La diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi, quando la diplomazia fallisce si slitta facilmente verso la guerra e diventa poi molto difficile ricondurre un conflitto armato a disputa diplomatica.

Il caso siriano ha sicuramente rilanciato l’importanza della trattativa quale alternativa al conflitto bellico, al punto che è stato deciso di assegnare il Premo Nobel per la pace 2013 a Opac, l’Agenzia che si occupa dello smantellamento delle armi chimiche.

Onorificenza che molti ritengono sarebbe stato opportuno assegnare al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, vero protagonista della mediazione tra Damasco e Washington.

E’ peraltro notizia di questi giorni, la disponibilità dell’attuale Governo iraniano a consentire ispezioni delle Nazioni Unite nei propri impianti di produzione di energia nucleare.

Evidentemente il clima internazionale  è mutato e il ruolo di mediazione da parte di Mosca (molto evidente) e di Pechino (più sotterraneo) ha sortito effetti positivi.

Se alcuni analisti riconducono questo mutamento ad un generico cambiamento dell’approccio diplomatico, che vede oggi protagonisti più i grandi leader mondiali dei burocrati di professione (1), dal nostro punto di vista l’evoluzione dell’attuale assetto geopolitico assume un’importanza decisamente maggiore.

Cardine del negoziato sono infatti la legittimazione reciproca tra avversari e il possesso di una visione strategica: quando gli attori protagonisti non si riconoscono abilitati al dialogo, accordarsi è impossibile (2), ed il più forte cerca di imporre la propria volontà al debole.

Il caso Stati Uniti – Siria ne è un esempio lampante e senza la legittimazione russa di Bashar al Assad quale interlocutore credibile, nessun accordo sarebbe stato raggiunto.

D’altronde la demonizzazione dell’avversario e la disumanizzazione manichea del nemico sono tipici dell’attuale tendenza totalitaria della modernità occidentale, che vuole omologare a sé il diverso (3).

La categoria della difesa dei “diritti umani” è stata, a partire dagli anni Novanta, il grimaldello con il quale gli Stati Uniti d’America hanno stravolto il principio cardine del diritto internazionale  – cioè la non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano – conferendo legittimità alle guerre “umanitarie” volute da Washington e dai suoi alleati dal 1991 in avanti.

Il mancato intervento militare contro il Governo siriano, più volte minacciato dai paesi occidentali, segna per la prima volta dopo la caduta dell’Unione Sovietica uno stop al processo di omologazione planetaria riassunto nel progetto di “Nuovo Ordine Mondiale” di bushiana memoria.

Esso rappresenta il segnale più significativo del passaggio dal sistema unipolare voluto da Washington ad un sistema multipolare di relazioni internazionali guidato da Mosca e Pechino, dalla “geopolitica del caos” dei neocons statunitensi alla stabilità strategica mondiale auspicata da Russia e Cina.

Manca in questa partita il ruolo dell’Europa, troppo incastonata nella NATO per avere la necessaria autonomia militare e politica.

Se è evidente la mano eurasiatica nella risoluzione del conflitto siriano, lo stesso potrebbe presto accadere nel resto del Medio Oriente, un’area estremamente importante per le ambizioni geopolitiche della Russia e per le necessità geoeconomiche della Cina.

E’ ormai chiaro come nella questione palestinese gli Stati Uniti non possano più svolgere una mediazione credibile.

Nelle attuali trattative rilanciate dalla Casa Bianca con il “Piano Kerry”, già la nomina di Martin Indyk (ex Ambasciatore USA a Tel Aviv) quale capo negoziatore  stona con il contesto e incarna la continuità con le precedenti e fallimentari politiche nordamericane nell’area.

Durante l’Amministrazione Obama l’ammontare degli aiuti militari ad Israele ha raggiunto nel 2013 la cifra record di 3,1 miliardi di dollari, un sostegno sempre maggiore giustificato – secondo le parole degli stessi funzionari del Governo di Washington – dall’interesse nazionale statunitense.

