“Eurasia. Rivista di studi geopolitici” ha recentemente dedicato due numeri (II e III del 2021) alla “geopolitica delle sètte” ed al ruolo che alcuni di questi gruppi religiosi (o pseudotali), spesso eterodiretti, possono svolgere nel perseguire precise finalità che esulano dal lato esclusivamente “spirituale”. I recenti fatti che hanno interessato l’area del Mar dei Caraibi non sono affatto estranei a queste dinamiche. In questa analisi si cercherà di dimostrarne il motivo e di comprendere l’evoluzione geopolitica della regione.

 

Il 7 luglio un commando di mercenari ha assalito la residenza del Presidente haitiano Jovenel Moïse. Stando alle dichiarazioni di alcuni dei personaggi coinvolti nell’attacco (sul quale rimangono ancora non pochi lati oscuri, soprattutto in termini di falle nel sistema di sicurezza, visto che stranamente nessun membro della guardia presidenziale è rimasto ferito nello scontro), l’obiettivo originario sarebbe stato quello di rapire il Presidente. Invece l’operazione si è conclusa con il suo assassinio ed il ferimento della sua consorte.

Nelle ore successive all’attacco la polizia haitiana ha sostenuto che la mente dell’operazione sarebbe stata quella del pastore evangelico Christian Emmanuel Sanon, nativo di Haiti ma residente da alcuni decenni in Florida. Secondo alcune dichiarazioni riportate dal “New York Times”, costui avrebbe affermato di essere stato investito da Dio (e dagli USA) per sostituire Moïse e per cambiare il suo paese, iniziando con la sostituzione della lingua francese con quella inglese[1]

Con questo preciso scopo, Sanon avrebbe reclutato un gruppo di mercenari attraverso la società CTU Security, che ha la sua base in Florida ed è gestita dal “rifugiato” venezuelano Antonio Emmanuel Intriago Valera. Il commando sarebbe stato composto di 28 uomini: 26 colombiani (in larga parte ex soldati) e due statunitensi di origine haitiana. Molti di questi uomini, per ammissione dello stesso Dipartimento di Difesa USA, avrebbero ricevuto addestramento negli Stati Uniti, mentre erano ancora parte dell’esercito colombiano. Alcuni di loro, inoltre, appaiono legati a doppio filo con la DEA e l’FBI[2].

Dopo l’assassinio del Presidente in carica, parte del commando sarebbe penetrato all’interno del perimetro dell’ambasciata di Taiwan, dove la polizia avrebbe arrestato almeno undici di loro. Anche in questo caso, non si capisce esattamente come i mercenari siano riusciti ad arrivare in prossimità dell’ambasciata ed a penetrare al suo interno senza particolari difficoltà. Tuttavia la portavoce del Ministero degli Esteri di Taiwan Joanne Ou ha lasciato intendere che il personale diplomatico avrebbe immediatamente avvisato la polizia nel momento in cui i membri del commando si sono introdotti all’interno dello stabile. Resta da capire per quale motivo i mercenari abbiano scelto di cercare di riparare proprio in quel luogo.

A questo proposito, è bene ricordare che Haiti è uno dei 17 Paesi che intrattiene pieni rapporti diplomatici proprio con Taiwan. Il ruolo di quella che Pechino definisce in termini di “provincia separatista” non è affatto da sottovalutare nel caso haitiano. Come a più riprese riferito sulle pagine di “Eurasia”, il rafforzamento della cooperazione commerciale tra Stati Uniti e Taiwan è stato il cavallo di battaglia degli ultimi mesi dell’amministrazione Trump. Il Consigliere per la strategia nella regione dell’Indo-pacifico scelto dal nuovo Presidente Joseph R. Biden, Kurt M. Campbell (già teorico dell’obamiano Pivot to Asia), ha ribadito la necessità di proseguire nella medesima direzione indicata a più riprese da Mike Pompeo[3].

I separatisti di Taiwan hanno anche una storia di stretta collaborazione con la setta nota con il nome di Falun Gong (definita “strumento di attacco contro la Cina” in un interessante articolo del Vice Direttore di “Eurasia” Stefano Vernole)[4], a sua volta legata a doppio filo agli evangelici nordamericani ed al gruppo QAnon[5].

Qui non si vuole entrare nel merito delle accuse di corruzione e di cattiva gestione della cosa pubblica rivolte al defunto Presidente haitiano. Queste considerazioni pertengono a chi si occupa di giornalismo geopolitico (campo di cui l’informazione italiana è ormai satura). Ciò che interessa ai fini di questa analisi è constatare il fatto che, a partire dal 2018, compaiono sui mezzi di informazione facenti riferimento più o meno direttamente al governo di Taiwan numerosi articoli in cui si è formulata l’ipotesi che la Repubblica Popolare di Cina cerchi di traviare gli alleati della “provincia separatista” garantendo loro prestiti senza interessi. Oltre all’esempio di Paesi come Burkina Faso, El Salvador e Repubblica Dominicana (che hanno recentemente abbandonato i legami diplomatici con Taiwan in favore di Pechino), in questi articoli si fa chiaramente riferimento ad Haiti[6]. Il giornale filooccidentale “South China Morning Post”, più o meno nello stesso periodo, avanzò l’ipotesi che il Presidente Moïse (in carica dal 2017), interessato ai progetti della Nuova Via della Seta, fosse addirittura pronto al repentino rovesciamento della tradizionale impostazione diplomatica haitiana nei confronti di Taiwan[7].

