Il 7 aprile scorso un’improvvisa rivolta nella capitale Biškek, e in generale nel nord del paese, ha costretto alla fuga il presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiev.

Bakiev era salito al potere nel 2005, dopo il rovesciamento del presidente Askar Akaev, di cui era stato primo ministro, da parte della “Rivoluzione dei tulipani”. Tale evento è solitamente inserito nel novero delle “rivoluzioni colorate” che dal 2004 e per alcuni anni hanno scosso lo spazio post-sovietico, e che diversi commentatori ritengono essere state favorite nell’ombra dagli USA in funzione anti-russa. Malgrado ciò, Bakiev si era sempre mostrato parecchio ondivago tra l’alleanza con Mosca e quella con Washington, tanto da mantenere il Kirghizistan unico paese al mondo ad ospitare contemporaneamente una base russa ed una statunitense.

Attualmente Bakiev si è rifugiato nel sud del paese, dove avrebbe ancora numerosi seguaci, mentre a Biškek si è costituito un governo provvisorio guidato da Roza Otunbaeva.

La signora Otunbaeva, già diplomatica in epoca sovietica, è stata ministra degli Esteri e vice-prima ministra sotto Akaev, ma ha preso parte alla Rivoluzione dei tulipani. Con Bakiev è stata per alcuni mesi ministra degli Esteri, prima di passare all’opposizione.

Il Kirghizistan, la più povera delle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche, ha dimostrato negli ultimi anni una notevole instabilità. Nel contempo, essa è apparsa anche al centro della contesa tra Russia e USA per allargare la rispettiva sfera d’influenza sull’Asia Centrale.

Eurasia” ha raccolto le opinioni d’alcuni esperti, per cercare di capire il significato geopolitico dei recenti eventi in Kirghizistan:

Elena Buldakova, caporedattrice di “La Nostra Gazzetta / Naša Gazeta”, fino al giugno 2007 è stata assistente alla Presidenza della Repubblica del Kirghizistan.

Tiberio Graziani è direttore della rivista “Eurasia”.

Stefano Grazioli, giornalista freelance che si divide tra Italia, Germania, Ucraina e Russia, è autore di vari libri sull’area postsovietica, l’ultimo dal titolo Gazpromnation. Il sistema Putin e il nuovo grande gioco in Asia Centrale (Lulu, 2009).

Mateusz Piskorski è presidente del Europejskie Centrum Analiz Geopolitycznich (Polonia).

K. Gajendra Singh, ex ambasciatore indiano, oggi presiede la Foundation for Indo-Turkic Studies ed è corrispondente di “Eurasia”.

Roman Tomberg è analista del Fond Strategičeskoj Kul’tury, corrispondente di “Eurasia”.


Tiberio Graziani ha avuto la possibilità di commentare in presa diretta i fatti kirghisi dagli studi dell’emittente televisiva “Sky TG 24”.

Il direttore Graziani ha subito messo in rilievo il legame dei recenti eventi con le “rivoluzioni colorate” degli ultimi anni, ed ha ricordato come il Kirghizistan rientri in quel «arco di crisi» di cui ha parlato Zbigniew Brzezinski, il massimo geopolitico statunitense oggi consulente del presidente Obama ed in passato consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Il Kirghizistan costituisce l’anello debole di quest’arco, a causa della sua povertà ed instabilità politica, ma d’altro canto ha una posizione del massimo valore strategico: si trova infatti vicino al confine settentrionale dell’Afghanistan, principale teatro bellico odierno degli USA, ed è limitrofo pure allo Xinjiang, problematica regione cinese che costituisce la connessione tra la Repubblica Popolare e l’Asia Centrale, l’una grande acquirente e la seconda grossa produttrice di risorse energetiche.

I rivolgimenti che occorrono in Kirghizistan da qualche anno a questa parte non sono vere e proprie rivoluzioni: essi coinvolgono sempre lo stesso gruppo di potere, e plausibilmente vanno inscritti tra gli effetti del “grande gioco” tra USA e Russia. Ma in tale contesa geopolitica potrebbe inserirsi, a fianco di Mosca, anche Pechino: il direttore Graziani non ha escluso un intervento dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan.

Stefano Grazioli, dal canto suo, ritiene invece che gl’influssi esterni siano estranei all’ultima rivoluzione, determinata altresì dalle difficoltà economiche e dalla gestione politica autoritaria del presidente Bakiev. Non c’è però dubbio alcuno che le grandi potenze si faranno sentire ora che bisogna determinare il nuovo assetto di potere: in particolare, la Russia ha subito mostrato di gradire la prospettiva d’una nuova élite, mentre gli USA sono rimasti maggiormente coperti, in attesa che la situazione si delinei più chiaramente. I Russi manterranno senz’altro la loro base di Kant, mentre gli Statunitensi rischiano di perdere quella di Manas, messa in discussione già sotto Bakiev. Tuttavia, Grazioli prevede che anche la nuova élite, posto che Bakiev non rientri in gioco, continuerà a mantenere il piede in due scarpe: in vista della prossima fine della missione NATO in Afghanistan, forse entro un paio d’anni, è interesse del Kirghizistan spremere quanti più dollari possibili da Washington in cambio del mantenimento della base a Manas, in quanto gli USA potrebbero sempre optare per uno spostamento in Uzbekistan o Turkmenistan, se cacciati da Biškek. Ma vi saranno forti pressioni in senso contrario da parte di Mosca e di Pechino (tramite l’OCS), ed in Kirghizistan non si può prescindere dall’alleanza con la Russia.

