Tentare di comprendere l’attuale crisi del Vicino Oriente anche nei suoi riflessi della guerra civile siriana – e irachena – nonché nelle perenni tensioni che tengono l’Egitto sull’orlo del caos non è possibile se non si tengono presenti gli intrecci strategici nell’area. Le grandi potenze hanno di rado concesso ai popoli del Vicino Oriente di tessere la propria storia in autonomia. Le ingerenze straniere nelle vicende storiche del Mashreq e del Maghreb hanno comportato l’estendersi delle ideologie di matrice occidentale ad aree di antica cultura islamica e cristiana. Limitare la nostra spiegazione alle influenze di una matrice esterna sarebbe però sbagliato: il mondo arabo si è spesso appropriato delle ideologie politiche occidentali adattandole e declinandole secondo le proprie necessità storiche.

 

 

Il neoislamismo come “ideologia occidentale”.

La più geopoliticamente occidentale, la più “importata” ed innaturale ideologia presente oggi nel mondo arabo risulta essere paradossalmente il neoislamismo radicale wahabita di matrice saudita, esportato dalle petromonarchie del Golfo a sostegno ideologico della propria penetrazione politica. Il supporto proveniente dal regno saudita e dal Qatar ai predicatori, alle associazioni caritatevoli e alle reti politiche ispirate alla Fratellanza Musulmana egiziana e al mondo salafita sono alla radice del successo economico e politico di tali correnti. L’espansione dell’influenza culturale e geopolitica delle monarchie del golfo nel mondo islamico avviene a suon di petroldollari e con la tacita approvazione USA, che sa essere questo il bacino culturale e finanziario in cui Al Qaeda si nutre ma vede nell’espansione dell’influenza delle monarchie del Golfo nel mondo arabo la stabilità della tutela dei propri interessi in funzione anti cinese, anti iraniana e anti russa.

È il gioco americano nell’Afghanistan degli anni ’80 che si rinnova nel contesto medio orientale.

Lasciamo da parte Pakistan, Afghanistan, Iran e tutta Asia Centrale con il mondo turco – centri di ulteriori complessità, ingerenze e complotti – per concentrarci sul solo mondo arabo.

Il wahhabismo è un’ideologia culturalmente e politicamente reazionaria, populista e demagogica che nasce da una interpretazione eterodossa dell’Islam.

Dal canto suo, la prassi di governo dei Fratelli Musulmani è avversa all’ispirarsi al sindacalismo occidentale delle organizzazioni sindacali egiziane o tunisine – i paesi arabi più avanzati da questo punto di vista. La Fratellanza e i partiti che da essa derivano, pur richiamandosi al moderatismo dell’AKP del centro-destra turco, rimandano ad una “dottrina sociale islamica” che ricorda certi aspetti di quella cattolica di fine ‘800 e inizio ‘900. Questa elaborazione nasce però nel periodo della lotta anticoloniale araba e dal desiderio di una rinascita autonoma del pensiero sociale islamico.

La contraddizione di fondo rimane questa: si tratta di ideologie avverse o comunque non certo allineate ai cosiddetti “valori democratici occidentali”, anche se l’Occidente ne accetta e ne sostiene le espressioni per motivi geopolitici. Sono e restano ideologie che potremmo classificare, secondo categorie occidentali e nei limiti in cui ciò sia utile, “di destra”.

 

 

Mondo arabo e interconfessionalità: forme di prassi politica. 

Il mondo arabo ha una “sinistra” e una “destra” che si richiamano all’Islam come fonte di identità culturale. Sono ideologie importate dall’Occidente per via degli orientamenti rivoluzionari arabi o sono nate come rielaborazioni autonome del pensiero e della prassi politica occidentale. Il loro carattere interconfessionale le ha portate ad essere avversarie della monarchia saudita, così come il loro anticolonialismo e nazionalismo le ha spinte ad essere antisraeliane e contigue al mondo sovietico. L’Occidente ha dichiarato loro una guerra che spesso ha favorito l’integralismo e il fondamentalismo.

 

 

Declinazioni arabe del fascismo.