Ad esso è corrisposto un aumento esponenziale della colonizzazione sionista della Palestina: tra il 2009 e il 2011 la spesa israeliana per gli insediamenti nei “territori occupati” è cresciuta del 38% (era stata del 35% tra il 2002 e il 2012), mentre il quartetto chiamato al ruolo di mediazione (USA, UE, ONU e Russia) rilasciava ben 39, inutili, dichiarazioni congiunte di condanna dell’espansione degli insediamenti.

Molto più efficace potrebbe risultare un’iniziativa guidata direttamente dal Cremlino, che possiede sia la credibilità necessaria nel campo palestinese (per il passato prestigio dell’Unione Sovietica) sia le armi di pressione per costringere Israele a fare concessioni (presenza degli immigrati russi, fornitura di armi all’Iran), uscendo anche dalla logica della soluzione a “due Stati” ormai  inattuabile.

Infine l’Egitto, unico paese in grado di garantire stabilità a tutto il Medio Oriente grazie alla posizione strategica (controllo del Canale di Suez), alla forza del proprio esercito e al ruolo decennale di mediatore tra israeliani e palestinesi.

Obama non solo ha prima sostenuto apertamente il regime islamista guidato da Morsi e dai Fratelli Musulmani, ma ha successivamente tagliato gli aiuti militari promessi all’Egitto proprio mentre i generali del Cairo erano impegnati a combattere i guerriglieri salafiti nella zona del Sinai.

Già a settembre la visita a Mosca (la prima al di fuori del mondo arabo) del Ministero degli Esteri egiziano, Nabil Fahmy , aveva assunto toni estremamente significativi: “Vogliamo un nuovo livello di qualità nelle relazioni con la Russia in tutti i settori e ringraziamo Mosca per la sua posizione su quanto sta avvenendo in Egitto”.

Gli analisti del Cremlino hanno infatti tracciato un parallelo tra quanto sta accadendo al Cairo e gli avvenimenti algerini del 1992, quando l’esercito assunse il controllo del paese in seguito alla vittoria del FIS.

Con la differenza che l’Egitto potrebbe evitare di scivolare nella guerra civile, in quanto i poteri sono stati opportunamente trasferiti al capo della Corte costituzionale suprema Adly Mansour.

Secondo i russi, l’esercito egiziano dovrebbe liberare alcuni uomini chiave attualmente sotto custodia, sollecitare un dialogo nazionale e riaprire tutti i canali televisivi, eliminando invece quei militanti radicali che stanno spostando il loro raggio d’azione in Siria, dove compiono attentati terroristici.

Comprensibile perciò l’atteggiamento dell’uomo forte del Cairo, il generale Abdel fatah al-Sisi, per cui “se gli Stati Uniti hanno deciso di boicottare il nuovo corso democratico dell’Egitto, agli egiziani non resta che prenderne atto e cercare nuove alleanze strategiche”.

Posizione che coincide con i desideri di Mosca (e di Pechino), in quanto secondo il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov: “La Russia è interessata alla stabilità in Egitto e nel Medio Oriente nel suo complesso … il popolo egiziano deve scegliere il suo percorso di sviluppo futuro e vogliamo che l’Egitto abbia un ruolo di primo piano nel mondo arabo” (4).

 

 

* Stefano Vernole è redattore di “Eurasia”

 

 


Note

1 -Lucio Caracciolo, “La via precaria della diplomazia”, Rubrica Il Punto, pubblicato su La Repubblica il 19/9/2013.

2 -Ibidem.

3 -Massimo Fini, “Il vizio oscuro dell’Occidente”, Marsilio, Venezia, 2002.

4 -Rights reporter, “Obama consegna l’Egitto alla Russia su un piatto d’argento”, 12 ottobre 2013.

 

 
http://www.cese-m.eu/cesem/2013/11/il-ritorno-della-diplomazia-nelle-relazioni-internazionali/

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