Dalle ultime elezioni presidenziali (12 giugno 2009) ad oggi l’Iràn è stato continuamente sconvolto da manifestazioni, più o meno pacifiche, degli oppositori al presidente riconfermato Mahmud Ahmadi Nejad e – talvolta – pure alla guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Il tutto inserito nel quadro della controversia internazionale sul programma nucleare iraniano, con relative sanzioni e minacce d’attacco militare al paese da parte degli USA o di Israele. Anche in occasione delle recentissime manifestazioni per celebrare il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, la stampa occidentale ha dato decisamente più risalto agli scontri tra forze dell’ordine e contestatori che non alle celebrazioni ufficiali, che pure hanno attirato centinaia di migliaia, milioni di persone nelle piazze iraniane.

Ben presto in Occidente gli osservatori si sono polarizzati su due valutazioni opposte ma speculari. La prima, che va decisamente per la maggiore essendo quella propagandata dai mainstream media e fatta propria anche da molti governi, è che in Iràn sia in corso la lotta tra un regime tirannico e la maggioranza della popolazione spontaneamente insorta per abbatterlo. La seconda, meno diffusa ma fortemente radicata in alcune “nicchie”, è che i disordini iraniani siano da ricondursi ad un tentativo di “rivoluzione colorata” ad opera della CIA.

Senza soffermarci troppo sul carattere democratico o meno, rappresentativo o meno, repressivo o meno della Repubblica Islamica, vorrei concentrare l’attenzione sulla genesi e la natura delle proteste. Le due interpretazioni – a) sono assolutamente spontanee e genuine, senza ingerenze esterne e b) sono assolutamente artificiose e manovrate dall’estero – sono, a mio modesto parere, entrambe fallaci in quanto intrinsecamente riduzioniste. Entrambe vedono la realtà in bianco e nero: semplicemente una dice “bianco” e l’altra dice “nero”, ma entrambe rifiutano di vedere tutte le tonalità intermedie, quella variegata scala cromatica che compone la realtà fattuale.

Partiamo da un fatto: l’ingerenza esterna c’è, è fin troppo palese. Chi s’ostina a negarla difetta d’informazioni e/o pecca d’ingenuità. È di dominio pubblico che l’amministrazione Bush puntasse ad un “cambio di regime” in Iràn: tant’è vero che all’epoca se ne sentiva parlare sulla stampa con la medesima frequenza con cui oggi si tratta di “rivoluzione verde” (una coincidenza significativa). Seymour Hersh, forse il più importante giornalista investigativo statunitense (vincitore del Premio Pulitzer per aver svelato al mondo il massacro di Mai Lai), ha rivelato sul “New Yorker” che la passata amministrazione statunitense destinò nel 2007 circa 400 milioni di dollari per finanziare gruppi ribelli in Iràn. Al di là della correttezza o meno delle cifre, la cosa non può sorprendere: ciò è semplicemente in linea col proposito, più volte manifestato, di favorire un “cambio di regime” a Tehrān. E con le ripetute denunce da parte delle autorità iraniane d’ingerenze straniere. Si sa per certo che anche l’amministrazione Obama continua a finanziare l’opposizione iraniana: 20 milioni di dollari è la cifra destinata alla sola USAID per «promuovere la democrazia» nel paese mediorientale. E la segretaria di Stato Hillary Clinton, intervistata dalla CNN, ha ammesso che gli USA hanno discretamente appoggiato i dimostranti dell’opposizione in giugno. Thierry Meyssan (“La Cia e il laboratorio iraniano” e “Fallisce in Iran la rivoluzione colorata”) ha indagato sul coinvolgimento straniero nella contesa politica iraniana, senza essere mai confutato dai critici.

