Ilich Ramirez Sanchez (nato il 12 ottobre 1949 a Caracas in Venezuela) è meglio conosciuto dal grande pubblico con lo pseudonimo di Carlos. Per alcuni, è un terrorista condannato dalla giustizia francese alla reclusione a vita, per altri, egli incarna la figura più pura del soldato politico e del resistente antisionista. Figlio di un ricco avvocato comunista venezuelano, Carlos fece i suoi studi all’Università Patrice-Lumumba di Mosca. Convinto dalla giustezza della lotta del popolo palestinese, si unì al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e dopo diverse azioni armate anti-sioniste, si fece conoscere nel mondo intero, nel dicembre 1975, organizzando e dirigendo la presa in ostaggio degli undici ministri dell’OPEC a Vienna. Nel 1991, Ilich Ramirez Sanchez trovò rifugio in Sudan. L’anno successivo, per l’omicidio di due poliziotti della Direzione della sorveglianza del territorio e di un loro informatore sopraggiunto il 27 giugno 1975, un tribunale francese lo condannò in contumacia alla detenzione a vita. Il 14 agosto 1994, a Khartoum, la Direzione della sorveglianza del territorio francese riuscì a farlo prelevare su ordine di Charles Pasqua allora ministro dell’Interno, senza mandato d’estradizione, quindi a riportarlo in Francia, dove è ora detenuto alla prigione centrale di Poissy.

Convertito all’ Islam, Carlos redasse nel 2004, con il giornalista Jean-Michel Vernochet (ben noto per la sua prossimità agli ambienti nazionalisti francesi), un’autobiografia intitolata L’ Islam rivoluzionario che fu pubblicato dalle edizioni Le Rocher.

Nel maggio 2009, apporterà il suo sostegno simbolico alla Lista anti-sionista che Dieudonné presentava alle elezioni europee del 7 giugno 2009.

Siete in prigione per “terrorismo”. Ma un “terrorista”, è a volte “un resistente” che è riuscito… Come vi definireste?

Mi definirei precisamente come un resistente, un rivoluzionario di professione nel senso leninista del termine, un quadro militare della resistenza palestinese. Detto ciò, non sono in prigione per terrorismo. Se sono stato condannato, nel 1997, è per l’omicidio volontario, il 27 giugno 1975, in via Toullier, di tre persone di cui due ufficiali di polizia, fatto che contesto. Sono dunque legalmente un prigioniero di diritto comune.

Quali sono le vostre condizioni di carcerato?

Quelle di tutti i prigionieri condannati ad una lunga pena. Ma per dieci anni sono stato tenuto in un isolamento totale. Ne sono uscito soltanto grazie ad una decisione della Corte europea di giustizia.

Di tutte le vostre azioni, di quale andate più fiero? La presa di ostaggi a Vienna, alla riunione dell’OPEC, nel dicembre 1975, ad esempio?

Sono fiero di tutto ciò che ho fatto. Ho fatto poco e molto allo stesso tempo. Ho effettuato cose che poca gente al mondo avrebbe potuto fare. Sono fiero del lavoro che ho effettuato. A Vienna si sentivano i padroni del mondo, ho mostrato loro che erano vulnerabili. È certamente questo fatto simbolico che è stato il più importante.

E di quali azioni andate meno fiero? La morte dei due agenti del DST che vi è attribuita, per citare una?

Ciò di cui non sono fiero, è ciò che ho attuato con meno successo. Per la morte in servizio degli agenti del DST, vi risponderò che l’obbligo di qualsiasi militante è di resistere all’arresto. Con ciò, ho sempre negato di essere stato l’autore dei colpi di fuoco mortali e tuttavia sono stato condannato per questi. Quest’affare di via Toullier è stato un colpo montato dagli israeliani contro di me, ma soprattutto contro la DST che li ostacolava.

Se non fosse diventato Carlos, quale lavoro Illich Ramirez Sanchez avrebbe voluto esercitare?

