Intervista a cura di Andrea Fais

 

 

Da alcuni anni Lei ricopre il ruolo di presidente onorario di AssoCina, un’associazione formata da alcuni italo-cinesi di seconda generazione, ossia cinesi nati e/o cresciuti in Italia. È un’associazione che, come riportate nel Vostro spazio multimediale, nacque spontaneamente sulla rete nel 2005 ma che, nel frattempo, ha assunto i tratti di una vera e propria organizzazione di intermediazione culturale e scientifica attraverso momenti di condivisione ed incontro che valorizzino le differenze come ricchezza culturale. Quali sono le Vostre attività nel dettaglio e quali difficoltà ambientali avete sin’ora riscontrato?

Le attività dipendono molto spesso dalle opportunità che si presentano nei vari territori. Per esempio ultimamente stiamo portando avanti una iniziativa a Milano che ha come obbiettivo la maggior integrazione della comunità cinese, a Roma abbiamo collaborato col Museo Pigorini per una mostra, dal titolo [S]oggetti migranti, sul territorio nazionale abbiamo avuto delle iniziative per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Quindi abbiamo spaziato dal sociale al culturale e all’economico. Le difficoltà sono sia interne che esterne. Quelle interne sono date dai limiti del volontariato puro, per cui non abbiamo persone che lavorano a tempo pieno per AssoCina ma tante di buona volontà che ci dedicano il loro tempo libero. In una situazione del genere diventa difficile fare una pianificazione sulle disponibilità. I fattori esterni invece dipendono spesso da condizioni ambientali locali e dalla apertura e disponibilità delle istituzioni con cui abbiamo a che fare.

 

 

La storia della Sua famiglia costituisce un lodevole esempio di integrazione sia nei termini della capacità di rispettare il Paese ospitante sia nell’abilità di trasformare un apparente punto di debolezza, come la condizione di “straniero”, in un punto di forza, favorendo addirittura la cooperazione industriale ed infrastrutturale tra le due realtà. Laureatosi in Ingegneria Elettronica a Firenze e specializzatosi in Telecomunicazioni al Politecnico di Milano, il Suo impegno nel settore dell’industria telefonica Le ha consentito, fra le altre cose, di contribuire attivamente alla fase di modernizzazione che la Repubblica Popolare Cinese ha intrapreso a partire dal 1979. Oggi, per i giovani cinesi cresciuti in Italia, è più facile o più difficile seguire il Suo esempio? Il processo di globalizzazione economica rappresenta un’opportunità o un ostacolo in questo senso?

Le condizioni sono sicuramente cambiate nel corso degli anni, ai miei tempi le opportunità erano minori ma erano anche molto meno le persone professionalmente adeguate a ricoprire certi ruoli, per cui alcune opportunità andavano anche un po’ costruite. Adesso il mondo è cambiato e per una seconda generazione sbocchi professionali non sono limitati alle aziende italiane che operano in Cina ma si può contare anche su quelle cinesi che approdano in Italia, per esempio. Inoltre adesso esiste una varietà sempre crescente di settori, non solo ingegneria e produzione ma anche servizi e finanza. Psicologicamente adesso è più “normale” prendere in considerazione l’idea di andare in Cina, ma la maggior concorrenza implica che spesso le opportunità sono meno sfidanti di quelle che ho avuto io.

 

 

I cinesi di seconda generazione costituiscono una realtà solida in Italia, tuttavia il pregio di voler mantenere un forte legame con la terra di origine dei propri padri viene spesso letto dagli italiani e dagli europei come un difetto. In una società occidentale apparentemente “avanzata” ma non di rado inconsapevolmente xenofoba, purtroppo un fattore identitario così importante diventa foriero di dubbi e sospetti che mettono pregiudizialmente in discussione l’integrità morale e l’onestà di tanti lavoratori e studenti cinesi completamente estranei alle attività illecite che gli vengono genericamente attribuite. In questa difficile lotta contro i pregiudizi, la Vostra Associazione è favorita o piuttosto ostacolata dalle istituzioni e dai mezzi di informazione del nostro Paese?