I sostenitori dell’assoluta “spontaneità” della cosiddetta “rivoluzione verde”, che fin nel nome ed in certi schemi d’azione richiama decisamente le “rivoluzioni colorate” orchestrate dagli USA in giro per il mondo, sono o male informati, o più semplicemente degl’inguaribili romantici che, identificandosi nell’opposizione iraniana, vogliono a tutti i costi crederla “senza macchia e senza paura”. Spesso essi rifiutano sic et simpliciter la cosiddetta “dietrologia”, convinti che la verità e tutta la verità sia quella vista in televisione. Ma la realtà è un po’ più complessa di così, e non si possono valutare le vicende umane senza prendere in considerazione tutti i fattori, compresi quelli che agiscono sullo sfondo o che sono volutamente celati al grande pubblico. Chiunque oggi scriva un libro sulla genesi della Prima Guerra Mondiale non potrà esimersi dal porre in primo piano alcune questioni geostrategiche ben distanti dai casus belli ufficialmente addotti all’epoca. Oggi è pacifico che la vera motivazione dell’ingresso in guerra dell’Inghilterra non fu difendere la neutralità del Belgio, bensì la sua supremazia marittima ed extra-europea dalla Weltpolitik del Reich germanico. Allo stesso modo, sottolineare che la scoperta dell’America non derivò da un “colpo di testa” di Colombo, bensì dall’ambizione spagnola di risalire la filiera del commercio delle spezie orientali, rientra nella normalissima analisi storica – cosa diversa dalla “cronaca” – e non è certo “dietrologia”. Ciò è pacifico; ma perché mai si dovrebbero adottare schemi interpretativi diversi quando s’indaga un fatto presente anziché uno passato? Chi rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi fattore che non sia evidente e palese già alla prima occhiata inevitabilmente si condanna ad osservare da una sola prospettiva, e dunque a non cogliere la profondità ed il reale significato dell’oggetto del suo sguardo.

D’altro conto, a tale visione naif si contrappone quella troppo estrema spesso bollata come “complottista”, secondo cui alla base degli eventi iraniani ci sarebbe un’oscura manovra di Washington. Le politiche di destabilizzazione dell’Occidente sono certo un fattore importante, ma non si possono ignorare né minimizzare quelli endogeni – che sono presenti in ogni “rivoluzione colorata”, e tanto più in Iràn dove, propriamente, non siamo di fronte ad un evento di quel tipo (ossia un colpo di Stato promosso dalla CIA) bensì ad uno scontro interno, che gli USA hanno contribuito a fomentare ed in cui si sono inseriti, ma che non hanno plasmato essi stessi né che manovrano in toto. Cerchiamo d’essere più chiari e precisi.

Lo scontro in corso è tra il Presidente e la Guida Suprema da un lato, e l’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altro. Rafsanjani – una sorta di “eminenza grigia” della Repubblica Islamica – non può essere considerato un semplice burattino coscientemente o incoscientemente in mano alla CIA. Rafsanjani è un chierico di primo piano, per otto anni presidente della Repubblica, oggi alla testa dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento, due organi non elettivi dotati d’ampi poteri (tra cui l’elezione e persino la destituzione della Guida Suprema). Nel corso degli anni ha accumulato enormi ricchezze e svariate accuse di corruzione da parte dei suoi avversari. Val la pena notare che Rafsanjani è catalogabile, per utilizzare le categorie trite e ritrite della stampa nostrana, come un “conservatore” e non certo come un “riformista”. Nel 2005 cercò il terzo mandato presidenziale (dopo otto anni di presidenza Khatamì), ma fu a sorpresa sconfitto dal sindaco di Tehrān, il laico Mahmud Ahmadi Nejad. Da lì cominciò la rivalità, esplosa in tutta la sua violenza negli ultimi mesi. Rafsanjani, sconfitto alle urne, ha trovato appoggi presso altre importanti figure della politica iraniana, come gli ex presidenti Khatamì e Musavì. Nemmeno costoro sono sospettabili d’essere agenti della CIA. Stessa cosa dicasi per gran parte dell’opposizione, eccetto i gruppi terroristi – monarchici e comunisti dei Mugiahiddin i-Khalq, cui appartenevano i dissidenti recentemente giustiziati (condannati appunto per aver preso parte non a manifestazioni pacifiche, bensì ad attentati che sono costati la vita a decine di persone) – e probabilmente qualche gruppetto di giovani militanti, che agiscono in sintonia con le tipiche procedure delle “rivoluzioni colorate”. Il clan Rafsanjani ha, invece, una propria base sociale. Una parte consistente del clero, ad esempio, non gradisce la popolarità acquisita dal Presidente – un laico – e la crescente influenza delle Forze Armate. Inoltre, Ahmadi Nejad ha impostato la propria politica sociale sull’attenzione per le classi basse: si può discutere quanto si vuole sull’effettiva efficacia e sincerità dei suoi provvedimenti, ma è certo che il “popolo minuto” rappresenta la sua base di consenso, mentre è nei ceti alti e soprattutto nella borghesia urbana che trova numerosi critici, se non altro perché la sua politica economica e l’isolamento commerciale hanno danneggiato i loro interessi materiali. Egualmente, molti studenti universitari – tradizionalmente inclini al “ribellismo” verso la società, e che hanno l’occasione di entrare facilmente in contatto con altre culture e punti di vista esterni – fanno parte dell’opposizione. Alcuni di questi saranno certamente mossi anche dal desiderio di una liberalizzazione politica e dei costumi. Quest’interpretazione “sociale” degli schieramenti politici in Iràn (che non va presa troppo rigidamente: Ahmadi Nejad ha sostenitori anche tra i ricchi e gli universitari, e oppositori tra la povera gente) non è certo una mia invenzione, ed è suffragata dall’approfondita indagine condotta da Terror Free Tomorrow e New America Foundation (vedi Ken Ballen e Patrick Doherty, “The Iranian people speak”). Esiste dunque un’opposizione genuina dotata d’una propria base sociale, sicché la lotta dal livello istituzionale è potuta scendere fin nelle piazze, come sperimentato negli ultimi mesi. Precisiamo, a scanso d’equivoci, che il sostegno a Ahmadi Nejad è superiore all’opposizione, come hanno dimostrato le ultime elezioni (i cui risultati tengo per buoni, poiché le tesi dei sostenitori dei brogli massicci e decisivi che ne avrebbero sovvertito l’esito non hanno retto all’analisi critica che ho svolto in Elezioni iraniane: la tesi dei brogli al vaglio”, al momento mai confutata e che perciò ritengo valida).