La tendenza filofascista dello schieramento politico arabo è quella che ha subito gli influssi europei più marcati, specie nel passato. Le speranze riposte dagli Arabi nelle potenze dell’Asse furono determinate per lo più, ma non solo, dalla necessità della lotta antibritannica. Tali aspettative produssero le simpatie mussoliniane dei primi movimenti nazionalisti egiziani, in particolare del Partito del Giovane Egitto, nel quale militò il giovane Nasser. Il Partito assunse più tardi il nome di Partito Nazionalista Islamico, quindi nel dopoguerra il nome di Partito Socialista d’Egitto. Come sappiamo, Nasser divenne uno dei principali elaboratori del pensiero anticolonialista arabo. Altro centro di incubazione fu l’Iraq, dove durante la guerra le forze militari vicine all’Asse tentarono un golpe antibritannico, nonché l’area del Levante, dalla quale proveniva il Gran Muftì di Gerusalemme Al Husayni; amico personale del Fuehrer Al Husayni fu la guida spirituale delle SS musulmane, destinate ad essere punta di lancia dell’Asse nel Vicino Oriente nella lotta contro il nascente sionismo. Movimenti ispirati al nazionalsocialismo si diffusero anche in Siria, dove l’ostilità al colonialismo inglese si saldava con l’inquietudine prodotta dalla penetrazione di immigrati ebrei in Palestina, cosicché il legame tattico diventò ideologico. Nel Levante moderno, richiami quanto meno estetici al fascismo e al nazionalsocialismo permangono nel partito sciita Hezbollah, mentre sono sostanziali nel Partito Nazionale Sociale Siriano.

 

 

Una sinistra araba non decodificabile secondo categorie occidentali

Terminata la guerra, le tendenze politiche ispirate più marcatamente filofasciste, anticoloniali ed antiebraiche vennero riassorbite quasi totalmente dal nazionalismo arabo, che assumeva sempre più caratteri filosovietici, dato l’appoggio russo alle lotte anticoloniali e alla causa araba e palestinese. Nasser divenne l’ispiratore di queste correnti, che univano l’aspirazione all’unità panaraba ad una visione socialista e dirigista dei sistemi economici, in un quadro di rafforzamento delle neonate repubbliche arabe che si andavano scrollando di dosso le vecchie monarchie d’origine coloniale.

I giovani ufficiali arabi, ispirati in vari momenti storici da Nasser, da Bourghiba, o da Gheddafi, vedevano nel socialismo il paradigma per la ricostruzione e il rafforzamento dei nuovi Stati arabi, più che una summa di principi ideologici occidentali o addirittura marxisti: tutto era funzionale ad un’ottica nazionalista e spesso panaraba. Non è possibile leggere il socialismo nazionale arabo solo con le classiche categorie occidentali di “sinistra”. Le nazioni arabe erano nazioni giovani, multietniche, multireligiose, in cui ancora forti erano i legami tribali alla base di società tradizionali, in cui il senso di appartenenza nel senso moderno e patriottico andava costruito. Le linee di frontiera tracciate in punta di matita dall’imperialismo inglese e francese – e ribadite da quello americano – dividevano tribù affini e univano etnie differenti (arabi e curdi in Siria e Iraq, per esempio), facendo parti eguali per diversi e parti diverse per eguali e gettando dunque le basi per le attuali guerre civili siriana ed irachena. Scrollatesi di dosso il dominio coloniale, le nuove classi dirigenti proposero un socialismo patriottico esente da esclusivismi confessionali e finalizzato a superare se non proprio a scardinare il tribalismo, nonché a rilanciare l’ideale panarabo. Non sempre tentativi sinceri, furono comunque i più riusciti esperimenti di modernizzazione attuati nel mondo arabo, di pari passo coi progressi nella scolarizzazione.

 

 

Per comprendere un’autonoma “ideologia araba”: ritorno alla geopolitica. 

La geopolitica avvicina il mondo arabo e i suoi patrioti e nazionalisti prima all’Asse e poi all’URSS. Eppure l’unico regime comunista del mondo arabo fu quello dello Yemen del Sud, mentre il marxismo ebbe forza soprattutto nei partiti comunisti egiziani, iracheni e siriani, nonché tra i Palestinesi. Nella lotta nazionale palestinese si distinsero tra gli altri partiti di sinistra due movimenti comunisti, nei quali i cristiani erano ben rappresentati: il Fronte Popolare ed il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. In questi movimenti la lotta politica e rivoluzionaria andava però di pari passo con la lotta nazionale di liberazione, esattamente come nel socialista Al Fatah, movimento laico cardine dell’OLP. È interessante ricordare che il padre dell’FPLP fu quel George Habash già fondatore del Movimento Nazionalista Arabo, importante e diffuso partito panarabista.

