di Dario Urselli

 

Classe 1945, Daniel Ortega, attuale Presidente della Repubblica del Nicaragua, si candida nuovamente al governo del paese alle prossime elezioni presidenziali del 6 novembre. Una storia politica, quella di Daniel Ortega, che risale alla guerriglia rivoluzionaria di ispirazione sandinista che percorse il paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Già Presidente del Nicaragua dal 1985 al 1990, Ortega perse le elezioni con quella che diventò la prima Presidente donna nella storia delle Americhe, Violeta Barrios Torres de Chamorro, appoggiata dal governo americano di George Bush. Daniel Ortega, mai ritiratosi dalla vita politica del paese, ritorna a vincere alle presidenziali del 2006 e si riconferma anche nel 2011.

L’appuntamento alle elezioni di novembre sembra giocare un ruolo importante all’interno dei giochi geopolitici dell’area caraibica, soprattutto per gli interessi strategico-economici di grandi potenze globali.  Da una parte gli Stati Uniti d’America che da più di un secolo influenzano la vita politica dei paesi dell’America Latina e sui quali intendono mantenere il controllo e dall’altra la Cina che cerca di trovare nuovi spazi di colonialismo economico con la costruzione di un canale interoceanico in concorrenza a quello di Panama. Condizioni che hanno portato il Nicaragua a lunghi periodi di dittatura, guerre civili, embargo e ad essere oggi, con Haiti e Honduras, il paese più povero dell’America Latina.

 

 

Una lunga storia di dittature e corruzione

 

Imposte dagli Stati Uniti d’America oppure nate in patria, la storia politica del Nicaragua dalla sua indipendenza nel 1838 ad oggi è legata alle dittature. La dittatura più lunga fu quella della famiglia filoamericana dei Somoza, iniziata nel 1937 e durata 44 anni; poi quella più recente guidata da Daniel Ortega, erede della tradizione sandinista, iniziata nel 1984 e che ancora oggi, nonostante il paese abbia formalmente una forma di governo democratica, continua a caratterizzate la vita politica del paese.

Per comprendere le elezioni di oggi occorre tornare indietro di almeno un secolo, fino alla guerriglia civile degli anni ’20 e ‘30 guidata da Augusto Cesar Sandino contro la presenza americana in Nicaragua.

Gli Stati Uniti d’America allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 imposero al Nicaragua un trattato, detto di Bryan-Chamorro, con il quale si assicuravano la possibilità di installare una base militare nel Golfo di Fonseca, la tutela economica del paese (ufficialmente volta a ridurre il debito pubblico) ed i diritti esclusivi per 99 anni sulla costruzione di un canale interoceanico.

La presenza statunitense nel paese suscitò la resistenza rivoluzionaria dei nicaraguensi che, guidati da Sandino, consideravano gli americani come invasori. Per scongiurare derive non americane, gli USA occuparono militarmente il Nicaragua e alle elezioni del 1926 imposero alla presidenza un uomo di loro fiducia, Adolfo Diaz.

Le operazioni di guerriglia diedero spesso ragione agli uomini di Sandino (che raggiunsero le 6.000 unità anche grazie alla presenza di volontari di altri paesi latino americani), così che gli Stati Uniti furono costretti ad un intervento aereo, il primo nella storia dell’America Centrale. Intervento che però non fu decisivo e che invece obbligò gli ufficiali statunitensi a mettere in pratica una nuova tattica, quella di mettere le popolazioni native una contro l’altra. Gli USA diedero poi inizio alla formazione di un nuovo esercito nicaraguense addestrato, equipaggiato e finanziato con fondi americani. Si trattava della Guardia Nazionale del Nicaragua con a capo un Generale che condizionerà la vita del paese per i decenni a venire, Anastasio Somoza.

Alla fine però non furono le armi e gli eserciti a far cambiare le cose, ma la Grande Depressione che seguì la crisi finanziaria del 1929 e che impose una nuova politica all’allora Presidente Roosevelt. Egli promosse la cosiddetta “Politica del buon vicinato”, grazie alla quale nel 1933 ritirò le truppe dai paesi caraibici, Nicaragua compreso.