Sono nato per essere un rivoluzionario di professione. Mio padre voleva che lo fossi ed avevo le capacità per esserlo, allora io lo sono diventato… Ero piuttosto un intellettuale e sono diventato un uomo d’azione. Un tempo, alla fine della mia adolescenza, ho pensato di diventare avvocato come mio padre, ma allo stesso tempo volevo fermamente essere un rivoluzionario. A dir la verità, non ho realmente scelto di essere ciò che sono diventato, sono stato scelto dal destino. Dopo ciò, ho provato, come chiunque, a fare il mio lavoro il più correttamente possibile…

Siete, si sa, d’origine venezuelana, cosa pensate dell’azione di Hugo Chavez?

Hugo Chavez è la figura più significativa della storia venezuelana dopo Simon Bolivar. È un esempio quasi unico di rivoluzionario arrivato al potere per mezzo di elezioni, cosa che spiega le debolezze del suo regime. Infatti, in mancanza di rivoluzione sanguinosa, la struttura del vecchio Stato è restata parzialmente al suo posto, con i suoi funzionari ed i suoi profittatori che rallentano o sabotano l’azione della rivoluzione bolivariana. A livello geopolitico, ha già fatto molto. La sua idea d’unione latino-americana basata sui piani di finanziamento economici, petroliferi e militari, ha rimesso in discussione la sovranità dell’America settentrionale su quella del Sud ed ha rafforzato i sostenitori di un mondo multipolare.

Restate in contatto con questo paese, in un modo o nell’altro?

Certamente, resto in contatto con il mio paese e con la vita politica che si svolge. Sono membro d’onore della Gioventù Comunista del Venezuela e membro del Partito Comunista Venezuelano, sostengo anche il Partito Socialista Unificato del Venezuela che raccoglie tutti i chavisti. Mi capita, ogni tanto, di redigere articoli per la stampa di questi movimenti.

Avete la speranza un giorno di essere liberato e che il Venezuela giochi un ruolo in questa liberazione?

Ho la ferma speranza di essere liberato. Ma ci sono in Venezuela vecchi comunisti passati alla reazione che fanno di tutto perché non lo sia. Ma ciò si sistemerà. È un affare di petrolio.

È la Francia che ha bisogno del Venezuela, non l’opposto. Uno dei miei avvocati ha incontrato Chavez quando è venuto in Francia nel 1999. Chirac disse che sarei potuto rientrare in Venezuela quando gli affari giudiziari che mi riguardano sarebbero stati chiusi. Sono dieci anni che ciò è stato detto ed alcune indagini sono sempre in corso!

Voi che siete sempre stato vicino alla causa palestinese, avreste firmato gli accordi di Oslo?

Non ero vicino alla causa palestinese, ne ero parte, ero un quadro militare. Quanto agli accordi di Oslo, furono un tradimento, non li avrei firmati.

Oggi, quale può essere, secondo voi, la via d’uscita del conflitto israelo-palestinese?

Temo che la situazione attuale durerà ancora il tempo di una generazione. Ma alla distanza i sionisti hanno già perso, il loro Stato artificiale scomparirà a breve. Sarà sostituito, si spera, da uno Stato palestinese laico e democratico aperto a tutti, anche agli Ebrei. In Palestina, ci sono tre categorie di Ebrei che vi risiedono. Coloro che, religiosi o no, amano la terra santa, coloro che sono là “per caso” perché sono nati o sono emigrati per ragioni economiche ed i sionisti che sono i portatori di una eresia politico-religiosa. Occorre espellere quest’ultimi della Palestina, gli altri sceglieranno di restare o di partire poiché la terra santa è di tutti, per di tutti gli uomini di buona volontà e di tutti i credenti.

L’Iran di Mahmoud Ahmadinejad ha una carta da giocare in questa partita? E se sì, quale?

