L’avvicinamento ad un vero sistema politico democratico è per l’Iraq un processo che da sempre ha visto la necessità di confrontarsi con le problematiche legate all’essenza stessa del Paese: la composizione settaria, etnica e tribale e fortemente confessionale ha influenzato le scelte politiche e tutt’oggi sembra non abbandonare il nuovo panorama sorto all’indomani delle elezioni politiche dello scorso marzo.

I risultati ufficiali hanno determinato una situazione di totale stallo nella formazione del governo, data la vittoria di strettissima misura della coalizione Iraqiya, guidata dall’ex Primo Ministro Iyad Allawi, sull’Alleanza per lo Stato di Diritto del primo ministro uscente Nuri al-Maliki. Non avendo però ottenuto i 163 seggi necessari per governare autonomamente, e dati i soli 2 seggi di scarto tra le due liste, entrambi hanno di fronte la possibilità di allearsi con uno o due blocchi per formare una coalizione di governo, un vero e proprio processo negoziale che si sta dimostrando particolarmente farraginoso e ambiguo nonché ricco di rischi per la sicurezza interna.

In effetti, il vuoto istituzionale e dirigenziale che si è venuto a creare in questi due mesi, ha innanzitutto permesso il rinvigorirsi delle attività terroristiche all’interno del Paese. Attacchi suicidi, esplosioni e sparatorie hanno preso di mira civili e forze di sicurezza, soprattutto a Baghdad e nelle province del sud.

Indiziato principale è chiaramente al-Qa’ida con le sue articolazioni locali: il suo ruolo in Iraq affonda le radici nell’occupazione statunitense del 2003. Fronte inizialmente considerato secondario, presto imporrà le sue regole e i suoi tempi al jihad globale, fino a segnare l’indebolimento dell’organizzazione, con la recente uccisione dei due principali capi dell’area, al-Masri e al-Baghdadi.

Eppure, le vicissitudini che si stanno vivendo per la formazione del governo stanno avendo un effetto deleterio sulla sicurezza, creando terreno fertile per nuove ondate di violenza, settaria e non.

In un contesto come questo, emerge una figura che potrebbe rappresentare il vero ago della bilancia nella risoluzione del travaglio politico iracheno: Muqtada al-Sadr, venuto alla ribalta come capo dell’Esercito del Mahdi, milizia sciita fondata nel giugno del 2003 in opposizione all’occupazione statunitense. Dopo quattro anni, il movimento, accusato di alcune delle peggiori violenze a sfondo settario, viene sconfitto dall’esercito iracheno e risorge, congelando le proprie vesti paramilitari, con la partecipazione alle elezioni provinciali del 2009.

Diventa così componente essenziale del processo politico, mantenendo comunque la sua forte connotazione di movimento di piazza con tendenze ad espletare funzioni di opposizione. Sadr ha voluto che i propri seguaci non rinunciassero al loro diritto di voto, affermando che si poteva compiere in questo modo il passaggio delicato alla liberazione dell’Iraq, per scacciare l’occupante e servire il popolo iracheno.

È qui che si inscrive la trasformazione di un politico che ha deciso di dedicarsi alla gestione ferrea della sua rete locale, filtrandola soprattutto dei corrotti, e di accrescere le proprie credenziali accademiche, tornando in seminario con l’obiettivo di fregiarsi del titolo di ayatollah ed ottenere il riconoscimento definitivo da parte di tutti gli sciiti del Paese, cercando di superare ogni effervescenza settaria.

Si spiega così l’ottenimento di una quarantina dei 70 seggi che sono stati conquistati dalla coalizione di cui fa parte, l’Alleanza Nazionale Irachena (INA). Ciò che ha pagato la strategia politica dei sadristi è sicuramente la grande popolarità di un movimento che si sta riformando per stare al fianco di una popolazione che da sempre è la grande vittima delle turbolenze irachene.

Sembra stia nascendo una sorta di nuovo Hezbollah, questa volta in Iraq, che si prenda cura della gestione di ospedali, raccolta fondi e sistema educativo, facendo del suo capo, Sadr, il difensore e il portavoce delle frange povere della società.

Il paragone con il gruppo libanese non appare azzardato soprattutto se si prendono in considerazione coinvolgimenti esterni, quali quello dell’Iran. Il problema sembra essere ritrovare un’ampia base di consensi e sostegno nel mondo arabo, laddove lo stesso Hezbollah è ormai esclusivamente catalizzato dalle tribolazioni della politica interna libanese. E nella necessità di creare una alternativa che permetta di rafforzare il potere sciita, di combattere qualsiasi occupazione esterna ed esportare il mito della rivoluzione del 1979, il movimento sadrista può incarnare il degno baluardo dell’unità sciita.

