Fonte: “Global Research”, 4 marzo 2010

L’appartenenza all’Unione Europea ha a lungo garantito ai paesi più poveri d’Europa la promessa di un tranquillo benessere. L’attuale crisi finanziaria greca dovrebbe dissipare alcune delle loro illusioni.

Ci sono due livelli sorprendentemente significativi rispetto all’attuale crisi. Benché in primo luogo economica, la Comunità Economica Europea afferma di essere una comunità basata sulla solidarietà – sulla sorellanza delle nazioni e sulla fratellanza delle persone. Tuttavia, il deficit economico è niente se comparato al deficit di qualità umane che essa mostra.

Per dirla semplice, la crisi greca mette in evidenza ciò che avviene quando un membro debole di questa Unione si trova in difficoltà. E’ la stessa cosa che avviene su scala mondiale, dove non esiste una unione così moralmente pretenziosa, che si autocelebra in continuazione per la propria devozione ai diritti umani. I paesi economicamente forti proteggono i propri interessi a spese di chi è economicamente più debole.

La crisi esplose lo scorso autunno dopo che il partito PASOK di George Papandreou vinse le elezioni, si insediò e scoprì che le casse statali erano vuote. Nel 2001 il governo greco ha imbrogliato per entrare a far parte della zona euro dell’UE, falsificando i registri per nascondere il deficit che l’avrebbe estromessa dai membri che adottano la valuta. I Trattati Europei ponevano il valore accettabile del deficit nel bilancio e del debito pubblico rispettivamente al 3% e al 60% del PIL. In verità, questo limite è stato abbondantemente trasgredito, abbastanza apertamente dalla Francia. Ma lo scandalo maggiore arrivò con le rivelazioni che il deficit nel bilancio della Grecia aveva raggiunto il 12.7% nel 2009, con un debito lordo previsto per il 2010 equivalente al 125% del PIL.

Naturalmente, i leader europei si sono riuniti per dichiarare solidarietà. Ma i loro discorsi non erano tesi tanto a rassicurare la sempre più arrabbiata e disperata popolazione greca, quanto a calmare “i mercati” – le vere divinità onnipotenti e nascoste dell’Unione Europea. I mercati, come gli dèi dell’antichità, si divertono un mondo a tormentare i semplici mortali, così il loro responso al problema greco è stato naturalmente quello di affrettarsi a trarne profitto. Per esempio, giacché quest’anno la Grecia è obbligata ad emettere nuovi bond, i mercati possono allegramente chiedere che essa raddoppi il tasso dei suoi interessi, a causa dell’incremento del “rischio” per cui potrebbe non pagare i debiti, che, così facendo, risultano molto più difficili da pagare. E’ la logica del libero mercato.

Quello che i dirigenti dell’Unione Europea intendevano con “solidarietà” nel loro appello alle divinità non significava un imminente versamento di denaro pubblico alla Grecia, come hanno fatto per le loro banche in crisi, ma l’intenzione era quella di tirar fuori dalla popolazione greca il denaro dovuto alle banche.

Questo stillicidio assumerà le forme rese ben note dal FMI durante gli ultimi disastrosi decenni: allo Stato greco è imposto di tagliare le spese pubbliche, licenziando i dipendenti pubblici, diminuendo complessivamente i loro stipendi, ritardando il pensionamento, economizzando sull’assistenza sanitaria, aumentando le tasse, e di conseguenza, probabilmente, aumentando il tasso di disoccupazione dal 9,6% fino a circa il 16%, tutto questo col glorioso obiettivo di portare il deficit sotto l’8,7% quest’anno, così da compiacere gli invisibili dèi del mercato.

Certo, questo potrebbe placare sia gli dèi che i dirigenti tedeschi, che più di tutti vogliono mantenere il valore dell’euro. I mercati finanziari senza dubbio afferreranno ciò che gli è dovuto nella forma di aumentati tassi d’interesse, mentre i greci sono dissanguati dalla shockterapia di stile FMI.

E il grande teatro dei diritti umani e della fratellanza universale, il Parlamento Europeo? In quell’assemblea ognuno prende la parola per 1, 2 o 3 minuti minuziosamente cronometrati, ma quando viene il momento della questione più seria, il bilancio, le voci autorevoli sono tutte tedesche.

In questo modo, il presidente della speciale commissione per la crisi economica e finanziaria del Parlamento Europeo, Wolf Klinz, ha nominato “un’alta rappresentanza” dell’UE per inviarla in Grecia, un “commissario delle economie” per assicurarsi che la Grecia adotti le misure di austerità nel modo appropriato. La crisi greca può permettere all’UE di mettere in pratica per la prima volta “gli strumenti del Trattato”, riguardanti la “supervisione della politica economica e di bilancio”. I tassi d’interesse potrebbero salire a causa del “rischio”, ma di fatto non c’è rischio. Ciò che è dovuto sarà restituito.