Sì, l’Iran ha un ruolo da giocare tanto in virtù della sua prossimità geografica quanto per il fatto che esiste in questo paese una comunità ebraica importante e molto antica che non è sionista e che può fungere da esempio di coabitazione armoniosa tra musulmani ed ebrei. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad mi è molto simpatico. È, contrariamente ai dirigenti americani, un vecchio combattente, uno che sa cosa è la guerra.

Vi siete convertito all’Islam, nello stesso tempo vi dite sempre comunista… La mescolanza delle due cose non è contraddittoria?

Credo in Dio. Dio mi ha salvato la vita in alcune situazioni difficili in cui tutti cadevano attorno a me. Credo in Dio ed ho fede nell’Islam, non ci sono contraddizioni ai miei occhi quando affermo ciò. Il Partito Comunista Venezuelano, in occasione di uno dei suoi congressi, ha adottato una mozione che precisa che si poteva essere allo stesso tempo comunista e cristiano o musulmano. In Venezuela la maggioranza della popolazione è cristiana, questa dichiarazione era dunque in parte logica. Ma, si sa che non ci sono comunità musulmane in questo paese… Questo mozione del PCV mi era dunque riservata, convalidava la mia scelta religiosa come giusta per un comunista.

Pensate che ci si potrà attendere qualcosa da Barack Obama?

No. È probabile che la sua amministrazione adotterà alcune misure sociali, che i poveri e diseredati vivranno un po’meglio. Ma nulla di più, fondamentalmente non cambierà nulla. Questo è Barack Obama, un po’ come Kennedy ai suo tempi, è un uomo politico che ispira simpatia. Ma è soltanto marketing, nulla di più ed è per questo che è stato scelto. Negli Stati Uniti, si viene eletti perché si ha abbastanza denaro per finanziare la migliore campagna elettorale. Ma da dove viene quest’ultimo? Dai conti in banca dei capitalisti e dei sionisti. Questi hanno deciso di salvare il sistema americano, per ciò gli hanno dato un nuovo volto: Obama. Ma questo maquillage non modifica la natura intrinseca del sistema americano. Obama non è stato eletto per fare la rivoluzione ma per far uscire gli Stati Uniti da una crisi, dunque non cambierà nulla, continuerà in un modo diverso ciò che hanno fatto i suoi predecessori.  In campo internazionale, anche se sono presentati in modo meno brutale, gli scopi resteranno gli stessi e continuerà la politica di Bush in Iraq, in Iran, in Afganistan, in America latina…

E Vladimir Putin? Come giudicate la sua azione?

In modo positivo, come altrimenti? È un uomo che è stato formato dal KGB: ciò significa che era programmato per appartenere all’elite dell’URSS, è dunque normale che si trovi alla testa della Federazione Russa. Auspico che il suo progetto politico abbia successo poiché il mondo ha bisogno di una Terza Roma, della Russia forte, della Russia che si solleva e che svolge nuovamente il suo ruolo storico sostenendosi su tre pilastri ideologici: l’ortodossia, il comunismo sovietico ed il panslavismo.

Oggi siete, per forza di cose, residente francese. Come giudicate lo stile e la politica di Nicolas Sarkozy? E cosa vi ispira la nostra attuale situazione politica?