Augusto Cesar Sandino, il quale continuava ad avere un grande credito tra la popolazione, nel 1934 fu assassinato da uomini della Guardia Nazionale del Nicaragua. Il Generale Somoza, sostenuto militarmente ed economicamente dagli USA, nel 1937 fu eletto Presidente ed instaurò fin da subito una vera e propria dittatura familiare. Durante questi anni i già gravi problemi economici e sociali del paese peggiorarono con una agricoltura latifondistico-feudale e primitiva, una industria allo stato rudimentale, un analfabetismo elevatissimo ed una politica altamente corrotta dove le cariche principali erano tenute da parenti stretti del Presidente.

Nel paese cresceva un’opposizione al regime sempre più forte che portò nel 1956 all’assassinio del Presidente Anastasio Somoza. Non venne però meno la dittatura famigliare la quale durò fino al 1980 nel più totale immobilismo sociale ed economico.

Fu nel 1961 che nacque il partito del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) e fu poi nei primi anni ’70 che i guerriglieri sandinisti, eredi delle battaglie combattute con Sandino per affermare la propria libertà dalla presenza americana, tornarono a farsi vivi. Ma la goccia che fece traboccare il vaso già colmo di rabbia fu l’assassinio politico di uno dei leader dell’opposizione, Pedro Joaquin Chamorro, proprietario del giornale “La Prensa”, che avvenne nel 1978. La morte di Chamorro,  marito di Violeta Barrios Torres, scatenò un’ondata di indignazione popolare e di scioperi che culminarono con la fuga dalla capitale Managua dell’ultimo dittatore della dinastia Somoza.

Gli Stati Uniti d’America che con la fuga di Somoza rischiavano di perdere il controllo del paese, si adoperarono febbrilmente per influenzare il nuovo governo. Tutte le forze politiche si coalizzarono per garantire un ritorno della democrazia. I beni della famiglia Somoza, che ammontavano alla metà delle forze produttive del paese, furono nazionalizzati e gli Stati Uniti continuarono a garantire il loro appoggio al nuovo governo. Nel paese, però, l’aria che si respirava era diversa e aumentava l’insofferenza per una contraddizione forte come quella di avere un governo pluralista, ma una realtà civile dominata da milizie sandiniste, le vere forze ad aver vinto sulla dittatura dei Somoza. Tale contraddizione non tardò ad esplodere.

Nel 1980 Daniel Ortega diventa il coordinatore di un gruppo di 44 membri, chiamato Consiglio di Stato, costituito per traghettare il paese fino a nuove elezioni. I sandinisti intanto cercavano appoggi fuori dal paese e li trovarono a l’Havana e a Mosca. Considerata la deriva filo-cubana e filo-sovietica che stava assumendo il paese, Washington si affrettò ad inasprire la politica verso il Nicaragua. Il Presidente Reagan accusò i sandinisti di rifornire di armi e di uomini la guerriglia nel Salvador, e con questo pretesto sospese i finanziamenti al Nicaragua e arrivò a decretare l’embargo qualche anno più tardi.

Nel 1984 si svolsero le elezioni e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale ottenne una maggioranza schiacciante; Daniel Ortega divenne il Presidente. In quegli anni di governo sandinista affrontò difficoltà interne al partito, crisi economica, ma soprattutto pressioni statunitensi che sfiancarono il paese. L’amministrazione Reagan finanziò, anche segretamente (scandalo Irangate), formazioni armate, chiamate Contras, ai confini con l’Honduras e con il Costa Rica con l’obiettivo di mettere in difficoltà il governo di Ortega. Alle elezioni successive infatti, nel 1990, il paese preferirà, contro ogni aspettativa, la Presidenza di Violetta Barrios de Chamorro. Violeta Barrios, primo Presidente donna del Centro America, già  moglie di Pedro Joaquin Chamorro, assassinato da sicari somozisti nel 1978, assunta la guida del paese, riformò l’esercito, limitò i poteri presidenziali e avviò un risanamento dell’economia nazionale su basi liberiste. Violeta Chamorro fu fortemente sostenuta durante la campagna elettorale dagli Stati Uniti, i quali agevolarono la nascita di un nuovo partito chiamato UNO, Unione Nazionale di Opposizione, in contrapposizione al Fronte Sandinista. Successivamente, però, si attirò le critiche degli stessi americani per aver mantenuto alcuni sandinisti al governo.