Non c’era supervisione per quanto riguarda le truffe finanziarie che hanno causato questo disordine. L’agenzia statistica dell’UE Eurostat ha recentemente scoperto e rivelato che, nel 2001, la Goldman Sachs segretamente (“ma legalmente”, secondo le proteste dei dirigenti responsabili amministrativi) ha aiutato il governo greco di destra a raggiungere i criteri dei membri dell’UE attraverso un complicato “swap di valuta”, che mascherava l’ampiezza del deficit pubblico e del debito nazionale. Chi ha capito come è andata? Io penso sia giusto supporre che nemmeno Angela Merkel, che ha una formazione scientifica, abbia compreso pienamente quello che è avvenuto, tanto meno gli incompetenti politici greci che hanno accettato la truffa della Goldman Sachs. Questa ha permesso loro di creare un’illusione di successo – per un po’. Successo significa essere un “membro del club” dei ricchi, e si può sostenere che questa nozione di successo abbia in realtà favorito cattivi governi a livello nazionale. Appartenere all’UE ha dato un senso di sicurezza, che ha contribuito all’irresponsabilità di incompetenti dirigenti politici.

Avere gli euro per acquistare prodotti di importazione (soprattutto dalla Germania) faceva contenti i consumatori di fascia ricca, mentre l’euro fissava il prezzo dei beni greci fuori dai loro precedenti mercati. Qui si chiude la trappola del debito. La via d’uscita tradizionale per la Grecia sarebbe quella di lasciare l’euro e ritornare ad una svalutata dracma, cosicché si riducano le importazioni e si favoriscano le esportazioni. In questo modo, il fardello dei necessari sacrifici non sarebbe a carico soltanto della classe dei lavoratori. Ma l’abbraccio solidale dell’UE è lì a impedire che questo avvenga. Le autorità tedesche si stanno preparando a dettar la legge per i greci, dopo aver ridotto gli stipendi della propria classe lavoratrice, in modo che ne possa beneficiare l’economia tedesca orientata verso l’esportazione.

Misure di austerità sono il contrario di quello che occorrerebbe in un tempo di incombente depressione. Piuttosto, quello che servirebbe sono misure keynesiane per stimolare l’occupazione e rafforzare il mercato interno. Ma la Germania è fortemente attaccata al modello d’esportazione, per sé e per chiunque altro (“globalizzazione”). Per un paese come la Grecia, il quale non può competere con successo all’interno dell’UE, le esportazioni fuori dall’Unione sono rese difficili dall’uso di una valuta forte, l’euro. Essendo legata all’euro, la Grecia non può né stimolare il suo mercato interno, né esportare con successo. Ma non le sarà permesso di uscire dalla trappola del debito e tornare alla sua vecchia valuta, la dracma. La povertà sembra essere l’unica soluzione.

C’è dello scontento all’interno della classe lavoratrice tedesca per le politiche del suo paese, mirate a ridurre i salari e i benefici sociali al fine di vendere all’estero. In un’ideale “Europa sociale”, i lavoratori tedeschi andrebbero in soccorso dei lavoratori greci, esigendo una revisione radicale della politica economica, lontano dall’approvvigionamento verso i mercati finanziari internazionali, rivolta all’edificazione di una solida democrazia sociale. La realtà è abbastanza diversa.

La crisi finanziaria greca mostra l’assenza di ogni reale spirito comunitario nell’UE. La “solidarietà” dichiarata dai paesi membri dell’UE è una solidarietà con i loro investimenti. Non c’è solidarietà popolare tra i popoli. L’UE ha stabilito una ideologia di internazionalismo surrogata: rifiuto dello stato-nazione in quanto causa di tutti i mali, un pomposo orgoglio per l’Europa come centro dei diritti umani, datrice di lezioni morali al Mondo, e questa ideologia si concilia perfettamente con la sua sottomissione alla politica estera imperiale degli Stati Uniti d’America nel Medioriente e altrove. Il paradosso è che l’unificazione europea ha coinciso con la diminuzione nei più grandi Stati europei della curiosità di sapere cosa succede ai propri vicini.

Nonostante un dato numero di formazioni specializzate, che occorrevano per creare una classe eurocratica, in genere la popolazione di ogni membro dell’UE ha soltanto superficialmente familiarizzato con le altre. Le vedono come squadre in una partita di calcio. Loro vanno in vacanza nel Mediterraneo, ma questo implica per lo più l’incontro con altri turisti, e gli studi delle lingue straniere sono diminuiti, eccezion fatta per l’inglese (onnipresente, sebbene straziato). I bollettini dei notiziari sono rivolti verso l’interno, e hanno come protagonisti bambini scomparsi e pedofili, persino prima dei maggiori eventi politici che avvengono negli altri Stati membri dell’UE.

I media del nord Europa ritraggono la Grecia come un paese del Terzo Mondo, periferico e pittoresco, dove la gente parla una lingua impossibile, danza in circolo sulle isole, e vive spensieratamente diversamente dal loro stile di vita. I grilli nelle favole di Esopo, disprezzati dalle assidue formiche.

I media in Germania e Olanda sostengono che la shockterapia di stile FMI sia fin troppo buona per loro. L’allargamento della polarizzazione tra ricchi e poveri, all’interno degli Stati membri dell’Unione Europea, è dato per scontato.

I più piccoli paesi indebitati all’interno dell’UE sono detti affettuosamente PIGS (maiali) – Portogallo, Italia (forse Irlanda), Grecia, Spagna – un acronimo appropriato per una fattoria di animali, in cui alcuni sono più uguali di altri.

(trad. di Roberto Sassi)

* Diana Johnstone è autrice di Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions (New York 2003) e frequente contributrice a “Global Research”


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