Sono effettivamente un residente francese, un residente temporaneo si potrebbe dire. Mi interesso molto alla vita politica francese e ciò dal 1966, data alla quale ho iniziato a leggere “Le Monde” su consiglio di un dirigente del Partito Comunista Venezuelano. A causa della mia situazione, sono uno spettatore e ciò che osservo è interessante. Ci sono dettagli che sono significativi. Ad esempio l’Eliseo non è più un palazzo, un luogo di direzione, è diventato un semplice ufficio. Il vostro presidente non vi abita, lo lascia dopo il lavoro per raggiungere la sua nuova moglie al domicilio di lei. La scelta è significativa. Vivere bling-bling non è più vietato per un uomo politico. I nuovi ricchi sono al potere. I nuovi francesi anche. A questo proposito, sono sempre sorpreso quando, guardando la televisione vedo il posto che occupano i francesi che portano nomi dell’Europa centrale o dell’Africa del Nord e che non sono né immigrati né musulmani. Detto ciò, i cittadini francesi sono i soli responsabili di questo poiché hanno votato per Nicolas Sarkozy. La Francia è una democrazia, anche se più di un francese su tre non è rappresentato al Parlamento poiché vota per un partito che non ha un eletto a causa del vostro sistema elettorale. Osserverete che si accusa Hugo Chavez di essere un dittatore, ma che in Venezuela le elezioni sono realizzate con un sistema totalmente proporzionale… Occorre essere lucidi, so che non si farà mai una rivoluzione di tipo bolscevico in Francia. Ma la Francia è ancora qualcosa, resta un simbolo, allora ciò che desidero è che sia diretta un giorno da un Presidente che difenda i suoi valori reali, che ridiventi una grande potenza, un paese di riferimento.

E Ségolène Royal?

Ségolène Royal è una madre di famiglia, una cattolica, è già in questo vi è l’essenziale.

Conoscete gli outsiders della politica francese, chi sentite più vicino? Jean-Marie Le Pen o Olivier Besancenot?

Sono comunista. Jean-Marie Le Pen è un anticomunista ed un vecchio fascista, e tuttavia ho molta simpatia per lui. È sorprendente, non fa compromessi, è il solo uomo politico francese che dice la verità senza edulcorarla. Un tempo i veri comunisti erano come lui. Quanto ad Olivier Besancenot, è un trotskista. Ho soltanto una cosa da dire al riguardo: appartiene ad una corrente che come comunista ho sempre combattuto.

Cosa pensate della decisione di Nicolas Sarkozy di rientrare ufficialmente nella NATO?

È certamente una decisione scandalosa. Ma è anche una decisione che, fondamentalmente, non cambierà un gran che le cose poiché era da tempo che la Francia si prostrava dinanzi agli Stati Uniti. La sola differenza è che ora lo farà per ragioni ideologiche mentre prima era soprattutto per ragioni economiche.

Prima di lasciarvi, mi piacerebbe porvi quattro domande a guisa di conclusione. Se si potesse tornare indietro rifareste tutto?

Sì, totalmente, poiché ho fatto soltanto il mio lavoro di rivoluzionario di professione.

La canzone di Edith Piaf, “Non, rien de rien, je ne regrette rien“, vi si addice?

Sì.

Allora cosa rimpiangete?

Nulla di ciò che ho fatto… Invece mi rammarico dell’evoluzione della storia del mondo, della caduta dell’URSS, del fatto che non abbiamo ancora liberato la Palestina.

Oggi, avete il cuore in pace?

Sì.

Fonte della traduzione (a cura di G. Petrosillo): http://ripensaremarx.splinder.com

In calce alla presente intervista pubblichiamo una lettera di “Carlos” a François Genoud. (Sulla figura di F. Genoud si rimanda a:
Aldo Braccio,
Testimoni della storia, Amici della Palestina: Mons. Hilarion Capucci e François Genoud , “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. VI, 2/2009, pp.55-58.)

LETTERA DI CARLOS A FRANCOIS GENOUD
(18 marzo 1995) *

Caro compagno di lotta,
ho ricevuto ieri la vostra lettera datata 2 marzo 1995. Voglio che sappiate che siete la sola persona “coi miei più stretti familiari” con cui tengo corrispondenza dalla prigione.
In questo paese, in cui la lealtà politica dipende solo dai sondaggi, la vostra fedeltà ai nostri ideali suscita ancor più grande ammirazione.
So che avete cominciato a lottare per la liberazione della Palestina fin dall’età di vent’anni, a Gerusalemme nel 1936, col Gran Muftì Shaykh Amin el-Husseini.
Anch’io ho cominciato a lottare per la liberazione della Palestina all’età di vent’anni, sulla Riva Est del Giordano, nel 1970, con Georges Habbache e con Waddi Haddad.
Da allora, ho consacrato la mia vita alla più nobile delle cause, la liberazione della Palestina nel contesto della Rivoluzione mondiale…
Se mai ci incontreremo ancora, raggiungeremo il Walhalla dei rivoluzionari e condivideremo momenti di familiarità coi nostri cari martiri scomparsi…
Sarei felice di arrivare alla vostra età con un decimo del vostro spirito indomito; sappiate che vi ammiro sinceramente, che ho fiducia in voi, che ho a cuore la vostra amicizia. Trasmettete i miei omaggi ai vostri intimi. Mantenetevi in contatto con la mia famiglia in Venezuela, che è anche la vostra famiglia. Recibe un abrazo revolucionario de
Carlos

