Dipendenti dagli approvvigionamenti di idrocarburi provenienti dalla Russia, i paesi dell’Europa Orientale si sono sentiti sotto scacco per parecchi anni dalla fine della Guerra fredda. Con la scoperta di immensi giacimenti di gas non convenzionale estraibile tramite la frattura idraulica di scisti, alcuni paesi celebrano con euforia la fine della dipendenza energetica – e politica – da Mosca. Probabilmente tali festeggiamenti, dei quali beneficia anche il mercato finanziario dell’energia e il flusso di investimenti esteri, sono giustificati più da auspici che da certezze. L’Unione Europea ha scelto una politica attendista sulla regolamentazione dell’estrazione di gas non convenzionale, mentre le organizzazioni ambientaliste si battono per il divieto della pratica, c.d. fracking, anche sull’onda del successo del movimento anti-nucleare dopo l’incidente di Fukushima. Lo shale gas potrebbe cambiare le carte in tavola nel gioco geopolitico tra Bruxelles, Mosca e Washington, ma solo qualora le profezie annunciate si avverino. 

 

L’eredità della Guerra fredda

La Guerra fredda sembra ormai lontana a coloro che oggi si affacciano agli studi di geopolitica, ma rappresenta e continuerà a rappresentare un importante strumento analitico per l’esame della politica energetica dei molti Stati che vi furono coinvolti.

L’eredità sovietica dei condotti di gas naturale e petrolio e della “specializzazione economica” degli Stati membri dell’Unione e del Patto di Varsavia ha causato forti sbilanciamenti nella capacità di alcuni di essi di esercitare la loro indipendenza a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda la necessità di assicurare un adeguato approvvigionamento energetico ai propri cittadini.

Gasdotti e oleodotti della vecchia rete sovietica sono ancora in funzione e trasportano ingenti quantità di idrocarburi verso Ovest, dai campi siberiani e caucasici. Gas e petrolio russi – o trasportati via Russia – continuano ad essere la sola fonte di approvvigionamento degli ex-satelliti che oggi sono membri effettivi dell’Unione Europea. Quindi, molti Stati che si trovavano a Est della cortina di ferro sono ancora dipendenti dagli idrocarburi russi per circa l’80% della loro domanda. Tuttavia, il filo che lega questi paesi con Mosca e Bruxelles si allunga fino a Washington, dal momento in cui si è scoperto l’alto potenziale estrattivo proprio all’interno degli Stati dell’Europa orientale.

 

Shale gas negli USA

Da circa mezzo secolo, soprattutto negli Stati Uniti, le compagnie petrolifere hanno sviluppato un metodo per estrarre gas naturale dalla scissione di minerali sotterranei (c.d. “gas di scisto” o shale gas). La procedura attraverso la quale si “libera” il gas è chiamata “fracking” e consiste nel frantumare sedimenti rocciosi grazie al pompaggio ad alta pressione di acqua e agenti chimici nel sottosuolo. Il lungo corso di questa pratica in Nordamerica permette oggi agli esperti di energia, e ai lobbisti del settore come T. Boone Pickens di BP Capital Management[i], di assicurare la sua compatibilità con il rispetto dell’ambiente e delle falde acquifere, nonostante le controprove portate alla luce da movimenti ambientalisti e dalle commissioni nominate dal Dipartimento di Energia.

Già dal 2009, le potenzialità del mercato europeo per lo shale gas erano discusse negli Stati Uniti. Agli inizi del 2010 si parlava della possibilità di abbinare shale gas e “rinascimento nucleare” per favorire l’indipendenza energetica dell’Est Europa dalla Russia. Al clima post-ideologico di queste iniziative si aggiunge la forza del mercato. Infatti molte società statunitensi (Chevron, Exxon, Halliburton) guardano al bacino Est Europeo come a un importante destinazione per i loro investimenti. Conseguentemente preferiscono che la politica energetica di questi paesi, così tanto legata alla politica economica e alla legislazione sugli investimenti esteri degli Stati, sia più indipendente e diversificata e non debba essere soggetta alla volontà russa di “aprire o chiudere il rubinetto”, così come alcuni giornalisti hanno descritto le crisi russo-ucraine degli inverni del 2006 e 2009.

