A cura di Andrea Turi

 

Per prima cosa la ringrazio della sua disponibilità a rispondere alle mie domande. Vorrei cominciare dalle ultime notizie riguardanti le relazioni tra Serbia e Kosovo. In base alla sua esperienza, dopo il fallimento del dialogo a Bruxelles, è ancora possibile che le due parti trovino un accordo nel breve e medio periodo? Se no, perché?

Certamente è sempre possibile raggiungere un accordo tra le parti contendenti ma entrambe devono essere pronte al compromesso e, se c’è un mediatore, il mediatore deve essere neutrale. Il problema fino ad oggi per quanto riguarda il raggiungimento di una soluzione pacifica sul Kosovo è stato che i “mediatori” – Unione Europea e Stati Uniti – non sono stati neutrali e hanno permesso a Pristina di dettare le proprie condizioni.

A partire dal 2008, hanno messo da parte un’agenzia veramente neutrale – le Nazioni Unite (Unmik) – e hanno cercato di imporre una soluzione unilaterale favorevole a Pristina. In passato, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno cercato utilizzando le forze armate – KFOR e EULEX – per spingere i Serbi del Nord del Kosovo ad arrendersi a Pristina. Nelle recenti sessioni del dialogo, l’Unione Europea (seguendo la linea della Germania) e gli Stati Uniti hanno provato a forzare la Serbia ad accettare i termini proposti da Pristina per raggiungere la “sovranità” nel Nord, utilizzando la leva della data per i negoziati di adesione all’UE: questo è stato l’equivalente di un ricatto. E questo continua a non funzionare perché nessun Governo serbo potrà essere giudicato nell’atto di consegnare semplicemente i Serbi del Kosovo nelle mani di Pristina. Speriamo che questo possa dire ai paesi del Quintetto – Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Italia – che non ci sarà nessuna soluzione pacifica per il Nord del Kosovo fino a che loro non accetteranno il fatto che si debba trovare un reale compromesso e spingere Pristina ad accettarlo.

 

 

Quindi la sua opinione sull’Unione Europea in qualità di mediatore non è buona.

A guarda dall’esterno – e a giudicare dalla mancanza di risultati – sembra che l’Unione Europa sia stata tutto meno che neutrale ed equilibrata. La sua ultima proposta, a quanto pare, rappresentava un semplice “prendere o lasciare” in cui si chiedeva di accettare il controllo di Pristina sul Nord della regione. Ad essere onesti, può essere stato che Ashton avesse dei limiti posti su di lei dal forte sostegno statunitense per Pristina e, in qualsiasi circostanza, dall’apparente mancanza di entusiasmo di Berlino per l’adesione serba all’Unione.

 

 

Serbia e Europa, quindi. La data di inizio delle negoziazioni è completamente arbitraria e la Serbia, comunque, non avrebbe garanzie che sarà invitata ad unirsi all’Unione Europea in futuro. La “data” rappresenta un puro e semplice mezzo di ricatto per convincere Belgrado ad arrendersi sul Kosovo e niente più?

Questo è ovvio da tutto quello che i leader politici europei e tedeschi hanno detto. È chiaro che il fallimento nel raggiungere un accordo nell’ultimo round dei dialoghi con Pristina significa che la Serbia non ha ottenuto questa data. Fino ad ora, sembra che l’UE si accontenti di mantenere la partecipazione della Serbia in disparte per tutto il tempo che ci vuole affinché la Serbia si arrenda al Kosovo. Un approccio alternativo potrebbe essere quello di consentire alla Serbia di avviare i negoziati per l’adesione con l’aspettativa che nel corso dei prossimi anni, i problemi pratici possano essere risolti e le grandi questioni politiche tra la Serbia e il Kosovo maturare fino al punto di arrivare ad una soluzione.

 

 

Qual è quindi il futuro dei due Paesi? È il cammino europeo, l’opzione europea, la migliore soluzione per entrambi? O, forse, ci sono altre alternative più praticabili, soprattutto per la Serbia?

Sia la Serbia che il Kosovo sono parti dell’Europa. Così come lo sono Macedonia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina. Nella misura in cui la stessa Unione europea sopravviverà e prospererà,   appartengono tutti ai suoi confini.

