Arabia Saudita e Iran si sono spesso comportati come seri rivali per l’influenza in Medio Oriente, specialmente nella zona del Golfo, a partire almeno dalla rivoluzione iraniana del 1979 e dalla guerra Iran – Iraq del 1980-‘88. Mentre entrambe le nazioni si definiscono islamiche, le differenze tra le loro politiche estere non potrebbero essere più marcate. Per molti aspetti, l’Arabia Saudita è una potenza regionale che mira a mantenere lo status quo, mentre l’Iran cerca spesso un cambiamento rivoluzionario in tutta l’area del Golfo e del Medio Oriente con diversi gradi di intensità. L’Arabia Saudita ha forti legami con le nazioni occidentali, mentre l’Iran considera gli Stati Uniti come il suo nemico più pericoloso. Forse la differenza più importante tra le due nazioni è che l’Arabia Saudita è uno stato arabo conservatore e wahhabita, mentre l’Iran è uno stato persiano e sciita, con la classe politica e sociale dominante che vede spesso il suo paese come difensore e guida naturale degli sciiti in tutta la regione.

La natura di questa rivalità ha oscillato in modo significativo nei decenni successivi alla Rivoluzione Islamica in Iran e si avvicinò al livello di una guerra fredda negli anni immediatamente successivi alla cacciata dell’ultimo scià iraniano da parte dei rivoluzionari islamici. In anni più recenti, si è sviluppata una scarsa forma di collaborazione tra questi due stati che non è comunque riuscita a superare un clima generale di competizione e sospetto, anche nei suoi punti più alti.

Questa competizione strategica si sviluppa attraverso due dimensioni, una interna e una esterna, distinte ma fortemente interrelate. Da un punto di vista interno, questa rivalità è definita dalla religione, dall’ideologia e dagli interessi, mentre da un punto di vista esterno essa riguarda la ricerca di un ruolo dominante e il contenimento dell’influenza dell’altro nell’area del Golfo.

Dimensione interna

La religione è un settore chiave della rivalità tra Iran e Arabia Saudita. Fin dalla sua nascita, il regime saudita ha cercato di presentarsi come il tutore spirituale e politico dei musulmani sunniti nella regione, mentre l’Iran è uno stato sciita che, in seguito alla Rivoluzione Islamica del 1979, si propone come la più genuina realizzazione dell’Islam. Come risultato, le divisioni religiose non solo alimentano le tensioni tra questi paesi, ma hanno anche gravi implicazioni pratiche nei conflitti regionali in Iraq, Libano, Palestina e Yemen, e nel trattare con gli attori non statali e il terrorismo.

Il comportamento saudita è anche guidato da esigenze interne. La questione sciita svolge un ruolo importante nella risposta di Riyadh alle minacce di oppositori interni e all’influenza iraniana su di essi. Anche se le rivolte sciite non costituiscono una minaccia esistenziale per il regime saudita in questo momento, esse costituiscono un pericolo serio per tre dei paesi confinanti con Riyadh: il Bahrain, il Kuwait e lo Yemen.

All’interno della stessa Arabia Saudita, le differenze religiose hanno portato a forti tensioni tra Teheran e Riyadh. La minoranza sciita in Arabia Saudita risiede principalmente nella Provincia Orientale, dove essa rappresenta circa il 10-15% della popolazione, e costituisce spesso un motivo di dispute, a causa di timori sauditi di interferenze iraniane.

Allo stesso tempo, l’Iran, gli stati meridionali del Golfo e gli Stati Uniti hanno una minaccia in comune, costituita dai violenti movimenti estremisti, tra cui quelli di ispirazione qaedista. Mentre la monarchia saudita è l’obiettivo primario di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), tutti i Paesi del Golfo – Iran incluso – si trovano di fronte a una grave minaccia da parte di gruppi estremisti. L’Iran è il destinatario di una serie di minacce wahhabite e salafite a causa della natura sciita del suo regime: non casualmente, il gruppo separatista e settario Jundullah nel Baluchistan ha corroborato Al-Qaeda nei suoi attacchi contro il regime iraniano. A causa di questo nemico comune, potrebbero essere presenti dei terreni di cooperazione tra l’Iran e l’Arabia Saudita, seppur superficiali, come provato dal fatto che i pochi accordi di sicurezza raggiunti tra Teheran e Riyadh hanno come scopo la lotta contro il contrabbando e le reti terroristiche nella regione.