L’attività di pressione sul governo statunitense da parte di tali compagnie diventa un caso esemplare, perché testimonia l’urgenza e la necessità per gli Stati di intervenire nel proprio sottosuolo per far fronte alla esponenziale decrescita delle riserve convenzionali. L’Unione Europea ha da sempre visto con sospetto l’estrazione del gas non convenzionale (altro nome per lo shale gas), vista la mancanza di dati certi sul suo impatto ambientale, lasciando sinora  la discrezionalità agli Stati membri. Ciascuno di questi ha portato avanti scelte di politica energetica nazionale (o guidata dalle compagnie petrolifere nazionali) compatibili con il mix energetico interno e con lo status quo sul mercato.

 

Le peculiarità del caso analizzato

La Polonia, in questo contesto, presenta caratteristiche interessanti per comprendere fino a che punto l’interesse statunitense potrebbe essere soddisfatto. Recentemente il potenziale energetico polacco è stato affiancato a quello di Norvegia, Qatar e Turkmenistan in diverse occasioni dai giornalisti[ii].

L’eredità energetica sovietica ha nel tempo causato modifiche radicali al comportamento regionale della Polonia, come a quello di altri paesi dell’Europa Orientale. I crescenti – e inefficienti – consumi, affiancati dal rapido depauperamento dei giacimenti di idrocarburi esistenti hanno reso sempre più indispensabili gli approvvigionamenti provenienti dalla Russia, gli unici che sfruttano la ben ramificata rete di condotti dell’epoca sovietica (Druzhba, Yamal). Tutt’altro che rassicurato dalla immanenza di tali pipelines, il governo di Varsavia ritiene che la dipendenza da Mosca sia una minaccia silente alla sovranità nazionale. Non mantenere il pieno controllo delle forniture energetiche per i propri cittadini e lasciare gli accordi e il diritto di prima mossa al giocatore “a monte” del flusso di petrolio e gas limita l’indipendenza e l’autonomia decisionale dei paesi “a valle”, per i quali non esiste un’alternativa credibile.

L’alternativa potrebbe essere rappresentata dal gas di scisto, che modificherebbe completamente l’assetto energetico e geopolitico della regione. Nel caso in cui Polonia e altri Stati europei riuscissero a ottenere l’autosufficienza energetica (tanto auspicata quanto improbabile), Mosca, Bruxelles e Washington dovrebbero riconfigurare le proprie relazioni con questi paesi e cambiare il registro della dialettica politica che fino ad oggi avevano incentrato sulle questioni energetiche.

L’atteggiamento combattivo (bullish) delle compagnie energetiche statunitensi sulle previsioni estrattive in Europa confermano la recente coincidenza tra politica estera del governo USA e le iniziative di investimento delle maggiori compagnie petrolifere. Queste ultime temono crescenti difficoltà nell’estrazione e produzione di petrolio, gas naturale e carbone dovute sia all’esaurimento di queste risorse convenzionali, sia alle politiche ambientaliste di molti governi, tra cui l’Unione Europea. Proprio per ridurre la dipendenza dal gas naturale importato (dal 66% per la Polonia, al 92% per la Bulgaria) di molti Stati membri, l’UE, imbarazzata dalle difficoltà che le politiche sulle rinnovabili hanno incontrato, non ha opposto alcuna resistenza o regolamentazione per lo sfruttamento del gas di scisto. Negli ultimi anni, anche grazie all’assenza di labirinti burocratici, le esplorazioni preliminari hanno dimostrato un alto potenziale sia di volumi, sia di fattibilità estrattiva in molti paesi europei.

