Irresponsabilità fiscale, spesa pubblica fuori controllo, alti deficit di bilancio, disavanzo commerciale, corruzione, inflazione e stagnazione economica sono alcuni dei fattori chiave che hanno portato la Grecia sull’orlo della bancarotta. Con un rapporto debito pubblico/PIL di circa il 124,5%, il più alto dell’UE, e un deficit/PIL del 11,3% previsto per il 2010 (al secondo posto, dietro l’Irlanda, con il 12,4%) la Grecia ha affrontato e sta affrontando difficoltà enormi, così come, in misura minore, altri paesi della regione, soprattutto Irlanda, Portogallo e Spagna. Tuttavia, le agenzie di rating (oltre un centinaio, tutte sotto l’influenza di Wall Street) hanno ulteriormente peggiorato la situazione declassando il giudizio sulla Grecia, favorendo, volutamente, l’attacco all’euro da parte di chi specula con le valute sui mercati azionari.


L’eruzione della crisi economica e finanziaria, che scuote la Grecia e minaccia Irlanda, Portogallo, Spagna e tutta la zona euro (16 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea e altri nove non membri UE che hanno adottato l’euro), è stata un’evoluzione, la terza fase della crisi economica e finanziaria iniziata negli Stati Uniti, con l’esplosione del mercato immobiliare nel primo semestre del 2007, quando grandi banche d’affari come Merrill Lynch e Lehman Brothers hanno sospeso la vendita di derivati, e nel luglio dello stesso anno, le banche europee hanno registrato perdite nei contratti basati su mutui sub-prime.


L’inadempienza da parte dei debitori ipotecati ha provocato il disastro, colpendo i prestiti delle imprese, carte di credito, ecc. Poi, nel settembre 2008, la crisi ha colpito il settore bancario, con il fallimento e la dissoluzione di Lehman Brothers, la quarta banca d’investimento degli Stati Uniti, dopo 158 anni di attività. E, infine, ha coinvolto e impegnato gli stessi Stati nazionali. Ha portato l’Islanda, le cui banche facevano affari per un valore tre volte superiore al PIL del Paese, a un virtuale fallimento, con dirette conseguenze per il Regno Unito, suo principale creditore. E alla fine del 2009 si è manifestata in Grecia, minacciando la stabilità dell’intera Eurozona, dato che molti Paesi non hanno rispettato gli obiettivi previsti dal Trattato di Maastricht per l’unificazione monetaria, compreso il controllo del deficit di bilancio (fino al 3% PIL), e l’indebitamento pubblico (fino al 60% del PIL).


La situazione si presenta ancora più grave, dal momento che l’eventuale destabilizzazione dell’Eurozona potrebbe innescare una crisi sistemica, a causa della promiscuità delle banche tedesche, francesi e americane con i singoli Stati nazionali e con altre banche, attraverso debiti incrociati. Se la Grecia e/o il Portogallo non fossero più in grado di rimborsare i debiti contratti con le banche, la crisi si propagherebbe e crescerebbre come una palla di neve. Ad esempio, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche portoghesi devono 86 miliardi di dollari alle banche spagnole, che, a loro volta, devono 238 miliardi alle istituzioni finanziarie tedesche, 200 miliardi alle banche francesi e circa 200 miliardi a banche statunitensi.


La concessione di circa un trilione di dollari alla Grecia, promessi dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, non puntava ad aiutarla, bensì a salvare le banche tedesche, francesi e gli investitori statunitensi, che forniscono più di 500 miliardi di dollari in prestiti a breve termine alle banche europee, in particolare a quelle di nazioni più deboli, per finanziare le loro operazioni quotidiane.


Questo indebitamento dello Stato con le banche e delle banche con altre banche dimostra che, nonostante i fattori nazionali, la crisi che è scaturita in Grecia e che minaccia di infettare tutta l’Eurozona è anche, in un’altra dimensione, una conseguenza diretta della crisi degli Stati Uniti, dato che il sistema capitalista, distorto dal mercato mondiale e dalla divisione internazionale del lavoro, costituisce un complesso interdipendente, e non una semplice somma delle economie nazionali.


L’aumento del prezzo del petrolio e dell’oro sul mercato mondiale, così come il forte apprezzamento dell’euro, hanno mostrato la profonda crisi che deteriorava e deteriora l’economia americana. L’apprezzamento dell’euro, a causa del crollo del dollaro, ha infettato, invece, Paesi come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, che non battono moneta propria e non possono quindi attuare politiche di svalutazione, per ridurre i salari, controbilanciare la perdita di competitività delle loro esportazioni, aggiustare i conti ed equilibrare il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti.