Nel 1996, il partito costituitosi 6 anni prima con il sostegno statunitense, l’UNO si scioglie e, allo stesso modo anche le forze sandiniste si disgregano. Solo una parte di queste darà vita ad un nuovo partito denominato Movimento per il Rinnovamento Sandinista (MRS). In queste condizioni politiche frammentate, alle presidenziali del 1996 si affermò il candidato di destra, Aleman Lacayo, sul candidato sandinista Daniel Ortega. Aleman affossò ulteriormente l’economia del paese, attraverso un apparato burocratico corrotto che portò lo stesso Aleman ad essere considerato il nono nella classifica dei leader politici più corrotti al mondo, avendo sottratto al Nicaragua una cifra stimata in 100 milioni di dollari. Nel 2003 Aleman viene arrestato per corruzione e condannato a 20 anni di reclusione. Pena che sconterà solo in parte, per essere poi rilasciato sei anni più tardi.

Mai uscito dalla scena politica, nel 2006 Ortega torna al governo, vincendo anche le elezioni successive del 2011 e ricandidandosi nel 2016 per il prossimo mandato.

 

 

L’influenza statunitense in Nicaragua

 

Nonostante il Nicaragua sia un paese indipendente dal 1838, l’influenza di potenze straniere, soprattutto degli USA, è sempre stata molto forte e decisiva condizionando le sue sorti politiche ed economiche. Già nel 1848 la Gran Bretagna istituì un protettorato sulla Costa dei Mosquitos, sul versante atlantico. Furono poi gli Stati Uniti a diventare preponderanti sulla fine del XIX secolo con il diffondersi di piantagioni di banane della United Fruit Co. Il trattato Bryan-Chamorro del 1914 stabilì la presenza militare americana nella baia di Fonseca, sul versante pacifico a Nord di Managua, per la costruzione di una base navale, utile a garantirsi la possibilità di aprire un canale alternativo a quello di Panama attraverso il Nicaragua.

Il peso della tutela statunitense si rivelò clamorosamente nel 1925 quando gli americani non vollero riconoscere prima il governo di Chamorro e poi quello di Sacasa, fino ad arrivare all’occupazione armata e alla elezione a Presidente di un uomo di fiducia americana, Adolfo Diaz.

Durante la presidenza Somoza, i legami con Washington divennero sempre più stretti fino a portare il Nicaragua ad interrompere i rapporti con la Germania nazionalsocialista e a dichiarare guerra ai paesi dell’Asse. Durante quegli anni di guerra, gli investimenti americani nella produzione della gomma e di fibre tessili, così come l’allestimento dei lavori per le grandi strade panamericane, giovarono al Nicaragua, ma soprattutto alle casse della famiglia Somoza, alleviando il disagio degli anni bellici.

Il prevalere della corrente filocubana e filosovietica durante il governo di Daniel Ortega negli anni ’80 spinse Ronald Reagan ad inasprire i rapporti con il Nicaragua fino a decretare l’embargo nel 1985. Embargo che fu la risposta di Reagan al viaggio che Ortega intraprese in Europa alla ricerca di aiuti economici. Viaggio che iniziò simbolicamente da Mosca dove vennero firmati numerosi accordi di collaborazione.

In quello stesso anno il Presidente Reagan e alti funzionari della sua amministrazione furono coinvolti in uno scandalo politico internazionale noto come Irangate. Si scoprì infatti che nonostante l’embargo americano in vigore con l’Iran, esisteva un traffico illegale di armi portato avanti dalla stessa amministrazione statunitense per facilitare il rilascio di sette ostaggi americani. Il ricavato di quell’operazione sarebbe inoltre servito per finanziare in modo occulto l’opposizione violenta che i Contras stavano conducendo in Nicaragua contro il governo sandinista di Ortega. I Contras erano gruppi di guerriglieri formatisi ai confini tra il Nicaragua e l’Honduras a Nord e tra il Nicaragua ed il Costa Rica a Sud. Entrambi i gruppi erano finanziati dagli Stati Uniti con l’obiettivo di creare instabilità all’interno del paese. Ortega fu costretto a fare un appello alla comunità internazionale per impedire ulteriori attacchi al suo regime. L’appello venne accolto anche per le pressioni interne dell’opinione pubblica americana contraria ad ogni tipo di intervento. Reagan decise allora di inviare in Nicaragua un ambasciatore speciale, Henry Kissinger, il quale attribuì la colpa della destabilizzazione nel Centro America agli sforzi che in quegli anni stava portando avanti l’asse sovietico-cubano. Kissinger faceva presente nella sua relazione che la zona era di vitale interesse per gli Stati Uniti e per la loro sicurezza e che meritava di uno sforzo militare ed economico.

