Fonte: “Il Democratico

 

Ormai da anni la Cina è additata come la grande potenza del futuro: la sua inesorabile ascesa commerciale, economica e sempre più anche politica, culturale e militare, è sotto gli occhi di tutti. S’intravede, nella vita di tutti i giorni, quando entrando in un negozio si nota una sequela d’oggetti “Made in China”, o quando in edicola appaiono corsi a puntate di lingua cinese, o quando il vice-presidente della potenza egemone, Joe Biden, è costretto a dirsi sostenitore dell’unità territoriale cinese dopo che gli USA hanno ricevuto una plateale tirata d’orecchie sulla questione del debito. 

Eppure della Cina – della sua realtà presente e della sua storia, della sua cultura e visione del mondo – in Italia si sa poco o nulla. Prova, nel suo piccolo, a colmare parzialmente questa lacuna un libro di recente pubblicazione, La Cina da impero a nazione, di Diego Angelo Bertozzi, Edizioni Simple. Come recita il sottotitolo stesso dell’opera, essa si focalizza sul periodo “Dalle guerre dell’oppio alla morte di Sun Yat-sen (1840-1925)”. La scelta non è casuale né di scarso rilievo. È infatti in quel periodo che la Cina s’apre totalmente – per causa di forza maggiore (esterna) – all’influenza occidentale; ed è sotto quell’influsso occidentale che si dipana tanto la crisi del millenario Impero e della tradizione confuciana, quanto l’emergere di nuove ideologie più o meno “europeizzate”, tra cui il comunismo destinato a prendere il potere ed imprimere il suo marchio sulla Cina contemporanea. Il bresciano Diego A. Bertozzi, infatti, non è un sinologo bensì uno studioso del movimento operaio: il suo interesse per la Cina, ed i conseguenti studi affrontati, derivano dalla realtà comunista del paese. Scopo più che mai manifesto di quest’opera è scovare le radici dell’ideologia oggi dominante nell’ex Celeste Impero.

Al di là del sicuro interesse del tema – un argomento storico, sì, ma cui si guarda mirando al presente, e dunque esaltandone i caratteri d’attualità – un altro pregio di questa lodevole opera è lo stile divulgativo. Bertozzi appare rigoroso nel suo argomentare, ma chiaramente vuol rivolgersi ad un pubblico non specialista, e quindi dà sfoggio delle sue capacità di sintesi e di comunicazione chiara e diretta, scevra dagli arzigogoli intellettualistici che tanto vanno di moda soprattutto in Italia. Sarebbe anzi importante, trovandoci in una repubblica democratica in cui i cittadini sono chiamati ad eleggere i propri governanti sulla base di programmi concreti (o almeno così avrebbe dovuto essere in linea di principio), che esistesse una florida ed abbondante letteratura divulgativa ma nel contempo dalle solide basi scientifiche. Libri come quello di Bertozzi, se trovassero epigoni nella scelta dei temi (pregnanti per l’attualità) e nello stile (semplice e piano), potrebbero avvicinare alla lettura ed all’informazione un popolo, come quello italiano, che oggi vi appare in gran maggioranza refrattario. Coi ben noti tragici risultati sulla selezione dell’élite dirigente del paese.

Abbiamo incontrato Diego Angelo Bertozzi, ponendogli alcune domande circa il suo libro La Cina da impero a nazione (il quale contiene anche una corposa prefazione, di sapore strategico-geopolitico, firmata da Andrea Fais).

 

 

Il suo libro si concentra sul periodo 1840-1925. Può spiegarci perché questi sessantacinque anni furono tanto importanti nella storia della Cina?

Parto dal discorso ufficiale di Hu Jintao del 1 luglio scorso per le celebrazioni del 90° di fondazione del Partito comunista cinese. Ebbene l’opera di costruzione della Cina socialista è collegata alle umiliazioni subite dalle potenze coloniali e alle lotte intraprese dai cinesi per salvare la nazione: dai Taiping, al movimento degli Yihetuan (i “Boxers”), passando per i programmi di occidentalizzazione, dal tentativo riformista di Kang Yu-wei del 1898, fino alla rivoluzione nazionalista del 1911 personificata da Sun Yat-sen e al movimento del Quattro Maggio 1919. Questa valutazione è ormai un patrimonio acquisito del Partito e la si trova in diversi documenti ufficiali.

A mio avviso non è infatti possibile capire fino in fondo il ruolo del movimento comunista, e in generale quello rivoluzionario cinese, se non lo si colloca in quella autentica lunga marcia di sofferenze e umiliazioni rappresentata da uno dei peggiori esempi di colonialismo e imperialismo della storia moderna e contemporanea.

I sessantacinque anni oggetto della trattazione collocano su questa linea la nascita del moderno nazionalismo cinese, la faticosa gestazione di un movimento antimperialista fino alla nascita delle prime avanguardie comuniste. Il Fronte unito tra comunisti e borghesia nazionale si ripeterà più volte nella recente storia cinese e non è azzardato ritenere che anche oggi, con l’ingresso degli imprenditori privati nel Pcc, si stia rivivendo questa formula con un Pcc che da avanguardia di classe si presenta anche come avanguardia dell’intero paese.