Nonostante l’enorme asimmetria, la grave situazione economica e finanziaria della Grecia e di alcuni altri Stati dell’Unione Europea è molto simile a quella degli Stati Uniti, il cui debito estero, al 31 dicembre 2009, è stato di circa 13,76 trilioni di dollari: le stesse dimensioni del PIL stimato in 14,26 trilioni nel 2009, calcolato in base alla capacità del potere d’acquisto. Il debito pubblico degli Stati Uniti a maggio 2010 era di circa 12,9 trilioni di dollari, di cui 8,41 trilioni in possesso delle pubblica amministrazione e 4,49 trilioni in mano a governi stranieri. Tale importo (12,9 trilioni) rappresenta circa il 94% del PIL degli Stati Uniti, mentre quello della zona euro è dell’84%.


Il problema fiscale negli Stati Uniti è estremamente grave. L’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, nell’ottobre 2009, dichiarò di non essere troppo preoccupato per la debolezza del dollaro, ma con i costi di lungo periodo per gli Stati Uniti, insieme all’aumento del debito pubblico, è iniziato rapporto sempre più esplosivo, come una spirale, in cui il pagamento dei sempre maggiori interessi aumentava il deficit e il debito, generando un nuovo aumento, e così via. Il disavanzo di bilancio dell’anno fiscale 2009, chiso il 30 settembre, è più che triplicato rispetto a quello dell’anno precedente, raggiungendo il record di 1,4 trilioni di dollari.


Il presidente Barack Obama ha presentato per l’anno fiscale 2010 un bilancio, con spese per circa 3,5 trilioni e un deficit federale di 1,7 trilioni, il che significa che il governo americano dovrà prendere prestiti, aumentando il debito pubblico, o emettere più dollari, dal momento che il risparmio nazionale è insufficiente a soddisfare le spese. Il deficit fiscale si intreccia con il crescente deficit commerciale, che nel 2009 ha rappresentato più del 40% (1,04 miliardi), del totale dei suoi scambi con altri paesi. E, nei primi tre mesi del 2010, ha continuato a crescere. A marzo, il Dipartimento del Commercio ha annunciato un disavanzo di 40,4 miliardi, contro i 39,4 miliardi di febbraio.


La sostenibilità del deficit fiscale e commerciale – i cosiddetti “deficit gemelli”, non perché siano uguali, ma perché sono interdipendenti – dipende dal costante afflusso di capitali stranieri, provenienti principalmente da investimenti della Cina, con l’acquisto di buoni del Tesoro degli USA.


Effettivamente sono le banche centrali di altri Paesi che finanziano il deficit di conto corrente degli Stati Uniti, nell’ordine di 380,1 miliardi di dollari nel 2009, più del 6% del PIL; deficit che, nel primo trimestre del 2010 è saltato a 115,6 miliardi di dollari, contro i 102,3 miliardi dello stesso periodo del 2009, con una crescita di circa 2,35 miliardi di dollari al giorno. Se l’afflusso di capitali dall’estero cessasse, il Tesoro americano non avrebbe risorse, nel corso del 2010, per rifinanziare i suoi 2 trilioni di debito a breve termine, il 44% del quale detenuto da paesi stranieri.


Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i Paesi con il più grande debito estero del mondo (13,7 trilioni di dollari), seguiti da Gran Bretagna (9,6 trilioni), Germania (5,2 trilioni), Francia (5 trilioni) e Paesi Bassi (2,4 trilioni). Si tratta, quindi, di una superpotenza debitrice, virtualmente in bancarotta. Non si è ancora arrivati allo stato di insolvenza solo perché può stampare dollari, che sono la moneta di riserva internazionale.


Ma la tendenza del dollaro è di declinare, tanto che, dopo essersi svalutato del 40% tra il 2002 e il 2008 e rivalutato del 20% nei confronti dell’euro, tra marzo e dicembre 2008, durante la crisi finanziaria, è tornato a svalutarsi del 20% tra marzo e dicembre 2009, a causa delle preoccupazioni del mercato con il debito estero degli Stati Uniti. La sua rivalutazione a seguito della crisi in Grecia e della conseguente debolezza economica dell’Eurozona, è congiunturale. Il dollaro è strutturalmente indebolito dai deficit fiscali e valutari e dall’alto debito estero degli USA. La prospettiva è che, giorno più giorno meno, perda lo status di unica valuta di riserva internazionale, a prescindere dalla Cina e dal fatto che gli Stati Uniti sono il centro del sistema capitalistico mondiale. E quando questo accadrà, gli Stati Uniti avranno enormi difficoltà per pagare i loro debiti, attraverso prestiti da altri paesi.