Ed unità c’è stata nei giorni scorsi, in seguito al raggiungimento di un accordo tra le due principali liste sciite, l’INA e la lista di Maliki. Tale alleanza risulta tuttavia una pura necessità politica alla quale ci si affida con la volontà di ottenere l’incarico a formare il nuovo governo. Ecco dunque spiegata la serie di manovre che hanno visto lo stesso Maliki non accettare i risultati elettorali, con conseguente richiesta di riconteggioi manuale delle schede, almeno nel distretto di Baghdad, mossa che ha dato l’impressione di un tentativo di guadagnare ancor più tempo.

Lo stesso rapporto con le istituzioni sembra favorire l’ex primo ministro sul rivale Allawi: l’articolo 73 della nuova Costituzione irachena sancisce che la formazione del governo spetti al capo del gruppo maggiore. Non specificando se si debba intendere il partito vincitore delle elezioni o la lista maggioritaria che si forma in seguito, la Corte Suprema ha deciso a favore di quest’ultima indicazione, andando a sostenere, per il momento, la coalizione che, seppur minimamente, è uscita sconfitta dalle urne.

Eppure numericamente la maggioranza parlamentare è lontana ancora 4 seggi, che Maliki può però contare di ottenere grazie ad eventuali incontri con l’alleanza curda, forte dei suoi 43 seggi. Anche in questo caso, Allawi risulta in difficoltà: dirigente fortemente appoggiato dai sunniti, questi difficilmente comprenderebbero un’apertura verso l’etnia con la quale si stanno disputando territori nel nord dell’Iraq, soprattutto per motivazioni di possesso e controllo petrolifero.

Si potrebbe prospettare un nuovo governo che incorpori almeno una parte del blocco a dominanza sunnita, ma vi è comunque il rischio di un forte malcontento per i pochi e marginali posti di potere messi a disposizione dei rappresentanti di quella che è, statisticamente, la comunità più numerosa.

Le difficoltà che Maliki dovrà affrontare giungono però anche dalla nascente coalizione con l’INA, in particolar modo per la presenza, per nulla secondaria, del movimento di Sadr, da sempre anti-americano e filo-iraniano.

In effetti, tale combinazione politica ha sfumature paradossali se si fa un piccolo salto indietro nel tempo, fino al 2006. Gli affiliati dell’Esercito del Mahdi ottennero posizioni influenti nel primo governo Maliki, con la sicurezza di essere esclusi da qualsiasi tentativo di persecuzione governativa. In cambio di ciò, essi promisero pieno sostegno al Primo Ministro, contribuendo alla sua legittimazione all’interno anche delle giovani frange sciite, maggiormente diffidenti nei suoi confronti. La luna di miele giunge però al termine nel 2007, di fronte alle titubanze di Maliki nel chiedere agli Stati Uniti la tempistica del ritiro delle proprie truppe. Tanto più che famoso è lo scontro in quel di Bassora, tra le forse sadriste e l’esercito iracheno, scontro che portò alla sconfitta delle prime, costringendo lo stesso Sadr a rifugiarsi a Qom, in Iran.

Dunque, la forza e la tenuta della coalizione dipendono molto dalle richieste della componente sadrista. E la scelta del candidato primo ministro risulta particolarmente onerosa e ricca di braccia di ferro. Emerge così il singolare strumento del sondaggio d’opinione via Internet promosso proprio dal movimento: “Campagna per appoggiare la candidatura di Ja’afar al-Sadr al posto di Primo Ministro”. Politicamente egli è uno sconosciuto, ma con le credenziali adatte a ricoprire un tale ruolo. È l’unico figlio maschio di Muhammad Baqr al-Sadr, figura di spicco religioso e politico, venerato dagli sciiti iracheni ed ucciso dal regime di Saddam Hussein nel 1980 (da allora noto come il martire Sadr). Le reazioni raccolte sul sito sono state entusiaste ed hanno dipinto Ja’afar come il giusto dirigente per riscattare l’Iraq dalla sua attuale situazione.

Sarebbe l’importante parentela la garanzia del suo successo. Posto, però, il valore puramente mediatico dell’iniziativa, Maliki, e non dimentichiamo il vincitore delle elezioni, Allawi, sarebbero disposti a farsi da parte ed accettare ruoli subordinati?

D’altronde, si rincorrono le voci di un’iniziale, ed ipotetica, spartizione degli incarichi, a cominciare dai ministeri, tra tutte le forze politiche. Alla coalizione di Maliki andrebbero, solo per citarne alcuni, il posto di capo del governo e il primo dei due vice presidenti del Parlamento, mentre ad Iraqiya spetterebbe la presidenza.

Per ora sono solo congetture, la formazione del governo sembra ancora lontana e l’equilibrio politico iracheno lungi dall’essere definito. Quale sarà il giusto compromesso?

* Chiara Felli è dottoressa in Relazioni internazionali (Università LUISS “Guido Carli” di Roma)

i Il riconteggio è stato concluso il 14 maggio scorso dalla Commissione elettorale (IHEC) e non si è trovata traccia di brogli. I risultati del conteggio verranno comunque resi noti lunedì 17 maggio.

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