* Da: Pierre Péan, L’extrémiste. François Genoud, de Hitler à Carlos, Fayard, Paris 1996, p. 382

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Pubblichiamo, infine alcuni passi del libro autobiografico di “Carlos”: Ilich Ramírez Sánchez dit Carlos, L’Islam révolutionnaire, Éditions du Rocher, Monaco 2003, pp. 274, € 24,20

Mi sono convertito all’Islam alla vigilia del mio ventiseiesimo compleanno, ai primi del mese di ottobre 1975. Ventisette anni fa, è come se fosse ieri, in un campo di addestramento del FPLP nello Yemen, vicino a Ja’ar, nel governatorato di Abyan. Mi ero preparato a questo passo in compagnia dei combattenti arabi che un po’ più tardi avrei guidati in un’incursione alquanto pericolosa nell’Africa orientale. Erano tutti musulmani e mi avevano chiesto di diventare uno dei loro condividendo la loro fede, affinché, nell’eventualità, fossi io a guidarli in Paradiso. La fraternità d’armi è dunque all’origine della mia conversione. (pp. 23-24)

La conquista egemonica è possibile solo a condizione di far saltare quelli che bisognerebbe chiamare i «catenacci di sovranità». Gli stati islamici indipendenti che intendono essere padroni a casa loro e filtrare le influenze o le ingerenze straniere, che vogliono liberamente applicare la Sciaria, la legge islamica, devono scomparire, perché l’Islam è un freno, anzi, è un ostacolo al “libero” esercizio delle leggi del mercato. Va da sé che nello spirito dei conquistatori, dei nuovi “crociati” della “democrazia”, le leggi divine debbono essere cancellate e far posto a quelle dell’economia, della finanza, della produzione e del consumo! Ogni deroga a questa legge bronzea del capitalismo merita una sanzione. E la sanzione è la guerra. Le porte chiuse si aprono a cannonate.

La legge dell’”Idolo”, chiamatelo il Vitello d’Oro se volete, costituisce l’unica realtà sacra del mondo democratico e moderno. Immaginate: la Sciaria proibisce il prestito a interesse. Le pratiche e le leggi finanziarie islamiche sono “solidariste”, sono fondamentalmente contrarie a “far lavorare il denaro”, cosa che è considerata immorale e fonte di ingiustizia, perché non è più il lavoro in sé a costituire il merito di una persona, bensì le leggi cieche della speculazione. L’Islam, nella sua infinita saggezza, ha tagliato corto con questo sistema perverso, interdicendo non solo l’usura, ma ogni rendita derivante dal denaro.  (p. 49)

Gli ultimi Europei, ossia gli uomini e le donne che hanno conservato la fierezza delle loro origini, coloro che sono ancora fedeli al retaggio dei loro padri, arriveranno ad abbracciare l’Islam; per coloro che hanno saputo custodire il rispetto di se stessi e quindi rifiutano di avvilirsi al contatto del feticismo materialista, l’Islam rappresenta l’unico mezzo per salvaguardare i loro valori, il patrimonio spirituale ereditato da una lunga storia.

