Fonte: “The Hindu”, 27.06.10

Per paura di ripetere la loro “esperienza afghana” Mosca e Washington rimangono prudenti nei confronti di un qualsiasi intervento militare diretto in Kyrgyzistan.

Il dibattito indiano sulla sicurezza nazionale ha, tradizionalmente, prestato scarsa attenzione all’estesa vicinanza del paese al Centro-Asia. Nessun discorso sull’Afghanistan sarà completo senza una correlazione con la geopolitica dell’Asia Centrale, e pure i nostri studiosi di strategia fanno i conti con l’assenza di una simile correlazione.

La crisi nello stato centro asiatico del Kyrgyzistan comporta, senza alcun dubbio, gravi implicazioni per la sicurezza regionale cui l’India non può restare indifferente. Anche il Kyrgyzistan è un paese senza sbocco sul mare, come l’Afghanistan, divenuto fortemente suscettibile di subire influenze esterne. Inoltre, l’aggravarsi della crisi contiene una immagine riflessa allo specchio degli elementi della guerra civile afghana. La reazione della comunità internazionale alla crisi del Kyrgyzistan, specialmente l’evidente assenza di una risposta regionale coordinata, è destinata a gettare un’ombra sul finale di partita afghano.

In breve, il governo istituito in Kyrgyzistan, guidato dal presidente Kurmanbek Bakiyev, è stato rovesciato in Aprile da una sanguinosa rivolta la cui causa rimane ancora da capire. Le teorie cospirative abbondano e i teorici del “Grande Gioco” si sono affettati nel vedere nella rivolta la manifestazione di una prossima battaglia per l’influenza regionale tra Stati Uniti d’America e Russia. Ma queste considerazioni sono insufficienti per spiegare i gorghi che nel frattempo sono emersi. E’ vero che una gamma di attori sono in grado, direttamente o indirettamente, di creare instabilità nel panorama politico del Kyrgyzistan. Militanti islamici, gruppi terroristici affiliati ad Al Qaeda e con basi nelle regioni di confine tra Afghanistan e Pakistan, separatisti Uiguri, la mafia del traffico di droga, reti criminale e così via. Queste forze sono intenzionate ad essere pedine dello sforzo delle grandi potenze per ritagliarsi delle sfere di influenza in Asia Centrale, mentre agiscono come attori di “regime change”.

Come se non bastasse ci sono delle realtà oggettive del post-Guerra Fredda. La nascente fase di formazione degli stati di nuova indipendenza, cronici problemi di povertà ed arretratezza economica, malgoverno, corruzione e clientelismo, lotte incessanti tra clan, mancanza di un significativo processo di integrazione regionale e così via. Così la miscela diventa davvero esplosiva. Ciò anche se si tralasciano i refusi storici nella forma di irrisolte questioni nazionali datate all’Era Sovietica, quando Joseph Stalin ricomprese arbitrariamente il Turkestan in una “repubblica autonoma” che oggi appare sulla mappa come uno dei cinque Stan dell’Asia Centrale.

La struttura di potere ad interim a Bishkek, guidata da Reza Otumbayeva, ex ambasciatore negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che ha rimpiazzato Bakiyev in Aprile, ha trovato molte difficoltà nel consolidare il potere ed ottenere legittimità politica. Il governo ad interim comprende elementi diversi che si sono uniti per estromettere Bakiyev, ma stanno sempre di più cadendo a pezzi nel perseguimento del puro potere. Si sono scoperti inefficaci quando la violenza etnica su larga scala scoppiata nelle regioni meridionali di Osh e Jalalaabad ha coinvolto il gruppo degli Uzbeki del Kyrgyzistan ed è sfociata nella morte di centinaia di persone. (Le stime di Otumbayeva parlano di circa duemila morti). E’ ancora poco chiaro se le violenze siano state premeditate, ma hanno assunto le sembianze di un pogrom contro gli Uzbeki che formano circa il 15% della popolazione del Kyrgyzistan e sono concentrati nelle regioni del sud. Il fatto che Osh è una estensione della Valle del Farghana aggiunge una dimensione emotiva alla crisi in quanto la valle è stata la culla del dissenso politico in Asia Centrale. E se questo non è abbastanza, il Kyrgyzistan è l’unico paese nel quale sia gli Stati Uniti sia la Russia mantengono basi militari che si affacciano sul ventre molle della Russia e origliano l’esplosiva provincia cinese del Xinjiang. In breve, il collasso del Kyrgyzistan diventa in una sola volta la cartina di tornasole delle equazioni delle grandi potenze nel sistema internazionale contemporaneo.

Ci sono diversi modelli della crisi del Kyrgyzistan che stanno impattando sulla sicurezza regionale. Primo, la genesi della crisi è da far risalire alla rivoluzione colorata del 2005 guidata dall’agenda neo-conservatrice di George W. Bush che mira ad introdurre la democrazia occidentale nello spazio post-sovietico. Chiaramente, paesi come Kyrgyzistan ed Afghanistan hanno le loro tradizioni di governo e la semplice importazione di ideologie non può in alcun modo funzionare nel milieu locale. Meno male che il Presidente Afghano Hamid Karzai ha infine iniziato ad individuare una propria strada per lo sviluppo della sua base politica e per consolidare il potere. Ugualmente, Otumbayeva potrebbe essere una figura gradita per la comunità strategica degli Stati Uniti, ma il suo potere a Bishkek dipende dal suo consenso che sembra a dir poco ristretto.