In particolare, la Polonia riuscirebbe ad essere completamente indipendente per centinaia di anni se riuscisse ad estrarre l’intera quantità prevista, che ammonta a 5.295 miliardi di metri cubi[iii] (bcm) – le medie di consumo degli ultimi anni si sono invece attestate a 14 bcm all’anno.

 

Mix energetico e geopolitica

Il profilo energetico polacco, un tempo causa di forti preoccupazioni, conferisce oggi una sicurezza politica ed economica quasi euforica, data l’approvazione sia implicita che esplicita di UE e USA sullo sfruttamento dello shale gas.

In Polonia, tre enormi bacini sono sotto esame da parte di importanti multinazionali energetiche (Chevron, Halliburton, Exxon). Un recente studio dell’AIE ne ha sottolineato l’alto potenziale, nonostante la profondità quasi proibitiva di alcuni giacimenti (soprattutto quello Baltico, che detiene i due terzi del totale previsto). Il corridoio orientale dello shale gas polacco permetterebbe di azzerare la domanda per gas naturale importato. Varsavia potrebbe dunque avvalersi del semestre alla presidenza al Consiglio dell’UE per far entrare l’estrazione di gas non convenzionale nella consuetudine europea, esercitando forti pressioni sulla comunità degli Stati membri. Grazie agli ultimi sviluppi sul nucleare, con l’abrogazione referendaria in Italia e il passo indietro della Germania, lo shale gas potrebbe essere pubblicizzato come sicuro e affidabile.

Tale è la dialettica utilizzata negli USA dai maggiori esperti di energia (tra cui Platts[iv]). Ad oggi, il mercato e i prodotti finanziari associati allo shale gas hanno giocato un ruolo più cogente rispetto ai governi e alle loro decisioni di politica energetica. In questo periodo di incertezza economica, i ministri sono troppo occupati a risolvere le problematiche quotidiane che concernono i propri cittadini, rispetto alle questioni di politica estera più ampie e di lungo periodo. Anche in Russia, dove sono stati localizzati tanti giacimenti (plays) di gas di scisto, Gazprom continua a dettare la politica energetica del Cremlino. Il potere concessogli da Putin dagli albori del nuovo millennio ha conferito a Gazprom un decisivo potere di influenza sulla politica estera russa. Per questo motivo, la strategia russa si è rivelata adatta a districarsi con rapidità durante questi mesi di concitate decisioni che hanno riguardato il suo principale mercato energetico. Mutatis mutandis, anche le altre compagnie nazionali europee riescono a modificare l’orientamento degli Stati che vi siedono quali azionisti di maggioranza.

Indubbiamente, nel dialogo con Bruxelles, le questioni riguardanti l’energia saranno poste all’ordine del giorno sia da parte di Washington che di Mosca. Tuttavia, le posizioni geopolitiche dei tre governi potrebbero risultare incompatibili sul gas di scisto. Uno scenario possibile, che determinerebbe una grave crisi in Europa, potrebbe vedere gli USA e i suoi giganti energetici fare pressione su Bruxelles e sui governi nazionali per ottenere una legislazione permissiva sull’estrazione dello shale gas; la Russia, nel frattempo, brandirebbe preoccupazioni per le conseguenze ambientali – in maniera strumentale, in modo da mantenere il rapporto di dipendenza con i paesi dell’Unione. L’UE potrebbe infatti decidere di implementare misure severe di controllo e concessione delle licenze di estrazione, rendendo l’avventura sotterranea ancora più rischiosa di quanto non lo sia già[v]. Una tale scelta, verrebbe dalla “vecchia” Europa: Parigi, Londra, Roma[vi] e soprattutto Berlino preferirebbero il permanere dello status quo. Il gasdotto Nord Stream è stato recentemente allacciato a Greifswald in Germania[vii] e potrebbe essere attivo in Ottobre. La politica energetica sta quindi influenzando le preferenza tedesca verso una politica estera compiacente verso gli interessi russi. E l’Unione Europea continuerebbe a giocare la partita della dipendenza bidirezionale dalle forniture di petrolio e gas naturale da Mosca[viii]. Tale soluzione isolerebbe i paesi dell’Europa Orientale e non garantirebbe né l’indipendenza energetica, né la differenziazione delle importazioni di idrocarburi.