Nella sua analisi identifica le radici dell’affermazione del comunismo in Cina: esse sono individuate in particolare in quelle correnti più “occidentalizzate” della cultura e del pensiero cinese moderno, talvolta persino “cristianizzate” come il movimento dei Taiping. Oggi molti commentatori parlano d’una riscoperta del confucianesimo in Cina (anche se va ricordato che già Mao riprese alcuni dei suoi slogan dalla tradizione nazionale). È secondo lei corretto affermare che la Cina stia facendo la pace con se stessa, col proprio passato, portando un’ideologia “occidentale” come il marxismo-leninismo nell’alveo della millenaria cultura cinese?

È vero, fin dalle sue prime esperienze politiche Mao Zedong rivendica le tradizioni storiche e culturali del passato cinese. Basti pensare al suo collocare nel passato imperiale cinese la vocazione rivoluzionaria dello sterminato mondo contadino.

I tentativi di salvare il paese “rubando” i segreti alle potenze occidentali hanno accompagnato gran parte della storia cinese trattata nel libro. I Taiping furono i primi ad abbozzare riforme costituzionali sulla base dei sistemi occidentali ancora scarsamente conosciuti. In questi tentativi si puntò, senza successo, ad innestare le innovazioni tecniche senza intaccare il patrimonio culturale-ideologico cinese, in primis quello confuciano, al massimo reinterpretandolo in chiave moderna. Sarà solo dopo la prima guerra mondiale che questo patrimonio – il confucianesimo divenne architrave ideologica dell’impero con la dinastia Han (206 aC – 220 dC) – lo si indicherà come una delle cause del decadimento del Celeste Impero. I comunisti per oltre un decennio cercheranno, inoltre, di adattare il marxismo-leninismo allo specifico contesto cinese, cercando di liberarsi da interpretazioni dogmatiche provenienti da ambienti legati a Mosca e alla Terza Internazionale. Alterne fortune, quindi, per Confucio nella storia recente.

Oggi la Cina con la sua via originale al socialismo (“socialismo con caratteristiche cinesi”) vive indubbiamente un ritrovato interesse per il suo passato legato ai fasti dell’Impero e in questo passato risalta indubbiamente Confucio. Ci troviamo di fronte ad una Cina orgogliosa in forte sviluppo che sembra cercare, oltre all’ancora ideologica del partito al potere, valori che tradizionalmente hanno anche salvaguardato la coesione sociale. La riscoperta di Confucio, in questo senso, copre parte del vuoto lasciato dalla fine delle campagne di massa che hanno caratterizzato il maoismo. Sono ormai lontani i tempi in cui al pensatore erano riservate condanne assolute in nome di un passato da superare. Si pensi solamente alla campagna “Pi Lin pi Kong” nella quale l’attacco a Confucio altro non era che la critica a Zhou Enlai che insisteva sulla necessità della preparazione culturale per gestire la modernizzazione. La sottolineatura, da Deng in poi, dell’importanza delle competenze rispetto al solo colore ideologico gioca certo a favore della riscoperta confuciana. Lo stesso principio guida introdotto da Hu Jintao della “società armoniosa” – presente anche nello statuto del Pcc, ha certamente un sapore confuciano. Prioritaria è, infatti, l’esigenza di uno sviluppo economico che non intacchi ordine e coesione sociale.

Sun Yat-sen, la cui morte segna il termine temporale della sua narrazione, è il padre del Kuomintang, il partito nazionalista cinese; nella sua analisi sottolinea però l’enorme debito intellettuale e politico del comunismo nazionale nei suoi confronti. Le difficili trattative per la riunificazione del territorio nazionale cinese e l’emergere d’una corrente d’opinione nazionalista all’interno della Cina potrebbero essere le prime avvisaglie d’una riconciliazione storica tra nazionalismo e comunismo, i due figli intellettuali di Sun Yat-sen?

Ancora nel 1940, poco prima della fondazione della Repubblica popolare cinese, Mao Zedong parla dei Tre principi del popolo di Sun Yat-sen come significativi riferimenti nella alleanza antigiapponese e per la futura Nuova Democrazia da costruire. Il Sun Yat-sen a cui Mao fa riferimento è quello del 1924: alleanza con la Russia sovietica, con il Partito comunista e con contadini e operai. Il Kuomintang, a partire dalla svolta repressiva del 1927, eliminerà questi riferimenti interpretando il pensiero del “Padre della patria” in chiave conservatrice e dando risalto, soprattutto, alle sue indubbie componenti autoritarie quali la necessaria “tutela” del partito sul popolo cinese e dando pure spazio ad una rinascita conservatrice del confucianesimo. Taiwan, non scordiamolo, solo negli anni ’80 ha aperto alla democrazia di stampo occidentale.

Oggi è indubbio che lo sviluppo della Cina popolare ripropone all’ordine del giorno una riunificazione, anche alla luce della sua crescente proiezione politico-militare. I legami economici tra le due realtà sono sempre più stretti e massicci sono gli investimenti di Taiwan sul continente. Il dialogo tra comunisti e nazionalisti di Taipei prosegue ultimamente su binari di pacificazione. Da questo punto di vista riveste un ruolo decisivo la natura dei rapporti fra Cina e Stati Uniti ormai in fase di continua evoluzione. Certo, le recenti dichiarazioni di riconoscimento di una sola Cina fatte dal vice-presidente Biden suggeriscono un avvicinarsi del ritorno della “provincia ribelle” alla madrepatria sulla linea sperimentata con Hong Kong e Macao del “Un Paese, due sistemi”.

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