Oggi, in vista delle elezioni di novembre, gli Stati Uniti stanno pressando il Nicaragua perché permetta l’ingresso di osservatori internazionali in occasione delle prossime elezioni. Nel mese di maggio, per esempio, il NED National Endowment for Democracy, organizzazione fondata negli Stati Uniti nel 1983 con l’obiettivo di promuovere i valori della democrazia nel mondo, ha visitato il Nicaragua per sentire da vicino il polso del processo elettorale. Il NED fu già utile all’amministrazione Reagan durante gli anni ’80 quando riuscì a creare la coalizione UNO (Unione Nazionale di Opposizione) che portò poi Violeta Barrios de Chamorro alla Presidenza del Nicaragua, sconfiggendo il candidato sandinista Daniel Ortega. Il NED, finanziato direttamente dal governo americano, è ancora oggi uno strumento degli Stati Uniti per promuovere la democrazia nel mondo, particolarmente in America Latina e intorno all’ex Unione Sovietica, sostenendo partiti politici e fondando organizzazioni non governative amiche degli interessi economici americani.

La presenza americana si è sempre fatta sentire molto tra i paesi dell’America Centrale. Una presenza che ha dato un contributo alla stabilità politica dell’area, o diversamente detto, alla stabilità di regimi autoritari voluti e finanziati dagli Stati Uniti.

 

 

Uno dei paesi più poveri al mondo

 

Uno tra i paesi più poveri del continente americano insieme ad Haiti ed Honduras, il Nicaragua paga gli squilibri politico-economici di un paese martoriato da dittature, guerre civili, sfruttamento e dipendenza dall’estero. Oggi, il 60% della popolazione, per vivere può contare su meno di un dollaro al giorno. I lavoratori rurali, in un paese dove l’agricoltura produce il 70% del reddito nazionale hanno salari inferiori ai 40 euro mensili. Il Nicaragua è un paese dove le rimesse inviate in patria dai nicaraguensi all’estero diventano paradossalmente la principale fonte di reddito del paese e dove la metà degli abitanti sono analfabeti.

I principali prodotti agricoli sono il caffè, lo zucchero, il cotone e le banane. Tutta la struttura produttiva è comunque gravata dall’ingente e vincolante presenza del capitale statunitense che per ora ha ridotto il Nicaragua ad un ruolo economicamente subordinato.

 

 

La storia di un canale interoceanico mai realizzato

 

Sullo sfondo povero del Nicaragua incombe l’ombra lunga di un faraonico progetto; si tratta della costruzione di un canale interoceanico che attraverserebbe il paese dall’Atlantico al Pacifico. Un’idea non certamente nuova se si pensa che il primo studio topografico fu commissionato nel lontano 1825 dalla Repubblica Federale del Centro America.

Ma la storia andò diversamente. La statunitense Nicaraguan Canal Commission, istituita nel XIX secolo dal governo americano per valutare le opportunità di un canale in Centro America, consigliò di valutare attentamente il lavoro che i francesi stavano facendo in Colombia, paese alla quale appartenevano a quei tempi i territori poi diventati indipendenti della Repubblica di Panama. Considerate le difficoltà economiche nelle quali si trovava la Francia a cavallo tra 1800 e 1900, l’allora Sindacato Francese del Canale che possedeva ampie estensioni di terra nell’area panamense, si adoperò per sviluppare un importante opera di lobbying negli Stati Uniti affinché servisse a convincere il Congresso a optare per il canale panamense piuttosto che quello in Nicaragua. Complice una intensa attività vulcanica nel Mar dei Caraibi che preoccupò i Deputati sulla sicurezza dell’opera in Nicaragua, il Congresso americano approvò nel 1902 la costruzione del Canale di Panama, superando l’opzione di un canale in Nicaragua per soli 4 voti e disegnando così una nuova carta geopolitica del Centro America.