Nell’agosto del 2007, David M. Walker, capo del Government Accountability Office, un’agenzia del Congresso americano incaricata di revisionare la spesa del governo, ha avvertito che il Paese era su una “piattaforma infuocata” (burning platform) fatta di politiche e pratiche insostenibili, cronica scarsezza di risorse per la sanità, problemi di immigrazione e impegni militari all’estero, che minacciava di scoppiare se non fossero stati presi provvedimenti al più presto. Prevedendo aumenti “drammatici” di tasse, riduzione dei servizi pubblici e un rifiuto su larga scala di utilizzare i buoni del Tesoro americani come strumento di riserva da parte degli altri Paesi. E ha indicato “notevoli somiglianze” tra i fattori che hanno portato alla caduta dell’Impero Romano e la situazione degli Stati Uniti a causa del declino dei valori morali e di civiltà politica, la fiducia e l’eccessiva dispersione delle Forze armate all’estero, così come l’irresponsabilità fiscale del governo degli Stati Uniti.


Meno di un anno più tardi Paul Craig Roberts, ex vicesegretario del Dipartimento del Tesoro durante la presidenza di Ronald Reagan (1981-1989), ha dichiarato, in un articolo intitolato “The Collaps of American Power” pubblicato sul Wall Street Journal, che la superpotenza – gli Stati Uniti – non era in grado di finanziare le proprie operazioni interne, né tanto meno le sue “ingiustificabili” guerre, se non fosse per la bontà degli stranieri, che le prestano denaro senza alcuna prospettiva di essere rimborsati. In effetti, gli Stati Uniti possono mantenere le guerre in Iraq e Afghanistan, due guerre perse, soltanto grazie a finanziamenti da altri Paesi, soprattutto Cina e Giappone, che continuano a comprare buoni del Tesoro americano.


Joseph E. Stiglitz (premio Nobel per l’economia) ha stimato che il costo totale di queste due guerre supera i 2,7 trilioni di dollari, in termini di solo budget, con un costo economico totale di circa 5 trilioni di dollari. Non senza ragione, la rivista The Economist, nell’edizione del 27 marzo 2008, ha pubblicato un articolo intitolato “Waiting for Armageddon”, in cui ha sottolineato che l’aumento dei fallimenti delle imprese potrebbe essere un segno che il peggio doveva ancora venire. Il peggio che ci si può attendere è la bancarotta dello stesso governo degli Stati Uniti, il cui sistema finanziario la Cina, che detiene oltre 2,4 trilioni di dollari di riserve valutarie, può ormai permettersi di acquistare.


In tali circostanze, il default della Grecia, se dovesse accadere, non pregiudicherebbe soltanto l’intera Eurozona. Comprometterebbe anche la struttura economica e finanziaria degli Stati, la cui politica fiscale di lungo termine è insostenibile. Ma il problema non si pone soltanto nella spesa per i servizi sociali e sanitari, come i repubblicani conservatori e perfino alcuni democratici accusano. Il cancro che corrompe l’economia americana è il militarismo, alimentato dai profondi interessi del complesso militare-industriale, nei grandi affari che uniscono le grandi società e i militari, fomentando un clima di supposte minacce, un ambiente di paura, al fine di costringere il Congresso ad approvare massicci investimenti per il Pentagono e altre agenzie relative alla difesa.


L’industria bellica, con l’intera filiera produttiva, costituisce un’altra bolla che prima o poi esploderà. Il governo degli Stati Uniti, sia con il presidente Barack Obama che con chi gli succederà, non avrà risorse sufficienti per sovvenzionarla per sempre, con ordinativi di armi da parte del Pentagono, né per il mantenimento di centinaia di basi militari e migliaia di soldati in tutte le regioni del mondo. Certo, tagliare questi costi è molto difficile. Potrebbe influenzare l’economia di molti stati americani, soprattutto nel Sunbelt (Texas, Missouri, Florida, Maryland e Virginia), dove sono presenti le industrie di armi che utilizzano tecnologia ad alta intensità di capitale.


In tali circostanze, tra tangenti, corruzione, pagamento delle commissioni che facilitano gli ordinativi e i contributi alle campagne elettorali dei partiti politici, il complesso militare-industriale, con un enorme peso economico e politico, esercita una forte influenza sul Congresso americano e su tutti i media, in particolare sulle reti televisive. Tuttavia, l’incomparabile potere militare degli Stati Uniti ha limiti economici. L’irresponsabilità fiscale, il mancato controllo della spesa pubblica, gli alti deficit di bilancio, il continuo deficit della bilancia commerciale, l’elevato debito estero, la corruzione inerente alla collusione tra il Pentagono e l’industria delle armi, rappresentato dal complesso militare-industriale, la recessione – fattori simili a quelli che hanno prodotto la crisi in Grecia – rappresentano la più grande minaccia e possono abbattere la superpotenza. E su questa estrema vulnerabilità della sua economia, con la possibilità d’insolvenza, le agenzie di rating non fanno previsioni.

(Traduzione di Carlo Cauti)

* Luiz Alberto Moniz Bandeira è professore in pensione di Storia della politica estera brasiliana. Con “Eurasia” ha pubblicato Brasile contro Stati Uniti: la predizione di Hegel (nr. 3/2007) e Il Brasile e l’America Meridionale (nr. 3/2008 e 1/2010).

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