Perché negli ultimi mesi questo scontro al vertice si è tramutato in una lotta così violenta e serrata? Ritengo che gli USA abbiano avuto in ciò un ruolo diretto, non decisivo, ed uno indiretto, decisivo. Il ruolo diretto è, ovviamente, il finanziamento e la manipolazione di elementi dell’opposizione. È ipotizzabile senza suscitare scandalo la presenza di qualche agitatore statunitense in seno all’opposizione, soprattutto in quelle manifestazioni egemonizzate dall’ala più radicale, come i disordini provocati da comunisti e monarchici durante le celebrazioni dell’Ashura a Tehrān – sconfessati anche da Musavì. Eppure, se non ci fosse una reale massa d’oppositori non sarebbe stata possibile una così lunga serie di manifestazioni e disordini, nemmeno per un’agenzia ricca e potente com’è la CIA. L’opposizione iraniana esiste indipendentemente dal ruolo diretto degli USA, che si può supporre preponderante solo nel caso delle fazioni più estremiste (e violente), come i terroristi dei Mugiahiddin i-Khalq le cui basi si trovano in Occidente. È assai plausibile che ci siano stati contatti informali tra l’opposizione iraniana e gli Statunitensi, vista la contingente parziale coincidenza d’interessi. Ma non è credibile che questa parte cospicua, anche se minoritaria, della società iraniana possa essersi improvvisamente venduta in massa alla Casa Bianca.