L’Arabia Saudita e l’Iran sono ulteriormente divisi a causa dell’interazione tra l’ideologia e la struttura dei loro regimi. Dalla Rivoluzione Islamica, la filosofia dominante dell’Iran è stata antimonarchica, repubblicana e populista, e trae la sua autorità dal ruolo della Guida Suprema e dell’élite del “clero” sciita. Al contrario, la legittimità saudita si basa sulla custodia dei due luoghi santi dell’Islam, sui privilegi dinastici e su un rapporto stretto con gli ulema wahhabiti.

Il settarismo e l’ideologia sono solo due delle principali fonti di tensioni tra Riyadh e Teheran, giacché le loro relazioni bilaterali si basano su di una concorrenza strutturale e una competizione strategica che si estendono in vari ambiti.

Da un punto di vista generale, ci sono diversi motivi validi per cui l’Arabia Saudita è a disagio con la crescente influenza dell’Iran nella regione. Prima di tutto, il regime iraniano è un’intrinseca presenza di “compensazione” regionale, dopo che l’Iraq è stato rimosso dal tavolo di gioco. In secondo luogo, il rafforzamento militare di Teheran, sia dal punto di vista delle capacità nucleari che di quelle asimmetriche, rappresenta una seria minaccia per Riyadh, così come i tentativi dell’Iran di aumentare il proprio peso nell’ambito del commercio regionale. Infine, i legami tra l’Iran e la Siria e il sostegno di Teheran ad attori non statali come Hezbollah, Hamas, l’Esercito del Mahdi e le Brigate Badr, rappresentano una minaccia indiretta per i sauditi e i loro alleati.

Mentre l’Arabia Saudita si sente sempre più minacciata dall’Iran, la sua risposta è stata finora abbastanza controversa. Anche se è considerata uno dei più stretti alleati militari degli Stati Uniti nella regione, Riyadh non vuole forze di combattimento statunitensi distribuite sul suo territorio e non ha fornito agli Stati Uniti basi militari sin dopo l’invasione americana dell’Iraq, inducendo Washington a spostare il proprio centro di comando aereo dall’Arabia Saudita alla base aerea di Al-Udeid in Qatar nel 2003. La popolazione saudita non vede di buon occhio la presenza di militari stranieri e non-musulmani in tempo di pace, e Al-Qaeda e altri movimenti estremisti hanno saputo sfruttare questi sentimenti in passato. Parallelamente, però, i sauditi si sono chiaramente allineati con gli interessi americani nella regione, quando, nel mese di luglio 2009, sono circolate voci che descrivevano come il governo saudita avesse segretamente accettato di permettere a Israele di utilizzare lo spazio aereo saudita in un potenziale attacco contro siti iraniani di arricchimento dell’uranio. Questa alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita è basata sul reciproco interesse e sull’opportunismo politico: gli Stati Uniti cercano un sistema di difesa integrato relativo ai paesi del GCC con funzionalità migliorate e dipendenti da Washington, mentre il regime saudita cerca di affermarsi come leader di questo blocco.

Dal canto suo, l’Iran cerca di minare questo progetto con un’estensione della sua influenza e la creazione di una struttura di difesa regionale che escluda attori stranieri. In questi ultimi anni, Teheran ha sviluppato una capacità di gran lunga maggiore nel campo della guerra asimmetrica rispetto a quello della guerra convenzionale, con un’ampia combinazione di capacità terrestri, aeree e navali che possono minacciare i suoi vicini, sfidare gli Stati Uniti, e colpire altre parti del Vicino Oriente e dell’Asia. Tuttavia, l’Iran non ha le capacità adeguate ad affrontare una guerra convenzionale, a causa di attrezzature obsolete e tecnologie datate; ha sviluppato di conseguenza capacità asimmetriche con l’acquisto di sottomarini, aerei e vari missili anti-nave, missili di difesa aerea più avanzati e una vasta gamma di altri sistemi.