Secondo, sia gli afghani che i kirgyzi soffrono per la mancanza di una qualsiasi architettura di sicurezza regionale. Non ci sono state iniziative regionali relative alla crisi del Kyrgyistan . Alla fine, l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione ha limitato il suo ruolo alla predisposizione di una squadra di osservatori per monitorare il referendum del 27 giugno a proposito della nuova costituzione e le elezioni parlamentari di Settembre. Il summit dell’OSC a Tashkent non ha previsto alcun ruolo dell’organizzazione per provare ad arginare la cascata di violenza ad Osh.

Terzo, né l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) né l’Organizzazione del Trattato dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO) – per farla breve né Stati Uniti né Russia – hanno mostrato la volontà di schierare forze di pace in Kyrgyzistan nonostante la disperata invocazione d’aiuto proveniente da Bishkek per l’intervento di forze straniere per sedare la rivolta. L’OTSC manca di forze capaci di rispondere rapidamente e qualche membro, come l’Uzbekistan, è rimasto ambivalente per quanto riguarda la creazione di un precedente nell’intervento in un paese straniero nel nome della sicurezza collettiva. Similmente, la NATO, nonostante la pretesa di divenire una organizzazione di sicurezza globale, non ha la volontà di impegolarsi in missioni di peacekeeping data la sua eccessiva ambizione e la fatica della battaglia in Afghanistan. In teoria NATO e OTSC potrebbero agire di concerto. Ma poi Washington sfavorirebbe ogni mossa tesa alla tacita accettazione del ruolo di perno di una alleanza guidata da Mosca nella sicurezza delle repubbliche post-sovietiche.

Per paura di ripetere la loro “esperienza afghana” Mosca e Washington restano prudenti nei confronti di un qualsiasi intervento militare diretto in Kyrgyzistan. Infatti, c’è un reale pericolo che qualsiasi forza di intervento esterno potrebbe impantanarsi nella palude del Kyrgyzistan.

Naturalmente, il “Grade Gioco” rimane una chiave sottotraccia. Per Washington la base aerea di Manas non è solo un punto vitale per girare le sue truppe in Afghanistan,ma è anche funzionale perché è un “posto di ascolto” vicino ai confini del Xinjiang e al vasto spazio russo. Washington conta sulle sue eccellenti relazioni con Otumbayeva per assicurarsi che Bishkek non chieda l’abbandono della base di Manas. Per questo motivo, gli Stati Uniti preferirebbero che qualsiasi iniziativa di peace-keeping in Kyrgyzistan sia lasciata nella mani delle Nazioni Unite o della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa piuttosto che ad una alleanza guidata da Mosca che potrebbe intimidire Bishkek. Per essere sicuri Russia e Cina rimangono prudenti sulle reali intenzioni di Washington. Il presidente russo Dimitri Medvedev ha ammonito che Mosca aspetta gli Stati Uniti per lasciare Manas una volta che l’alleanza guidata dalla NATO abbia terminato le sue operazioni in Afghanistan. Anche la Cina ha rivelato le sue intenzioni quando il portavoce del Ministro degli Esteri ha dichiarato a Pechino: “La Cina prende atto che l’incontro dell’OTSC sulla situazione del Kyrgyzistan, e comprende gli sforzi per preservare la pace e la stabilità in Asia Centrale”.

Evidentemente, gli Stati Uniti non sono d’accordo con Cina e Russia sulla sicurezza regionale in Asia Centrale. Nel frattempo, Washington mantiene una ambiguità costruttiva circa la strutturazione di un percorso per l’abbandono di Manas. Il sottosegretario di Stato Robert Blake ha visitato Bishkek sin dalle rivolte di Aprile. E’ in questi momenti che l’ “agenda nascosta” dell’apparente guerra al terrorismo in Afghansitan viene a galla e la dipendenza di Washington dal Pakistan per trasformare la guerra in Afghanistan appare comprensibile.

Le linee di faglia in Kyrgyzistan formano un estensione della geopolitica della guerra afghana dove non sorprende che gli Usa mostrino riluttanza a cedere il proprio monopolio nella risoluzione delle crisi. Senza dubbio, è il movimento estremistico islamico e la mafia del traffico di droga che otterranno molto dalla rivalità tra i grandi poteri in Afghanistan e Kyrgyzistan. La radicalizzazione della politica in Kyrgyzistan può probabilmente accelerare il ritorno dei Taliban, in qualsiasi forma, nella tradizionale politica di Kabul, che a sua volta darà un buffetto alle forze islamiche che sono ancora attive nella Valle del Farghana. Gli sviluppi della crisi del Kyrgyzistan in questo senso sono una sveglia per le profonde implicazioni nella soluzione afghana che coinvolgerà anche i taliban.

Infine, è solo attraverso una paziente ristrutturazione economica che le radici dell’instabilità possono essere eliminate in Afghanistan ed in Kyrgyzistan. Mentre l’economia afghana è stata devastata da tre decenni di guerre, l’economia del Kyrgyzistan è deragliata con la disintegrazione del sistema di sostegno dell’Unione Sovietica. Il prerequisito della ricostruzione economica è la sicurezza da salvaguardare con il sostegno dell’impegno internazionale necessario sia in Afghanistan che in Kyrgyzistan. Quest’ultimo è fortunato a non dover fronteggiare interferenze esterne che nel caso afghano sono rappresentate dal Pakistan. I suoi due grandi vicini – Uzbekistan e Kazhakistan – si sono comportati con moderazione. Il problema è cosa accadrà se lo stato del Kyrgyzistan continuerà a dissolversi.

* M. K. Bhadrakumar è un ex diplomatico indiano.

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