Il direttore di “Eurasia”, Claudio Mutti, ha rilasciato a Natella Speranskaja una breve intervista che è stata pubblicata su alcuni siti russi. Ne diamo qui sotto la traduzione italiana.

 

 

D. – Come è venuto a conoscenza della Quarta Teoria Politica? E come valuta le possibilità che essa diventi una importante ideologia del XXI secolo? 

R. – Avendo prestato una costante attenzione all’attività sviluppata negli ultimi vent’anni da Aleksandr Dugin, ritengo che la Quarta Teoria Politica che egli cerca di elaborare rappresenti il coerente esito del suo pensiero. Per quanto riguarda le possibilità di affermarla, vorrei ricordargli le parole di Machiavelli: “Tutt’i profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorno” (Il Principe, VI, 5).

 

 

D. – Commentando la fondamentale opera di Carl Schmitt “La categoria del politico”, Leo Strauss osserva che, per quanto radicale sia la critica del liberalismo che essa contiene, Schmitt rimane all’interno dell’orizzonte liberale. “Le sue tendenze antiliberali – dichiara Strauss – rimangono entro le maglie del pensiero liberale, che non viene superato; esso, secondo lo stesso Schmitt, nonostante tutti i suoi difetti non può essere sostituito da alcun altro sistema nell’Europa odierna.  Qual è la soluzione  del problema del superamento del discorso liberale? Si può ritenere che la soluzione di tale problema sia rappresentata dalla Quarta Teoria di Dugin, che si trova al di là delle tre principali ideologie del XX secolo (liberalismo, comunismo e fascismo) e si contrappone al liberalismo?

R. – La critica di Leo Strauss mostra come il pensiero della Rivoluzione Conservatrice, che giunse ai suoi vertici più alti anche grazie a Carl Schmitt, debba essere aggiornato in funzione delle attuali circostanze storiche. Perciò la Quarta Teoria Politica di Dugin costituisce il prezioso tentativo di dar vita ad una dottrina antiliberale che, dopo la sconfitta subita dai “nemici della società aperta” nel secolo scorso, possa efficacemente contrapporsi all’individualismo, all’idolatria del mercato, ai “diritti umani”, all’unipolarismo.

 

 

D. – E’ d’accordo sul fatto che oggi esistono “due Europe”? Una è quella liberale, che comprende l’idea della “società aperta”, i diritti umani, la registrazione dei “matrimoni” omosessuali ecc.;  l’altra Europa (un’ “Europa diversa”) è quella politicamente impegnata, intellettuale, spirituale, che considera lo status quo e l’egemonia del discorso liberale come un vero e proprio disastro e come il tradimento della tradizione europea. Come valuta le possibilità di vittoria dell’ “Europa diversa” sulla prima? 

R. – Lo scontro fra le “due Europe” (ma io direi piuttosto fra l’Europa e l’Occidente) è una lotta per la vita e per la morte, perché l’instaurazione definitiva del totalitarismo liberale, coi mostri creati dalla sua antropologia atea, dal suo culto del profitto, dal suo prometeismo tecnologico, equivarrebbe alla caduta in una barbarie subumana mai esistita nella storia dell’umanità. Io non so se l’Europa troverà in sé le energie necessarie per invertire la tendenza liberale, né si vede l’intervento dell’Oriente ipotizzato a suo tempo da René Guénon, cosicché sarei tentato di ripetere che “solo un dio ci può salvare”. In ogni caso, i “buoni Europei” devono fare il loro dovere e continuare a lottare, indipendentemente dalle possibilità di vittoria.

 

 

D. – “Non vi è nulla di più tragico – dice Alain de Benoist – dell’errore di comprensione del momento storico che stiamo attualmente attraversando; questo è il momento della  globalizzazione postmoderna”. Il filosofo francese pone in rilievo l’importanza della nascita di un nuovo Nomos della terra, di un nuovo modo di istituire le relazioni internazionali. A che cosa pensa che sarà simile il quarto Nomos? E’ d’accordo sul fatto che il nuovo Nomos sarà eurasiatico e multipolare (transizione dall’universum al pluriversum)?

R. – Un nuovo Nomos der Erde multipolare, che liberi il mondo dalla prepotenza globale della talassocrazia statunitense, può essere istituito solo da uno Stato o da un fronte di Stati in possesso di quegli stessi requisiti che hanno consentito agli Stati Uniti di instaurare la loro egemonia mondiale: dimensioni continentali, peso demografico, armamento atomico, sviluppo tecnologico, prestigio culturale, ordinamento politico forte, volontà di potenza. In tal caso, si potrebbe prevedere la nascita di un pluriversum costituito di sei o sette “grandi spazi”: l’Asia Orientale, l’India, l’Iran, la Russia, l’Europa, l’America indiolatina e il Nordamerica.

 

 

D. –  Concorda sul fatto che l’epoca della razza bianca europea è terminata e che il futuro sarà determinato da culture e società asiatiche?  

R. – Dopo la Seconda guerra mondiale, la nozione di “razza bianca” è stata sostituita da altre categorie, più antirazziste e politicamente corrette: “il Mondo Libero”, “l’Occidente”. Ora, siccome l’Occidente ha egemonizzato alcuni popoli appartenenti alla razza gialla e sta cercando di sottomettere il mondo arabo, l’idea del “tramonto dell’Occidente” sembra archiviata, tant’è vero che qualcuno ha potuto parlare di “occidentalizzazione del mondo”. Tuttavia la realizzazione di questa prospettiva è ostacolata dalla persistenza di culture non occidentali, ispirate ai valori di autorità, ordine, gerarchia e supremazia della comunità sull’individuo. Ecco perché l’ideologo nordamericano dello “scontro di civiltà” ha immaginato un futuro “asse islamo-confuciano” come il massimo ostacolo al trionfo finale dell’egemonia occidentale.

 

 

D. – Lei pensa che la Russia faccia parte dell’Europa o accetta la concezione secondo cui la Russia e l’Europa rappresentano due diverse civiltà? 

R. – Il suddetto teorico dello “scontro di civiltà” ritiene che la Russia sia un “paese in bilico” fin dall’epoca di Pietro il Grande, poiché tra i Russi alcuni pensano che il loro Paese sia parte dell’Europa, mentre secondo altri esso sarebbe il fulcro di una peculiare civiltà eurasiatica. In effetti nessuno può negare che, anche dopo la fine del dominio tartaro, istituzioni civili e militari russe abbiano mantenuto la loro natura mongolo-tartara, cosicché la civiltà russa può essere considerata una sintesi di elementi slavi, romani (“bizantini”) e turco-mongoli.

 

 

D. – Le ideologie contemporanee si fondano sul principio del secolarismo. Lei intravede il ritorno della religione, il ritorno del sacro? Se sì, in quale forma? Ritiene che ciò possa avvenire in forme islamiche, cristiane, pagane o in altre forme religiose? 

R. – Per quanto concerne le ideologie moderne, bisogna considerare che dietro il loro carattere apparentemente secolare talvolta si celano elementi d’origine religiosa degenerati, deviati e contraffatti, come ad esempio avviene nel caso americano, dove si può facilmente scoprire un messianismo secolarizzato, fondato su una presunta investitura divina. Nel mondo moderno le religioni sono esposte ad un analogo rischio di profanazione, cosicché il “ritorno del sacro” può aver luogo in forme spurie e parodistiche: il sionismo, il fondamentalismo cristiano statunitense e l’eterodossia wahhabita-salafita appartengono ad una fenomenologia della profanazione di questo tipo.

 

 

 


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).