Un anno dopo, a seguito di un intervento militare statunitense in Colombia, i territori interessati dalla costruzione del canale diventarono la nuova Repubblica di Panama, garantendo agli USA il diritto di costruire il canale e l’affitto a tempo indeterminato dell’area. I lavori iniziarono nel 1907 e terminarono nel 1914.

In quello stesso anno Stati Uniti e Nicaragua firmano il Trattato di Bryan-Chamorro (poi abrogato nel 1970) con il quale gli americani si garantivano per 99 anni i diritti sulla costruzione di un altro canale in Nicaragua, in cambio di un contributo al paese di 3 milioni di pesos d’oro (ufficialmente destinati a ridurre il debito estero).

Nel corso degli anni i diversi governi nicaraguensi hanno più volte rispolverato l’opportunità della costruzione di un canale interoceanico, senza però mai trovare reali finanziatori. Ancora nel 2004, l’allora presidente Bolanos annunciò la volontà di costruire un canale che accogliesse le cosiddette post-Panamax, le super navi cargo capaci di trasportare fino a 250.000 tonnellate, ben più delle 65.000 tonnellate che il Canale di Panama poteva gestire fino a prima delle recentissime opere di ampliamento che hanno permesso il raddoppio della capacità del canale.

Il nuovo canale in Nicaragua permetterebbe di ridurre i tempi di viaggio del commercio navale tra New York e la California di un giorno e 800 km, ridurrebbe i costi di spedizione dalla Cina all’Europa e avrebbe la capacità di ospitare cargo fino a 250.000 tonnellate. Insomma, una rivoluzione nei trasporti marittimi globali.

Nel 2013 è Daniel Ortega che firma un accordo con Wang Jing, presidente del gruppo cinese HKND, assegnando i diritti per la costruzione e gestione del canale per i successivi 100 anni, un investimento privato di oltre 50 miliardi di dollari. Nel dicembre 2014 arriva la notizia della posa della prima pietra, anche se mancate risposte da parte del governo sui potenziali impatti ambientali dell’opera hanno rimandato la costruzione alla primavera di quest’anno.

Il paese è diviso tra le reali opportunità che la costruzione del canale porterebbe alla popolazione e gli impatti negativi sulle terre delle comunità locali e soprattutto sul Lago Nicaragua, il più importante e imponente bacino di acqua dolce del Centro America.

Daniel Ortega è accusato da una parte dell’opinione pubblica di vendere il Nicaragua agli stranieri e di mancata trasparenza nella gestione delle trattative per la costruzione dell’opera.

Il fatto che la costruzione del canale sia un investimento ad elevato profitto fa supporre che nuovi interessi geopolitici della Cina siano il controllo del commercio transoceanico in una regione che si trova da sempre sotto l’influenza statunitense. Inoltre, secondo esperti di intelligence, la profondità del canale di 28 metri permetterebbe ai sottomarini cinesi di passare senza essere rintracciati.

In base alla nuova Costituzione del Nicaragua, approvata nel 1986 e promulgata l’anno successivo, il Nicaragua è una Repubblica in cui il potere esecutivo spetta ad un Presidente eletto a suffragio universale, mentre il potere legislativo spetta ad una Assemblea Nazionale composta da 90 membri. Nel 2014, nonostante l’opposizione argomentasse che altri cambiamenti sarebbero stati una minaccia per la democrazia, Ortega cambia nuovamente la Costituzione, permettendo la rielezione del Presidente a tempo indeterminato, preparandosi così la strada in vista delle presidenziali di novembre. Tre mesi fa, poi, Ortega si è preoccupato di cancellare l’opposizione parlamentare destituendo ben 28 deputati e affidando i seggi vacanti a suoi amici ed alleati. Secondo Ortega, la loro sarebbe l’unica forza politica in grado di garantire la continuità della pace, elemento essenziale per assicurare stabilità socio-economica nel paese. I figli di Ortega occupano da tempo ruoli pubblici di alto livello e guidano floride imprese nazional-familiari. Rosaria Murillo, moglie di Ortega, la quale già controlla l’amministrazione pubblica, in caso di vittoria elettorale potrebbe diventare il Vice-Presidente.

 

 

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