Gli aspetti politici ed economici di questa competizione si riflettono attraverso dispute economiche, in particolare nei prezzi del petrolio e delle relazioni dell’OPEC. L’ Arabia Saudita, già il più grande fornitore di petrolio della Cina e dell’India, sta cercando di costruire nuove raffinerie, al fine di migliorare le relazioni politiche ed economiche con queste due grandi potenze, mirando a indebolire l’influenza dell’Iran, sempre pronto a competere per l’attenzione economica cinese.

Inoltre, l’Arabia Saudita e l’Iran hanno obiettivi profondamente diversi nella loro politica economica, con Riyadh che predilige una visione a lungo termine del mercato petrolifero e offre incentivi a prezzi moderati, mentre Teheran sceglie di concentrarsi su prezzi elevati nel breve periodo, anche in virtù delle sue riserve di petrolio più piccole e della sua popolazione più numerosa. Questa differenza si riflette sui dati riguardanti le riserve petrolifere e la capacità produttiva: l’Iran dispone di 137 miliardi di barili di riserve petrolifere che si confrontano con i 259 miliardi di barili presenti nelle riserve dell’Arabia Saudita, mentre Riyadh prevede inoltre che la sua produzione salga nei prossimi anni, mentre la produzione dell’Iran è maggiormente destinata a ridursi per via di un deterioramento delle infrastrutture e la crescita della domanda interna. In sostanza, l’Iran è interessato a massimizzare i profitti del petrolio nel breve termine, mentre la sua posizione nel mercato è ancora forte, mentre i sauditi hanno un incentivo a moderare i prezzi nel breve periodo per mitigare la sfida dei produttori non – OPEC e garantire che le nazioni sviluppate non diano inizio ad una maggiore spinta verso l’energia alternativa.

Dimensione esterna

La dimensione esterna della competizione strategica tra Iran e Arabia Saudita riguarda la ricerca di un ruolo dominante e il contenimento dell’influenza dell’altro nell’area del Golfo.

L’influenza nell’area del Golfo

L’area di conflitto più importante tra Iran e Arabia Saudita è stata tradizionalmente il Golfo, anche se questa competizione si è recentemente ampliata per includere gli sforzi per influenzare l’Iraq post – Saddam. Nella lotta per l’influenza nel Golfo, l’Arabia Saudita ha sempre mantenuto un più alto livello di peso politico con gli Stati locali rispetto all’Iran. Riyadh ha lavorato diligentemente per stabilire forti legami con le altre monarchie del Golfo e con lo Yemen al fine di sostenere la stabilità regionale. Il GCC, che comprende le sei monarchie del Golfo (Arabia saudita, Bahrain, Qatar, Oman E.A.U e Kuwait), è stato istituito nel 1981 durante la guerra Iran – Iraq come parte di una strategia per promuovere interessi comuni di fronte alla crisi regionale. Da quel momento, il GCC si è trasformato in un utile strumento per favorire l’approccio conservativo riguardo la sicurezza regionale tipico dei suoi membri. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è più influente in Yemen di qualsiasi altra potenza regionale o extra-regionale, a causa della sua volontà di impegnare notevoli risorse finanziarie per l’economia yemenita, anche in tempi di sconvolgimento politico.

Pur non potendo superare il peso regionale dell’Arabia Saudita nel Golfo, l’Iran cerca di influenzare comunque gli stati arabi dell’area, ed è particolarmente interessato a costringerli a minimizzare o eliminare i loro legami militari con l’Occidente. Teheran cerca anche di stabilire un certo grado di influenza con le comunità arabe sciite locali, al fine di esercitare pressioni sui governi arabi del Golfo sulle questioni di particolare importanza per Teheran. Il GCC non ha una strategia unitaria per affrontare l’espansione del potere iraniano, anche se ognuna delle leadership arabe del Golfo è preoccupata con diverse intensità dall’assertività iraniana. In particolare, alcuni Stati vedono Teheran come ispiratrice e sostenitrice dell’opposizione interna ai loro governi. I paesi del Golfo con un significativo numero di sciiti spesso si percepiscono come particolarmente esposte alla penetrazione iraniana, dal momento che le comunità sciite sono spesso considerate più sensibili alla propaganda iraniana che non i musulmani sunniti.