 

 

Torniamo al fallimento del dialogo. Parlava di compromesso. È possibile raggiungere un equilibrio tra le due parti? Ritiene che il piano Ahtisaari sia ancora un soluzione valida e praticabile? 

Il piano Ahtisaari è stato ben progettato per la situazione del Kosovo: forniva un quadro di riferimento per un reale decentramento del Governo locale e collegamenti continui con la Serbia. Ci sono però due problemi: non è stato pienamente realizzato a sud dell’Ibar e avrebbe bisogno di dettagli importanti per essere applicato a Nord dell’Ibar. Questi dettagli ancora da definire fanno perno sul ruolo esatto di Pristina nelle decisioni dei Governi locali nelle municipalità a maggioranza serba, specialmente nei settori di polizia, tribunali e finanziamenti. Ma queste sono questioni pratiche e presumibilmente potrebbero essere risolte attraverso soluzioni pratiche.

 

 

Ritiene ancora che il problema dei “poteri esecutivi” da attribuire all’associazione delle municipalità serbe del Nord del Kosovo sia non un problema ma un “falso problema”? Se è così, quale è il problema vero?

Pristina e i suoi alleati internazionali possono aver sollevato la questione delle autorità “esecutive” come un modo per evitare un reale compromesso. Il piano Ahtisaari è chiaro (allegato 3) quando specifica che le associazioni municipali (nel documento vengono chiamate partnership) possono avere organi decisionali composti da rappresentanti dei Comuni. Le associazioni potranno adottare tutte le azioni necessarie all’implemento ed esercitare la loro collaborazione funzionale attraverso, tra le altre cose, l’istituzione di un organo decisionale composto da rappresentanti nominati dalle assemblee dei comuni partecipanti, l’assunzione e il licenziamento del personale amministrativo e di consulenza, e le decisioni relative al finanziamento e altre esigenze operative del partenariato. Si possono chiamare questi organismi esecutivi o meno, ma ci sono già nel Piano Ahtisaari.

Il vero problema potrebbe essere determinato dalla paura che le associazioni comunali possano diventare una sorta di Kosovo Republika Srpska. Ma fino a quando queste non avranno un ruolo nel governo centrale, né in materia di polizia e di tribunali – il Piano Ahtisaari dà il ruolo di protagonista al livello locale del governo municipale – il confronto con la Bosnia sarà discutibile.

 

 

Lei ha affermato (Kosovo – Pristina doesn’t really want negotiations on the Nroth, May 22nd, 2012) che Pristina non vuole negoziazioni sul Nord, vuole il Nord. Pensa che ci potrebbero essere atti di forza per ottenere questa parte del Paese? 

Pristina ha già tentato di introdurre la sua polizia e i suoi agenti doganali nel Nord usando la protezione della KFOR e dell’EULEX. È la polizia speciale (ROSU) che periodicamente molesta i Serbi kosovari che vivono sulla sponda Nord del fiume Ibar. A quanto pare, gli ufficiali di Pristina sono ancora trasportati al confine settentrionale su elicotteri dell’EULEX.  Il Primo Ministro del Kosovo ha già messo in guardia in passato che Pristina avrebbe cercato di imporre la propria autorità nel nord con il sostegno internazionale.

Ma il vero pericolo non è se il Kosovo lancerà il suo esercito o la polizia in qualche massiccio sforzo per la conquista del Nord ma piuttosto il fatto che resta la possibilità per Pristina di intraprendere azioni provocatorie – iniettare le forze di polizia speciali ulteriormente verso nord, più frequenti “ritorni” unilaterali allo scopo di prendere terra – al fine di creare una crisi che “richieda” un intervento da parte della NATO. Speriamo che il Quintetto sia sensibile a questa possibilità e prevenga tali azioni.

 

 

La Serbia è sola e sembra non avere molte altre alternative all’ultimatum proposto da Bruxelles, specialmente se Washington sembra risoluta nell’attuare quello che ha già deciso per il futuro del Kosovo. Secondo lei, la Serbia dovrebbe “accettare” l’ultimatum e continuare il dialogo per evitare di trovarsi davanti ad un fait accompli con la conseguente perdita di tutto il suo potere negoziale?