Maggiore rilievo ha avuto il ruolo indiretto degli USA, determinante per spingere Rafsanjani ed i suoi alleati a cercare lo scontro aperto con Ahmadi Nejad (e Khamenei). La posizione di George W. Bush verso l’Iràn si potrebbe riassumere grosso modo come segue: l’Iràn è uno “Stato canaglia”, un nemico che dev’essere sottomesso con la forza (invasione o colpo di Stato etero-diretto) e le cui istituzioni vanno “occidentalizzate”, quindi con l’abbattimento della Repubblica Islamica. Con un interlocutore del genere c’era ben poco spazio di manovra. Le cose sono cambiate con Barack Obama. Il Presidente democratico, in omaggio alle tesi geopolitiche del suo consulente Zbigniew Brzezinski (si veda il suo The Grand Chessboard), ritiene che l’Iràn debba costituire un tassello fondamentale nella strategia mondiale statunitense, fungendo da argine all’influenza russa e cinese nel “Grande Medio Oriente”. Dato che le disavventure in Afghanistan e Iràq rendono improponibile un’invasione anche dell’Iràn, e dal momento che un “cambio di regime” a Tehrān è assai improbabile, l’unica scelta è trattare, mediare. Obama ha osato (e uso questo verbo perché negli USA è difficile contestare apertamente i programmi di Tel Aviv) persino costruire una parte della sua campagna elettorale su questo tema, sicché non si può ignorarlo. Il problema è che né Obama né Ahmadi Nejad sono disposti a fare grandi concessioni, e così è arduo per loro venirsi incontro. Anche se si risolvesse lo scoglio del programma nucleare, per Obama sarebbe solo un primo tassello: provocare il riallineamento geostrategico dell’Iràn sarebbe operazione ancora più difficile e laboriosa. La differenza tra USA e Iràn sta in questo: che essendo i primi più forti del secondo, negli USA l’opposizione alla “linea Obama” è la “linea dura”, quella della contrapposizione frontale all’Iràn, della promozione del “cambio di regime” o dell’attacco militare; in Iràn invece chi s’oppone alla “linea Ahmadi Nejad” è favorevole all’appeasement con Washington. Ecco dunque che, dopo l’ascesa alla presidenza di Obama, la fazione che fa capo a Rafsanjani – tradizionalmente favorevole all’inserimento nell’economia capitalista globalizzata ed a rapporti “distesi” con l’Occidente – ha intravisto l’opportunità ed ha scelto di agire per liberarsi di quella che considera come una zavorra per gl’interessi dell’Iràn (o per i propri personali), ossia l’oltranzismo e l’idealismo di Ahmadi Nejad. Il clan Rafsanjani vorrebbe spodestare Ahmadi Nejad per fare maggiori concessioni agli USA e così rendere possibile la distensione diplomatica con l’Occidente, cosa che favorirebbe in particolar modo gl’interessi economici dei ceti alti iraniani, gli stessi che forniscono la base di sostegno all’opposizione. Khamenei è un ostacolo infinitamente minore: egli ha scelto attualmente d’appoggiare Ahmadi Nejad, ma se questo dovesse cadere in disgrazia, non avrebbe grossi problemi a mostrarsi conciliante col clan Rafsanjani: Khamenei è la Guida Suprema dal 1989, il che significa che ha convissuto per 8 anni con Rafsanjani presidente e per altri otto con Khatamì. Siccome, però, la popolazione è in larga maggioranza a fianco di Ahmadi Nejad, Rafsanjani ed alleati hanno scelto d’optare per la via extra-istituzionale: lo scontro di piazza, il tentativo di rovesciare il Presidente con la forza, logorandolo costantemente ai fianchi finché non sarà possibile dargli lo scossone finale.

Se il progetto dell’opposizione iraniana dovesse avere successo, cosa succederebbe all’Iràn? Come già si è detto, si troverebbe un accordo sul nucleare con l’Occidente; prevedibilmente, sarebbe Tehrān a dover compiere numerosi passi indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista), ossia a fare ripetute concessioni. La contropartita, quella tanto agognata, sarebbe la riapertura a pieno regime dei canali commerciali con l’Occidente. Sul piano interno, è assai probabile che la liberalizzazione dei costumi sarebbe scarsa se non nulla: infatti, l’ala più radicale e libertaria dell’opposizione sarebbe prevedibilmente tagliata fuori dai giochi subito dopo la presa del potere. Aumenterebbe anzi il potere del clero a dispetto di quello delle Forze Armate, e si andrebbe in direzione opposta alla “democratizzazione”, in quanto il demos ha già mostrato in maniera eclatante da quale parte stia. Sul piano internazionale, però, non ci sarebbe quel radicale ribaltamento d’alleanze auspicato da Obama e dai realisti statunitensi. I rapporti di forza nel mondo stanno cambiando, ed oggi anche Russia e soprattutto Cina offrono opportunità commerciali e politiche non inferiori a quelle dell’Occidente. Un Iràn “de-ahmadinejadizzato” si limiterebbe a condurre una politica più cauta, “multi-vettoriale”, cercando di mantenere buoni rapporti con tutte le grandi potenze.

Un quadro molto diverso da quello naif ed idealistico che oggi si figurano gli entusiasti sodali occidentali dei “verdi” iraniani.

* Daniele Scalea è redattore della rivista “Eurasia”

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