Da questo punto di vista, la guerra che l’Islam deve condurre contro l’imperialismo non è, ripetiamolo, la lotta contro un popolo, una nazione o uno Stato. Noi combattiamo un sistema, un sistema che, insensibilmente ma inesorabilmente, porta l’uomo alla corruzione e poi alla morte ontologica.  (p. 63)

Sono gli Stati Uniti, bisogna rammentarlo, ad avere preso storicamente l’iniziativa di costruire e usare armi di distruzione di massa. Queste armi sono state sperimentate a Hiroshima e a Nagasaki contro delle popolazioni civili, proprio mentre lo stato maggiore giapponese offriva all’America una resa negoziata. (…) È la libertà in marcia, l’avvento del regno democratico; per insegnare agli uomini a vivere, talvolta è utile, perfino necessario, cominciare con lo sterminarli. In questo, gli Stati Uniti non devono ricevere lezioni da nessuno…    (p. 121)

I genitori guardano con tenerezza – la gioventù passa presto, no? – i loro figli che vanno ad abbrutirsi col rock duro, con la techno e tutte le forme sonore della droga… Si divertono, e non si rendono conto che, in realtà, stanno assistendo a una tragedia… La televisione diffonde il culto sfrenato del sesso, della violenza e del dollaro. Le vostre televisioni scaricano continuamente le loro immondizie nel seno stesso delle vostre famiglie, mentre i vostri politicanti insorgono contro lo spettro di un ipotetico ritorno dell’ordine morale! Parlare di bene e di male è diventata un’incongruità, o meglio, un’oscenità. Denunciare il male, esaltare il bene nella sua oggettività, dire la verità di Dio, sono cose che vi fanno rabbrividire. Voi preferite barricarvi in casa per timore dei ladri, perché volete conservare una cosa sola, come il bene più prezioso, più prezioso dei vostri stessi figli scomparsi o violentati: la sola libertà di cui voi realmente dissoniate, la libertà di avvilirvi! E sia! Ma allora, siccome non avete più il coraggio di difendere i principi morali della legge naturale e divina, quella dei vostri padri, smettetela di piangere sulle vostre disgrazie.   (p. 209)

La “liberazione” dell’Europa si è risolta con alcuni milioni di morti ad Est come ad Ovest, mentre i vinti venivano decimati dalla fame e dalle epidemie nei campi di concentramento riaperti dai “liberatori”. De Marenches spiega come Churchill abbia fatto deportare tra i ghiacci sovietici quasi due milioni e mezzo di uomini, donne e bambini, i quali hanno conosciuto la sorte che si può ben immaginare. Ecco gli eroi senza macchia della vostra storia. Una storia che bisognerà pur decidersi a riscrivere. (…) Il leggendario eroe della “liberazione”, il grand’uomo Churchill, dovrebbe forse avere il privilegio di un posto di prim’ordine nella lista dei grandi criminali della storia. Un posto che gli spetta di diritto, sia per la sua politica nel Vicino Oriente prima della guerra, sia per la distruzione delle città tedesche per mezzo delle bombe al fosforo.  (p. 218-219)

Nel 1933, la guerra viene dichiarata da Wall Street e Manhattan. L’arma atomica ideata in quel periodo dal dolce e pacifico Einstein e realizzata dal suo correligionario Oppenheimer, non si chiamava forse “progetto Manhattan”? Wall Street e Manhattan dichiarano la guerra (non è un modo di dire, ma la verità storica) alla Germania nazionalsocialista, la quale rifiuta la supremazia del dio dollaro e fonda la stabilità della sua moneta ricostruendo la propria economia sulla base del valore lavoro e sulle sole forze produttive.

Più ancora dell’antigiudaismo dichiarato dell’ideologia del regime, ad essere assolutamente imperdonabili erano il crimine di blasfemia contro il dollaro e la soggiacente tentazione autarchica, la quale portava implicitamente a girare le spalle al libero scambio. La restaurazione dell’economia tedesca su basi socialiste, quindi contrapposte al liberalismo, costituiva una vera e propria dichiarazione di guerra…     (pp. 222-223)

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