Non sono io quello che deve dire alla Serbia cosa dovrebbe fare. Ma è chiaro che lo sforzo da parte dell’UE e degli Stati Uniti per mantenere la partecipazione della Serbia all’UE in ostaggio dei disegni sul Nord di Pristina non ha funzionato. Per quanto riguarda la stessa Unione europea, dovrebbe vedere le sue buone ragioni nel portare la Serbia nell’Unione. L’Europa non può essere completa fino a che non include i Balcani. É comprensibile che l’UE non voglia portare al suo interno un’altra divisione che ricorda quella di Cipro. Kosovo e Serbia dovranno, alla fine, riconciliarsi l’un con l’altra. Ma piuttosto che cercare di spingere la Serbia in una situazione in cui ha tutto da perdere, Bruxelles dovrebbe assumere un ruolo guida nella ricerca di un compromesso reale. Lady Ashton finora non si è mossa in questa direzione.

 

 

L’Ambasciatore della Federazione Russa a Belgrado, Aleksandar Cepurin, ha recentemente dichiarato che la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244 è un documento ancora valido ed in essere. Concorda con il fatto che il luogo giusto per risolvere la questione possano essere le Nazioni Unite?

È certamente vero che la UNSCR 1244 è ancora applicabile in quanto non è mai stata né modificata né ritirata dal Consiglio di Sicurezza. L’ONU è ancora in campo in Kosovo con responsabilità di peacekeeping. L’ONU è un organismo neutrale e anche Pristina dovrebbe essere saggia da permetterne il ruolo se veramente aspira, un giorno, a diventarne membro. Per unirsi all’ONU sembrerebbe indispensabile rispettare l’ONU.

Il problema è la realtà di come funziona l’ONU: lavora nell’ambito del suo mandato ma anche nell’ambito della politica in seno al Consiglio di Sicurezza. Fin d’ora, il Quintetto sembra voglia tenere l’ONU fuori dalla questione in quanto non è in grado di controllare un possibile ruolo neutrale delle Nazioni Unite con la stessa facilità con cui può controllare un coinvolgimento dell’UE. Ma ad essere onesti, la Russia stessa non ha insistito nel riportare la questione al Consiglio di Sicurezza né si è offerta di inviare di nuovo i suoi propri peacekeepers in Kosovo. (Le forze russe hanno partecipato alla KFOR in passato).

 

 

Come reputa il lavoro dell’amministrazione internazionale in Kosovo dal 1999 e l’applicazione del diritto e della legge nel Paese?

UNMIK è stata una missione ampia con molte responsabilità, non tutte compatibili e non tutte con il pieno supporto di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Inoltre, cadde sotto l’influenza della maggioranza della popolazione che la circondava. Detto questo, credo che la missione abbia fatto il meglio che ha potuto in quelle circostanze. EULEX (e ICO) sono questioni diverse: avevano piena autorità concessa dallo stesso governo del Kosovo. Ma sono caduti preda – con meno scusanti – degli stessi problemi che gravavano sull’UNMIK.

 

 

Un’ultima domanda: quali sono i Paesi che hanno ancora interessi in Kosovo e quali sono questi interessi?

Domanda complessa per una risposta breve. Ma può essere che nessun Paese abbia veri vitali interessi lì. La Germania preferisce un Kosovo “indipendente” così da rinviare lì i migranti. Gli Stati Uniti vogliono qualunque cosa gli albanesi del Kosovo vogliono e si accontentano di lasciare i problemi all’UE. L’UE vuole che gli venga riconosciuta con successo la gestione di un importante sforzo nella costruzione di una Nazione. Nessuno di questi interessi, però, stanno apparentemente premendo al punto di determinare politiche efficaci che si occupino delle questioni interne del Kosovo – come la corruzione e la criminalità – o producendo un vero sforzo per risolvere il problema del Nord.

 

 

* Gerard Gallucci, ex inviato delle Nazioni Unite in Kosovo (2008).

 


Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.