati negli attuali movimenti democratici delle “rivoluzioni colorate”, che lottano contro ogni dittatura; e nella realtà, soltanto grottesche imitazioni dei   movimenti di liberazioni terzomondisti, dai regimi coloniali Occidentali, che iniziarono le loro lotte di Liberazione,  dalla Seconda Guerra Mondiale,   finanziate, per lo più, dall’Urss, la cui fine del mondo Bipolare (1989) accelerò un  riposizionamento strategico del “Sistema Occidentale” in una sorta di  monocentrismo Usa, che si estese sulla deflagrazione  dei paesi dell’Est, con i tripudi dei diritti umani delle emergenti democrazie colorate.

Nei tornanti della storia si presentano talvolta  occasioni irripetibili  che gli attenti strateghi  Usa colsero, dopo averne creato le condizioni, con  affondi vincenti: la possibilità, anzitutto, di estendere i principi elementari e primordiali  di una democrazia sui generis da realizzare sulle ceneri della democrazia borghese, che con le regole e leggi delle democrazie parlamentari (borghesi) alimentarono, come una linfa vitale i  movimenti marxisti anticapitalistici.

L’avvento e la sostituzione del Capitalismo Borghese con il Capitalismo Usa (dei “funzionari del Capitale”) nel corso della Seconda metà dell’ultimo secolo scorso,  riportò in auge un criticismo apologetico, di un premarxismo Ottocentesco, come è avvenuto nell’ antimperialismo del fu “Terzo Mondo”: non si combatte più contro i dominanti Usa o dei suoi lacchè dei sub dominanti europei, ma, al contrario, si inneggia ad essi, per l’affermazione di risibili democrazie propagate via “internet”: riflessi condizionati di neocolonialismi  duri a morire,   insieme ai   revanchismi delle malate democrazie europee.

E’ con l’assunzione di un punto di vista (ipotesi) entro “una nuova visione,  delle cose” che può innestarsi  un campo di ricerca conflittuale in/tra frazioni capitalistiche,” di un insieme  “Strategico” di date “Formazioni Particolari” (“I Capitalismi”). E a partire anzitutto, dall’abbandono dello statalismo per fini assistenziali-clienterali, su cui l’insieme partitico-sindacale della sinistra italiana ha investito tutta la  politica, in assenza totale di una benché minima idea che facesse riferimento agli interessi strategici del sistema Italia; il cui vuoto politico è stato riempito  dal noto furore politico giudiziario teso a  prolungare il  lavoro “sporco”, iniziato con “mani pulite” (‘92) e proseguito nei confronti  delle poche industrie italiane  sopravvissute,  dalla svendita, negli anni Novanta, dell’intero sistema industriale (vedi l’Iri).

Quest’ultimo aspetto evidenzia, sempre più,  una  area di ricerca, non ancora esplorata, di una Spesa Pubblica  per fini Strategici, al di fuori delle vecchie categorie di analisi del liberismo e dello statalismo “sociale”, con l’idea di uno  “Stato al servizio della forza”, e/o la Politica come Potenza.

Una ricerca a tutto campo che possa riguardare il “rafforzamento effettivo dell’industria strategica e soprattutto degli apparati capaci di intervenire per difendere e possibilmente ampliare aree d’influenza (interne e, ancor più, esterne) mediante salde e ben mirate, politiche di alleanza in grado di affrontare la cosiddetta competizione globale, che sia i liberisti sia gli statalisti credono si limiti alla semplice ricerca dell’efficienza produttiva”  (cfr., Glg. “Caos e Menzogne:Dobbiamo molto Riflettere” aprile ‘2011)

Spunti  di ricerca di un certo interesse,  possono essere rilevati dalla lettura di  un recente libro dal titolo paradigmatico: “La Costruzione del Potere – Storia delle nazioni dalla prima globalizzazione all’imperialismo statunitense” ( edit. Vallecchi”  di Marcello Gullo).

Una ricostruzione  sulla nascita del potere degli Stati con una interpretazione che l’autore ha sviluppato su un’ipotesi centrale: una maggiore potenza  allo Stato  imprime ad ogni sua azione  una valenza strategica,  così da garantire  un certo indirizzo di  Spesa pubblica  rivolta essenzialmente al sostegno  delle proprie  industrie (strategiche), con indubbi e prioritari interessi  nazionali.

Le due grandi Rivoluzioni Industriali in Occidente del secolo Settecento e di fine Ottocento portarono  alle incontrastate egemonie  mondiali del Capitalismo inglese (Borghese) Ottocentesco e del Capitalismo Usa  del Novecento.  Il Capitalismo Borghese inglese avviò la prima fase di industrializzazione con un rigido protezionismo del proprio mercato domestico e con l’aiuto (soprattutto) dello  Stato, come  corollario del suo ordinamento giuridico che facesse da cornice ad una Spesa Pubblica mirata al rafforzamento dell’intero sistema industriale. Una volta conquistata l’egemonia sul resto del mondo, si doveva consolidare la  “subordinazione ideologica” del libero scambio (di Smith) con l’aiuto delle cannoniere,   insieme alle  ragioni “accademiche” della teoria dei “Costi Comparati dell’economista Ricardo,   con uno scambio “alla pari” tra i prodotti industriali dei dominanti inglesi con i prodotti agricoli , manufatti tessili, delle proprie colonie.