Spesso molti dicono “integrazione” ma in realtà quello che vorrebbero è la “assimilazione”. Quello che cerchiamo di far capire è che una seconda generazione è un vantaggio per la società quando mantenga il suo ruolo di ponte tra due culture e rimanga sia italiano che cinese. Penso che le seconde generazioni siano un fenomeno non ancora ben compreso dalle istituzioni e dai media, quindi le reazioni vanno dalla diffidenza alla curiosità e il rapporto è spesso da costruire sin dalle fondamenta.

 

 

Oggi la Cina rappresenta senz’altro il faro delle nuove economie emergenti che nel linguaggio politico internazionale vengono definite con la sigla BRICS. La rapida crescita economica e la capacità di modernizzazione nei quattro settori indicati dal presidente Deng Xiaoping nel 1980 hanno consentito alla nazione orientale di affermarsi nel ruolo di seconda potenza economica e di terza potenza militare. Considerando anche la crisi che ha attanagliato le economie occidentali e in particolare l’Italia, è presumibile ipotizzare che molti cinesi di seconda generazione possano ben presto manifestare l’intenzione di emigrare, da cittadini italiani, per andare a vivere in Cina?

Questo in realtà sta già succedendo, sono molte le persone di mia conoscenza che hanno intrapreso questo cammino. Giovani che in Italia non avrebbero le stesse opportunità di realizzazione professionali, anche mossi dal desiderio di scoprire meglio le proprie radici. La crisi economica poi spinge molti immigrati cinesi di prima generazione a considerare il ritorno in Cina o l’emigrazione in altri paesi che offrono migliori opportunità di crescita rispetto all’Italia.

 

 

Il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, da anni promuove la ricostruzione in chiave moderna di quella Via della Seta che fu, nel passato più remoto, la chiave di volta nel processo di integrazione culturale e commerciale del continente eurasiatico. Il progetto di costruzione della grande arteria autostradale “Western Europe – Western China”, per il quale il Paese centrasiatico ha già realizzato 2.700 km di strada in pochi anni nel suo territorio, potrebbe rivoluzionare gli assetti internazionali e porre le basi per un nuovo sistema multipolare, garante di uno sviluppo internazionale condiviso e non più ostaggio dell’esclusivismo di pochissime potenze privilegiate. Secondo Lei, quanto manca ancora nella società europea per abbattere i pregiudizi e comprendere che il XXI sarà un secolo di profonda trasformazione mondiale?

Una delle caratteristiche della società europea è un atteggiamento assai conservatore soprattutto se paragonato alle realtà mondiali più dinamiche, più che al costruire e al fare si punta l’accento al conservare e mantenere, atteggiamento che riflette anche un giusto orgoglio per conquiste sociali molto significative. Questo però non permette di capire a fondo la velocità del cambiamento che sta avvenendo in altre aree del mondo. Come sempre succede ci saranno attori che saranno in grado di percepire il vento che cambia prima degli altri. Per esempio, le aziende che operano in mercati non protetti e che già sanno che il baricentro mondiale si è spostato, i giovani che viaggiano, che parlano più lingue e magari non solo quelle europee e che percepiscono stimoli interessanti che provengono da lontano. Saranno loro la spinta all’adeguamento verso il cambiamento che sta avvenendo altrove.

 

 

 

 

*Marco Wong, nato a Bologna nel 1963, è ingegnere elettronico, specializzato in telecomunicazioni. Ha lavorato come tecnico e dirigente per Italtel, Pirelli, TIM, China Unicom e Huawei Technologies Italia. Dal 2010 è direttore editoriale del mensile bilingue “It’s China” e dagli inizi del 2011 ha cominciato la propria attività imprenditoriale nel settore degli alimentari etnici. Da diversi anni è Presidente Onorario di AssoCina.

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