A questo punto, non dovrebbe sorprendere il fatto che, solo alcuni giorni fa, diversi membri del congresso statunitense hanno apertamente accusato la Cina di interferire nella politica interna di Haiti, sostenendo altresì che tale interferenza si stia rapidamente espandendo nell’intero bacino caraibico[8].

A prescindere dalla consueta ipocrisia di chi opera militarmente nei mari altrui ma pretende controllo assoluto sulle aree vicine alle proprie coste, una simile prospettiva, in termini geopolitici, non può che essere considerata dagli Stati Uniti una minaccia esistenziale. Infatti, sin dai tempi della Dottrina Monroe e delle teorie dell’ammiraglio Alfred T. Mahan sull’influenza del potere marittimo nella storia, il bacino caraibico, con il Golfo del Messico, viene considerato dagli strateghi nordamericani come il “Mediterraneo degli Stati Uniti”: uno spazio marittimo in cui nessuna minaccia all’egemonia nordamericana può essere tollerata (nessun’altra potenza può operare impunemente al suo interno). Gli esempi più evidenti di tale assunto sono stati la crisi dei missili cubana degli anni ’60 ed il fallimentare tentativo di invasione nella Baia dei Porci (anche allora attraverso un intreccio tra servizi segreti, “dissidenti” e gruppi della criminalità organizzata con base in Florida). Un esempio più recente, invece, è riscontrabile nel tentativo di imporre un blocco navale al Venezuela bolivariano.

La Dottrina Monroe, formulata nel 1823, merita un breve approfondimento, perché è spesso oggetto di palesi incomprensioni. Quella che, storicamente, viene ritenuta una manifestazione dell’isolazionismo nordamericano, in realtà si configura come la prima formulazione programmatica dell’imperialismo a stelle e strisce, soprattutto nel momento in cui da dottrina applicabile ad un “grande spazio” geograficamente definito divenne, con Wilson, principio universalistico valido per il mondo nella sua interezza. Oggi, la posizione isolazionista è sostenuta soprattutto da chi pensa ad un rafforzamento interno come condizione e premessa indispensabile per una nuova proiezione esterna di potenza. Questo, ad esempio, è ciò che ha cercato di fare il trumpismo traendo in inganno anche taluni ingenui (si spera) eurasiatisti che proprio col trumpismo hanno cercato di costruire un’alleanza tattica.

Nonostante la retorica dell’“America is back”, tale strategia è la stessa che sta cercando di perseguire (seppur con parole d’ordine differenti) l’amministrazione Biden. L’obiettivo, infatti, è quello di una ricostruzione della coesione sociale interna e di una “normalizzazione” del “patio trasero” in vista di un prossimo e forse decisivo confronto con le forze dell’Eurasia, per scongiurare quella che sembra comunque un’inevitabile evoluzione dell’ordine globale verso il multipolarismo.

La preoccupazione per la normalizzazione del “cortile interno” ha contraddistinto ampiamente l’era Trump. Questo processo, infatti, veniva considerato dalla precedente amministrazione come meno dispendioso rispetto ad operazioni extracontinentali. Il successo nei tentativi di destabilizzazione delle realtà maggiormente ostili agli USA nella regione (Cuba, Nicaragua e Venezuela in primo luogo), inoltre, veniva considerato utile in vista della campagna elettorale del 2020. Questo approccio, in linea con la consueta continuità geopolitica tra le amministrazioni nordamericane, è stato ereditato dalla tristemente nota Dottrina Cebrowski-Rumsfeld, volta ad eliminare tutte quelle entità statali non direttamente sottoposte all’egemonia nordamericana in due aree ben precise: il Vicino e Medio Oriente, il Mar dei Caraibi.

Sulla base di questi presupposti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd elaborò nel 2018 una precisa dottrina per la destabilizzazione del Venezuela (“dittatura sinistrorsa che infetta l’intera regione”) costruita su alcuni punti precisi: aggravare l’insoddisfazione popolare attraverso l’aumento dei prezzi e la scarsità dei beni di prima necessità (cibo e medicine); favorire ed incrementare l’instabilità interna[9].

Una simile strategia è la stessa utilizzata per diversi decenni, attraverso l’embargo economico, nei confronti di Cuba, che oggi si trova al centro di un nuovo tentativo di destabilizzazione.