Una prima regola  si impose come lezione fondamentale dalla storia: un  protezionismo politico, inteso  non in senso piattamente economicistico  bensì come un insieme strategico di un sistema Paese  che abbia  al centro della propria politica la costruzione di una “struttura egemonica”, deve imporsi come potenza  in espansione, nell’assunzione di un libero mercato dei propri prodotti insieme ad una libera democrazia (e dei diritti umani), pena un ritorno al passato.

E per garantire la tenuta  di un’intera area geopolitica,  interna ad un “Sistema Internazionale” – politicamente simmetrico – ( tra paesi centrali e periferici ) teso a coprire  le (inter)relazioni  di un sistema  non simmetrico (ad armi impari),  alcuni paesi esercitano per dimensioni e potenza un potere reale (o di fatto) differenziato  sull’insieme del sistema.  E’ quest’ultimo aspetto che fu salvaguardato  dai vincitori della Seconda guerra mondiale, in primis tra Usa-Urss, che imposero  la difesa di uno status quo nelle relazioni del “Diritto Internazionale” siglate dalla “La carta di San Francisco” (1945), con “l’eguaglianza giuridica degli Stati e il divieto della guerra”; una   finzione giuridica di una eguaglianza tra tutti gli Stati: tra quelli che sono in grado di decidere il proprio destino e chi no; e/o tra chi domina perché ha maggior potere e chi è pienamente subordinato; quello che si può dedurre è che gli “Stati democratici subordinati, possiedono una democrazia a bassa intensità di potenza”.

Il primato del diritto internazionale è la grande utopia inventata nelle relazioni internazionali, dalle grandi potenze per continuare a governare secondo le priorità dei propri interessi vitali sempre camuffati da principi etici o giuridici. Le circostanze storiche migliori perché uno stato periferico possa tentare di rafforzare il proprio potere nazionale per raggiungere una propria autonomia  è lo scontro tra stati dominanti. Le tredici colonie inglesi dell’America del Nord, poterono guidare la loro insubordinazione ( 1776) ed ottenere la loro Indipendenza, perché approfittarono  dello scontro militare che opponeva Francia e Spagna all’Inghilterra. I nuovi Stati Uniti ottenuta la prima  indipendenza, con la loro prima formulazione dei diritti dell’uomo (diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità), e con il timore di essere invasi dai manufatti inglesi, una parte degli Stati del Nord (New York, New Jersey, Pennsylvania, Ohio e Kentuky) furono i sostenitori di una spesa pubblica come aiuto alla propria industria , al contrario degli Stati del Sud che con le loro élite intellettuali, subordinate culturalmente all’Inghilterra, erano convinte che il futuro degli Usa dipendesse dall’agricoltura e che lo sviluppo industriale sarebbe avvenuto spontaneamente ( la famosa “Mano Invisibile” di Smith). Si delineò con ciò  uno scontro dapprima politico ideologico tra un “Liberalismo ortodosso” i cui fautori si richiamavano ad una divisione internazionale del lavoro (del libero commercio dell’inglese Smith),  ed un “Liberalismo nazionale” i cui fautori si richiamavano ad un protezionismo economico protetto dal proprio stato.

Una lunghissima lotta politica  tra i nuovi stati federali che durò più di mezzo secolo e che spinse gli stati del Nord (Unione) ad una difesa estrema della propria industria strategica,  trasformando una lunga battaglia parlamentare in una dichiarazione di guerra di seccessione nei confronti di un  Sud (Confederazione degli Stati) sempre più subordinato agli interessi inglesi: una guerra condotta sotto l’insegna  di una  democratizzazione  dell’insieme degli stati (Stati Uniti) con l’abolizione della schiavitù come prima inedita guerra umanitaria condotta dagli Usa al proprio interno, prima di rivolgerla al resto del mondo.

La vittoria del Nord industriale sconfisse il Sud propugnatore della Divisione Internazionale del Lavoro  e del libero Commercio inglese; una guerra condotta in  difesa di un protezionismo industriale, la cui conclusione portò gli Usa a diventare il primo paese industriale del mondo, e nel contempo, ad una conversione  degli Usa al liberismo economico:  un paradosso storico simile all’affermazione del Capitalismo Ottocentesco Borghese inglese.

Uno dei primi intellettuali-imprenditori presenti in Usa ad accorgersi come quelle politiche industriali   avrebbero elevato rapidamente lo Stato a potenza mondiale fu l’economista tedesco List che già nel 1832 scriveva “Nel giro di pochi anni gli  Stati Uniti ascenderanno a prima potenza commerciale e navale. Quelle stesse cause che hanno portato la Gran Bretagna alla sua elevata condizione attuale di potere, probabilmente entro il prossimo secolo porteranno la solida America a un livello di ricchezza, potere e sviluppo industriale superiore a quello cui gode oggi L’Inghilterra”.

GIANNI DUCHINI aprile ’11


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