In aggiunta, l’Iran cerca di estendere la propria influenza politica a livello regionale attraverso lo sviluppo di relazioni con ciascuno dei suoi vicini meridionali del Golfo, a volte tramite gesti diplomatici, altre volte attraverso accordi economici, commerciali e di cooperazione militare. La sua politica nei confronti di ogni paese è nettamente diversa e modellata da una miriade di diversi fattori politici, economici, geografici, e storici.

Tuttavia, i piccoli paesi del CCG cercano di distaccarsi da un puro e semplice adattamento alle strategie di Teheran e Riyadh, giocano su diversi livelli di supporto nei confronti di entrambi i rivali e provano a svolgere ruoli distinti in questa competizione. Di conseguenza, questo gioco di alleanze ha la caratteristica di non essere statico ma di ma variare a seconda del problema specifico in gioco:

  • Il Bahrain, con un’élite sunnita al potere imparentata con la casa dei Saud e una popolazione a maggioranza sciita, si dichiara minacciato da presunte ingerenze iraniane, e mantiene forti relazioni politiche e di sicurezza sia con gli Stati Uniti (è la sede del quartier generale della Quinta Flotta statunitense e riceve sempre maggiori finanziamenti militari da Washington) sia con l’Arabia Saudita.
  • Il Kuwait considera l’Iran una minaccia grave per la sua stabilità a causa dell’interferenza percepita sulla sua popolazione sciita (che ammonta a circa il 30-40%), le sue crescenti capacità militari e il suo programma nucleare. Nel marzo 2011, due iraniani e un cittadino kuwaitiano sono stati condannati a morte in un tribunale del Kuwait per spionaggio per conto dell’Iran. Il Kuwait ha anche espulso diplomatici iraniani per attività di spionaggio e ha richiamato l’ambasciatore del Kuwait a Teheran come ulteriore effetto della crisi. Per finire, il Kuwait è uno dei principali alleati militari degli Stati Uniti nella regione, collaborando con Washington su molteplici livelli, compresa la fornitura di basi essenziali per le truppe statunitensi.
  • Gli E.A.U. praticano un approccio più sfumato a causa della differente percezione dell’Iran in ogni emirato. La disputa per il controllo sulle isole di Abu Musa e Tunbs sono considerate importanti nel modo in cui viene percepito l’Iran, tranne che a Dubai, dove vengono mantenute relazioni positive con Teheran a causa delle reti finanziarie condivise e del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti stanno inoltre utilizzando la loro ricchezza per l’acquisto di armi avanzate dagli Stati Uniti, così come stanno rafforzando sempre di più i loro legami di sicurezza con Washington.
  • L’Oman ha un ruolo unico nella regione. E’ generalmente accomodante nei confronti dell’Iran, ha tensioni latenti con l’Arabia Saudita, ha stretti legami con il Regno Unito, e serve come un alleato strategico importante per gli interessi militari e diplomatici degli Stati Uniti. Di conseguenza, esso svolge spesso il ruolo di intermediario e ha una qualche influenza diplomatica nei confronti dell’Iran.
  • Il Qatar ha sfruttato la competizione strategica tra gli interessi sauditi e iraniani al fine di crearsi un ruolo indipendente nella regione. All’interno di questo ruolo, ha anche calibrato le sue relazioni con l’Iran, mentre ospita importanti basi militari americane come contraltare verso la pressione iraniana.
  • Lo Yemen è sempre più uno stato fallito il cui regime è troppo coinvolto in questioni interne per poter giocare un ruolo significativo nella competizione. Tuttavia, una serie di fattori lo rende strategicamente importante, anche se spesso come un peso piuttosto che una possibilità. Arabia Saudita e Iran hanno inoltre mantenuto profonde differenze sul recente conflitto tra il governo yemenita e la minoranza Houthi dello Yemen, presente nella provincia di Sa’ada nella parte settentrionale del paese. Entrambi i capi di governo saudita e yemenita hanno spesso accusato l’Iran di sostenere i ribelli Houthi con finanziamenti, formazione e aiuti materiali.

 

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