 

Conclusioni

L’UE potrebbe commettere un grave errore di tempismo politico continuando a concentrarsi sulla diatriba tra Nabucco e South Stream, invece di cercare soluzioni economicamente sostenibili che aiutino la diffusione delle energie rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica, specialmente tra i nuovi membri.

La Polonia dovrebbe calmare l’euforia sulle prime esplorazioni e adottare una strategia coerente sulle concessioni di licenze di estrazione e produzione. Ignorare le pressioni ambientaliste per la verifica dell’impatto del fracking sulle falde acquifere potrebbe rivelarsi un errore miopico.

Il Cremlino dovrebbe finalmente emanciparsi dal tiro alla fune geopolitico che fino ad oggi è convenuto solo alle casse di Gazprom. La corsa ai mercati europei per assicurarsi consumatori di lungo periodo del gas che sarà, forse, trasportato da South Stream non è ritenuta abbastanza logica dagli esperti del settore, preoccupati dell’effettiva esistenza di volumi di offerta sufficienti.

Gli Stati Uniti potrebbero cogliere l’occasione per avvicinarsi all’Europa (e in prospettiva anche alla Russia) direttamente attraverso mezzi governativi, piuttosto che lasciare alle proprie multinazionali la capacità di forzare decisioni di politica estera ed energetica verso una determinata direzione. Sensata per il mercato nel breve periodo, questa potrebbe rivelarsi politicamente fallimentare già a medio termine.

 

* Paolo Sorbello ha ottenuto la Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche dall’Università di Bologna (sede di Forlì). La sua tesi di ricerca è stata successivamente pubblicata da Lambert Academic Publishing con il titolo “The Role of Energy in Russian Foreign Policy towards Kazakhstan” (Giugno 2011). L’autore ha condotto i suoi studi presso istituzioni accademiche in Spagna, Russia e negli Stati Uniti. Ha lavorato presso importanti istituti di ricerca negli Stati Uniti e attualmente collabora con il centro di ricerca IECOB pubblicando articoli e approfondimenti su tematiche inerenti alla geopolitica dell’energia.


[i] Egli inoltre dà il nome (e molte risorse) a un gruppo di pressione che si batte per l’autosufficienza energetica degli USA: www.pickensplan.com (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

[ii] Ekke Overbeek , “Shale gas doesn’t make Poland the new Norway yet”, European Energy Review, 14 Giugno 2011. http://www.europeanenergyreview.eu/site/pagina.php?id=3051 (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

[iii] Studio dell’Aprile 2011 della Energy Information Administration (acronimo italiano: AIE) http://www.eia.gov/analysis/studies/worldshalegas/ (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

[iv] “The Supply-Demand Balance in the Shale Revolution”, Platts, webinar del 24 Maggio 2011.

[v] I volumi di gas di scisto citati in questo articolo si riferiscono infatti al “risked technically recoverable shale gas”, che in pratica non garantisce un risultato al 100% (la definizione possiede troppi termini condizionali per essere ritenuta completamente veritiera dagli industriali del settore).

[vi] Si veda su queste pagine l’articolo di Daniele Scalea “Shale gas vs South Stream”, 5 Dicembre 2010, http://www.eurasia-rivista.org/shale-gas-vs-south-stream-la-campagna-del-corsera/7227/ (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

[vii] “Nord Stream completes underwater work on gas pipeline”, RIA Novosti, 21 Giugno 2011 http://en.rian.ru/business/20110621/164745199.html (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

[viii] A questo proposito, Alfredo Musto, “Europa e Russia: gas-Ostpolitik”, Eurasia, 14 Dicembre 2010. http://www.eurasia-rivista.org/europa-e-russia-gas-ostpolitik/7370/ (ultimo accesso: 10 Luglio 2011).

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