Questi apparenti paradossi si spiegano con l’analisi di contesto prima operata e si riassumono nell’ideologia del Partito Baath, il partito socialista e nazionalista arabo, fondato da un cristiano e da un mussulmano (guarda caso, il simbolo del patriottismo egiziano è una Croce unita ad una Mezzaluna) proprio mentre univa elementi ideologici di “destra” e di “sinistra”. Dirigista nella sua visione economica, in Iraq il Baath fu sempre ostile ai comunisti, in uno scontro che aveva come posta in gioco la guida della rivoluzione nazionale dopo il superamento del neutralismo di Qasim, il generale che aveva abbattuto la monarchia. Il Baath fu un movimento transnazionale; la sua anima siriana, giunta al potere, ruppe con quella irachena. Oggi in Siria il Baath governa il paese in coalizione con i partiti socialisti e comunisti più ideologicamente espliciti ed identitari, e gode dell’appoggio esterno del movimento nazionalsocialista. Considerato un punto di vista condizionato dai dogmi ideologici e dai clichés di destra e di sinistra, il Baath potrebbe apparire contraddittorio e difficilmente comprensibile. Partito di “sinistra” perché socialista o di “destra” perché nazionalista e legato anche alle piccole borghesie urbane, il Baath ha comunque svolto un ruolo chiave nella storia dell’irredentismo arabo, nella formazione di governi legati al blocco sovietico da interessi geostrategici e nel tentativo di costruzione di una cultura araba non sottoposta al settarismo confessionale.

 

 

Per concludere: un profilo ideologico del mondo arabo per comprenderne le tematiche geopolitiche attuali.

Il mondo arabo non è monolitico. Non lo è ideologicamente, culturalmente, socialmente e religiosamente. Solo la disonestà intellettuale degli araldi ideologici delle potenze esterne ha interesse a rappresentarlo come un unico amalgama di fondamentalismo sunnita, ora nascostamente utile alla Gran Bretagna e poi agli USA in chiave di tutela dei loro interessi petroliferi, ora invece nemico mediatico a pretesto degli interventi militari americani e israeliani ma sempre in tacito accordo con l’autonomo alleato turco e il fedele alleato saudita.

Vi è un mondo arabo fatto di minoranze, come quelle in lotta nella Siria in fiamme. Vi è un mondo arabo fatto di movimenti secolarizzati, che hanno contribuito alle rivolte egiziane contro Mubarak ma sono stati messi da parte dai petrodollari a sostegno della Fratellanza. Vi è un mondo arabo-cristiano che ha sempre guardato con ovvio interesse agli orientamenti laici e progressisti, sin dai tempi del partito egiziano Wafd, il primo partito liberale e modernista egiziano, oggi minoritario. Il contributo dei cristiani alla causa nazionale araba – e al socialismo arabo – fu forte in Palestina, in Siria, in Iraq, in Egitto e in tutti i paesi dove i cristiani sono in minoranza. In Libano, paese dove il ruolo giocato dai cristiani è stato di prim’ordine, restano storiche le divisioni tra i greco-ortodossi e greco-cattolici vicini alle sinistre e ai governi siriani da un lato e i maroniti riuniti in gran numero nelle Falangi Libanesi, che almeno nelle prime fasi storiche del conflitto nel Paese dei Cedri si schierarono con Israele.

Questo veloce inquadramento vuol cercare di comprendere quanto di genuinamente arabo vi è nella cultura politica di quest’area multiforme e quanto invece proviene da Occidente, quanto il mondo arabo abbia sempre cercato almeno con le proprie avanguardie di elaborare un’autonomia di pensiero che potesse farsi autonomia storica e politica, e quanto invece gli attori esterni abbiano lavorato e lavorino per favorire il proprio interesse di breve respiro tramite l’ausilio alle forze integraliste dell’area islamica.

 

 

 

 

Bibliografia

–       Jean Sellier, André Sellier, Atlante dei popoli d’Oriente, Il Ponte, 2010.

–       Benny Morris, Vittime : storia del conflitto arabo sionista, Rizzoli, 2001.

–       Enrico Galoppini,  Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, 2001.

–       Giovanni Filoramo, Islam, Laterza 1999

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.