Il caso cubano è abbastanza complesso ed in questo contesto non si vuole negare che esistano alcuni fattori critici all’interno del sistema dell’isola. Tuttavia, quella che è stata la strategia nordamericana nei confronti di Cuba, ulteriormente rinnovata con oltre 200 nuove misure restrittive imposte dall’amministrazione Trump, si può ben riassumere con le parole del diplomatico nordamericano Lester Mallory, pronunciate già negli anni ‘60 del secolo scorso: “L’unico modo per sottrarre appoggio interno (a Fidel ed alla Rivoluzione) è attraverso il disappunto e l’insoddisfazione popolare che nascono dal malessere economico […] Dobbiamo impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba […] una linea di azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottiene i maggiori vantaggi grazie alla privazione di denaro per sostenere i salari reali, provoca fame, disperazione, e la possibile caduta del governo”.

Chi scrive ha sostenuto a più riprese la tesi che il Covid-19, a prescindere dalla sua origine, possa comunque essere utilizzato come arma (anche semplicemente in termini di propaganda). Le proteste cubane, di fatto, sarebbero nate a seguito di un rapido (ed abbastanza sospetto) incremento del numero di casi nell’isola. Una sostanziale novità se si considera che Cuba, per tutto il primo anno di pandemia, è riuscita a mantenere sotto controllo contagi e decessi e, addirittura, a sviluppare due vaccini (Soberana 02 ed Abdala) che sembrano avere una notevole efficacia contro il virus.

Oltre alla geopolitica vaccinale (l’“Occidente” a guida nordamericana, terra della concorrenza capitalistica, non ammette concorrenti in un momento storico in cui è necessario ricompattare i ranghi), non bisogna tralasciare il fatto che nel maggio di quest’anno, sulla scia del piano congiunto di collaborazione 2021-2026 per l’attuazione del Memorandum d’Intesa tra il Governo della Repubblica di Cuba e la Commissione Economica Euroasiatica del 31 maggio del 2018, Cuba aveva ratificato una disposizione per stabilire una effettiva cooperazione con i Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica: un progetto che, nel lungo periodo, potrebbe sganciare l’isola dal cappio dell’embargo nordamericano[10].

Va da sé che nel discorso con il quale venne annunciata tale ratifica, il Presidente cubano Miguel Diaz-Canel Bermudez denunciò apertamente i reiterati tentativi occidentali per screditare e destabilizzare la Bielorussia, compreso il tentativo di assassinarne il Presidente Aljaksandr Lukashenko.

Ad onor del vero, ed a parziale sostegno della tesi sull’iniziale “spontaneità” delle manifestazioni (sebbene non della “miccia”), bisogna dire che molti di coloro che sono scesi nelle strade delle città cubane per protestare hanno quasi immediatamente preso le distanze da facinorosi ed infiltrati ribadendo la loro fedeltà alla Rivoluzione e denunciando i palesi tentativi di strumentalizzazione da parte “occidentale”.

Negli anni ‘80 del secolo scorso, il “geopolitico militante” (definizione di Claudio Mutti) Jean Thiriart, nel suo stile puramente pragmatico, sostenne la tesi che un’Europa unita e sovrana (da Dublino a Vladivostok), in un ipotetico ordine multipolare avrebbe dovuto avere il coraggio di “rinunciare” al mito della Rivoluzione cubana (e dunque lasciare l’isola ad un nuovo destino di meta esotica per i turisti ed i giocatori d’azzardo nordamericani) in cambio dell’assoluto controllo del Mediterraneo e dell’eliminazione di quell’avamposto “occidentale” al suo interno (fonte di perenne instabilità) che è rappresentato dall’entità sionista.

Una simile progettualità, ad oggi, rimane ancora assai lontana nel tempo. Di conseguenza, chiunque si opponga con forza all’imperialismo nordamericano, a prescindere dalle differenze ideologiche, non può che assumere una posizione di netta difesa della sovranità cubana contro ogni tipo di interferenza esterna.


NOTE

[1]Si veda Why is a Florida-based pastor under arrest for the assassination of Haiti’s President?, www.time.com.

[2]Jovenel Moise: ‘Colombia ex-soldiers in plot to kill Haiti president’, www.bbc.com.

[3]Sul recente rafforzamento della cooperazione USA-Taiwan si veda Il ruolo strategico del Mare Cinese Meridionale, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, nr. 1/2021. Sempre su “Eurasia” (nr. 2/2021) si veda anche l’articolo “Da Trump a Biden”.

[4]S. Vernole, Falun Gong: strumento di attacco contro la Cina, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, nr. 2/2021.

[5]Sulle relazioni tra QAnon ed altri fenomeni pseudoreligiosi di matrice nordamericana si può vedere QAnon: radici ideologiche e ruolo geopolitico, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, nr. 2/2021.

[6]Si veda China tries to lure Haiti away from Taiwan with interest-free loans, www.taiwannews.com.

[7]Si veda Beijing targets Haiti as a bid to isolate Taiwan from its diplomatic allies heads to the Caribbean, www.scmp.com.

[8]Si veda US lawmakers warn of chinese meddling in Haiti-Taiwan ties, www.focustaiwan.tw.

[9]Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – Masterstroke, su www.voltairenet.org.

[10]Si veda Cuba ratifica la disposizione di stabilire con una cooperazione effettiva con gli Stati membri dell’Unione Economica Eurasiatica, www.granma.cu.

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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).