Anche Elena Buldakova concorda sulle cause endogene della rivolta kirghisa, citando in particolare, tra i comportamenti più controversi di Bakiev, l’aumento del prezzo dell’energia, le privatizzazioni, il nepotismo ed il trasferimento di fondi pubblici a disposizione del proprio figlio.

Attualmente il Kirghizistan si trova in una situazione di stallo costituzionale. Bakiev non accetta di lasciare il potere, mentre il Governo provvisorio ha promesso di rientrare quanto prima nella legalità costituzionale. Tuttavia, ciò può essere fatto solo attraverso una trasmissione dei poteri ad opera del Parlamento, che però il Governo provvisorio si è affrettato a sciogliere, essendo in maggioranza con Bakiev. Quando il Presidente della Repubblica non è in condizione di svolgere i propri compiti, la Costituzione prevede che sia il Presidente del Parlamento ad indire nuove elezioni presidenziali. Tuttavia, il presidente del Parlamento Zainidin Kurmanov è del partito Ak Jol di Bakiev, e comunque ha lasciato il paese.

La duplice decisione del Governo provvisorio – non dialogare con Bakiev e non modificare la Costituzione – non agevola l’uscita da questa situazione di stallo. Ed è concreto il rischio di una guerra civile.

Mateusz Piskorski, senza mezzi termini, definisce il Kirghizistan uno “Stato fallito”, al pari di Moldova, Georgia e per certi versi Ucraìna (per limitarsi all’ex Unione Sovietica). Il paese, infatti, è diviso in clan, e manca una sufficiente autorità dello Stato centrale. Ma proprio per questo le tre grandi potenze – USA, Russia e Cina – interessate al paese in virtù del suo immenso valore geostrategico non hanno troppo da preoccuparsi. Nessun rivolgimento interno costituisce una reale rivoluzione, ma rientra solo nella lotta tra clan. Tutte le élites che si sono succedute al potere a Biškek hanno sempre, invariabilmente, mostrato una grande disponibilità verso le richieste di tutte e tre le grandi potenze.

Pure Roman Tomberg pone l’accento sullo scontro tra i clan del Settentrione, sostenitori dell’ex presidente Akaev, e quelli del Meridione, su cui poggia il potere di Bakiev. Ma l’ultimo rivolgimento è stato provocato principalmente dal malcontento per la situazione sociale, aggravatasi sotto Bakiev. La folla che ha invaso Biškek per la maggior parte proveniva dall’esterno, dalle città minori e dai villaggi, e tra loro c’erano anche sostenitori di Bakiev, decisi però a protestare per le difficili condizioni di vita. Il momento chiave è stato quando alcuni ministri di Bakiev hanno abbandonato il Presidente per passare con l’opposizione. Anche la Russia ha avuto un suo ruolo: quanto meno quello di non osteggiare il rivolgimento, ma stringere subito contatti coi rivoluzionari. Significativo che, a differenza di quanto accaduto con Akaev, Bakiev e la sua famiglia non abbiano trovato rifugio in Russia.

Tomberg prevede un rapido stabilizzarsi della situazione. Bakiev non ha più sufficienti sostenitori nel paese, neppure nelle sua provincia natale. Inoltre, non ha appoggi all’estero. Tutte le potenze con interessi in Kirghizistan – Russia, USA, Cina, Turchia e Kazakistan – per un motivo o per l’altro non sono interessate al perdurare dell’instabilità. Washington, in particolare, non vuole pregiudicare il funzionamento della base di Manas, essenziale per le operazioni militari in Afghanistan. Va comunque detto che, difficilmente, la nuova élite di governo riuscirà a mutare la situazione economica e sociale del paese, né la sua postura internazionale.

In controtendenza con la cautela mostrata dalla maggior parte degli analisti è K. Gajendra Singh, che parla apertamente di “contro-rivoluzione” condotta da Mosca in risposta all’ondata di “rivoluzioni colorate” orchestrate da Washington. Il Cremlino avrebbe preso la decisione di rovesciare Bakiev dopo che quest’ultimo, nel 2009, si era rimangiato l’impegno a chiudere la base statunitense di Manas. A provare il coinvolgimento russo ci sarebbero le esplicite dichiarazioni di due capi della recente rivolta, Roza Otunbaeva e Omurbek Tekebaev, che hanno accreditato Mosca di molti meriti per il suo successo. Non a caso, la Russia è stato il primo paese a riconoscere il nuovo governo, e sta attualmente intrecciando con questo una fitta discussione sui prossimi sviluppi. Al momento il Governo provvisorio ha rassicurato Washington sul mantenimento della base statunitense, ma la situazione potrebbe cambiare in futuro. Non solo i Russi, ma anche i Cinesi vogliono vedere gli Statunitensi estromessi dal Kirghizistan, perché sfruttano la posizione acquisita per ingerire nello Xinjiang.

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