Fonte: CIPMO, 11.03.10

Questi negoziati di “prossimità” tra israeliani e palestinesi, negoziati indiretti mediati dagli USA, che gli Stati Uniti erano riusciti a mettere in piedi dopo mesi di defatiganti peregrinazioni del loro Inviato Speciale nell’area George Mitchell, non potevano davvero avviarsi in condizioni peggiori.
Il Ministro dell’Interno israeliano, Eli Yishai, non ha neanche atteso la partenza del Vice Presidente statunitense, Joe Biden, per comunicare la avvenuta concessione dei permessi di costruzione di altri 1600 appartamenti nel sobborgo di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est, la parte araba della città, considerata capitale unica e indivisibile di Israele.
La reazione di Biden, che ha visto in quella decisione una vera e propria provocazione rivolta contro la sua persona e la sua visita, non si è fatta attendere, ed egli ha bollato la notizia come un atto che faceva venire meno la fiducia, necessaria per rilanciare le stesse trattative.
Che si sia trattato di uno sgambetto del partito religioso Shas, cui Yishai appartiene, o di un atto voluto, la sostanza non cambia: il rilancio del negoziato non può essere definita la priorità numero uno per Netanyahu.
Va detto che egli non è nuovo a questa politica di zig-zag, per cui a aperture sul piano diplomatico corrispondono iniziative volte a riconsolidare la sua coalizione, o la sua stessa costituency elettorale. Iniziative, anche, volte a provocare delle reazioni da parte palestinese, che vanifichino sul terreno le stesse aperture diplomatiche, effettuate più che altro per ricucire con l’alleato americano.
Così è stato, con il suo discorso di Bar Ilan, del giugno scorso, dove alla accettazione della piattaforma “Due stati Due popoli” veniva accoppiata la richiesta ai palestinesi e al mondo arabo del riconoscimento del carattere ebraico di Israele; al momento della proclamazione della moratoria di 10 mesi degli insediamenti, quando contestualmente venivano rilasciate 3000 licenze di costruzione per appartamenti già avviati o che avevano ottenuto i relativi permessi; nel momento in cui veniva annunciata la possibilità della ripresa dei negoziati indiretti, con l’annuncio della inclusione di due siti di Nablus e Betlemme nella lista di quelli appartenenti al “cultural heritage” israeliano, cosa che ha provocato una vasta reazione in tutto il mondo arabo, e la stessa netta condanna degli USA. E ora l’annuncio di questi giorni.
Non sono mancati, ad onor del vero, anche atti che andavano in direzione positiva, quale la rimozione di numerosi blocchi stradali in Cisgiordania, che ha consentito una maggior libertà di movimento ed è stata tra le cause essenziali della nuova crescita economica registratasi in tale area nel 2009.
Ma la tendenza prevalente è stata l’altra, e ciò è stato determinante nel generare il diffuso clima di sfiducia che circonda questo stentata e indiretta ripresa negoziale.
Ma al di là di quanto detto finora, l’elemento determinante è la consapevolezza che nel momento in cui si riavvia il confronto negoziale, già così fragile, quelli che ci si trova di fronte sono i nodi irrisolti del Final Status: Gerusalemme, i confini, gli insediamenti, i rifugiati, l’acqua. E non pare che l’attuale coalizione di governo israeliana possa andare molto lontano, su quelle strade.
D’altronde, a novembre ci sono le elezioni di mezzo termine, negli USA, ed è improbabile che Obama voglia pigiare sull’acceleratore dopo tutti questi mesi di sostanziale surplace.
Netanyahu, dalla sua passata esperienza diplomatica negli Stati Uniti, ha tratto una profonda conoscenza degli ambienti politici di quel paese, e sa come manovrare, a suo vantaggio, anche nella più difficile delle circostanze, come si è visto nei primi mesi della presidenza Obama.  Ma se sul breve termine egli è stato in grado di ottenere dei successi tattici, rinviando continuamente l’ora delle scelte, nel medio periodo tutto ciò viene pagato da un crescente isolamento di Israele nel mondo, in Europa e negli stessi Stati Uniti, da un appannamento della sua immagine e della sua stessa credibilità. E questo può essere un prezzo molto duro, e molto pericoloso soprattutto nel momento in cui sta venendo al pettine il nodo Iran.
Un’ultima osservazione. Se lo scenario più probabile è quello di un negoziato che si trascina senza arrivare al dunque, si pone il problema del che fare, in questi mesi, per riempire questo vuoto tendenziale se non dichiarato. La cosa più concreta appare l’appoggio, forte e concreto, al progetto del Primo ministro palestinese Fayyad, che si propone di costruire lo Stato palestinese dal basso, a partire dai successi già raggiunti nella ricostruzione delle istituzioni, nella sicurezza, nella economia, e nella stessa assistenza ai settori più disagiati.
Il Presidente Shimon Peres, recentemente, lo ha chiamato il Ben Gurion palestinese. Un nome impegnativo, da parte di un israeliano. In questa sfida, Fayyad non deve essere lasciato solo, in particolare dall’Europa, perché nel vuoto, come si sa, possono crescere le cose peggiori.

* Janiki Cingoli è direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente.

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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