Da quando sono iniziati i disordini in Siria, nei primi mesi del 2011, l’attenzione mediatica si è concentrata sul Paese arabo-mediterraneo, e, in una certa misura, la cosiddetta Primavera araba ha iniziato a identificarsi con il caos siriano. Le rivoluzioni in Egitto, Tunisia, Bahrain e altri Paesi, almeno dal punto di vista della propaganda mediatica, sono passate in secondo piano. Alcuni potrebbero pensare che ciò sia dovuto al fatto che la ribellione si è progressivamente trasformata in guerra civile, visto che, e ciò è un dato oggettivo, l’opposizione al governo del presidente Assad è armata fino ai denti (1). O ancora altri motivi legati alla crisi umanitaria e i profughi riversatisi in Turchia e Libano, potrebbero aver infiammato la situazione, facendo vedere al mondo la vera faccia del regime siriano, sanguinario e dittatoriale. Ma un’analisi più approfondita ci farebbe capire che la verità è molto lontana da tutto ciò. Ad esempio, la rivoluzione del Bahrain è stata repressa, almeno fino a oggi, grazie all’invasione militare dell’Arabia Saudita, e ciò dimostra che la situazione nell’isola del golfo Persico sia tutt’altro che rose e fiori, ma nessuno si interessa di ciò. Non vi sono condanne da parte della Lega Araba, del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dei governi occidentali. In Egitto le forze legate al vecchio regime sabotano continuamente il processo riformatore, ad esempio annullando clamorosamente le elezioni del parlamento ed affidando il governo a un presidente della Repubblica neoeletto (Morsi della Fratellanza Musulmana) con poteri simbolici e assolutamente impossibilitato a effettuare importanti riforme in un Paese allo stremo delle forze ed economicamente in dissoluzione (con metà della popolazione al di sotto della soglia di povertà), e nessuno muove un dito. Ma per la Siria il comportamento è molto diverso. Oltre a ciò, le varie potenze stanno giocando su più fronti e perseguono obiettivi diversi, anche se formalmente sembrano alleati.

Tutti questi fatti hanno portato al delineamento di due alleanze internazionali, uno contrario alla permanenza di Assad al potere, e l’altro invece sostenitore del governo siriano. L’alleanza contro Assad è formata dagli USA, l’UE, Israele (2), la Turchia, e alcuni Paesi Arabi (principalmente Qatar e Arabia Saudita). L’obiettivo perseguito da questo fronte eterogeneo e molto articolato è comune per ciò che concerne la caduta di Assad, ma per il dopo-Assad vi sono diversi orientamenti. Gli USA, l’UE e Israele vogliono rafforzare la sicurezza delle frontiere sioniste, visto che l’instabilità egiziana impone all’Occidente e al suo avamposto vicino-orientale (Israele) di tenere un atteggiamento aggressivo nei confronti del confine settentrionale di Tel Aviv, che negli ultimi anni è stato quello problematico per i sionisti. Garantire la sicurezza di Israele è una priorità per gli USA, visto che Tel Aviv è l’unico alleato affidabile per il governo nordamericano nella regione. Più volte sia Obama che i suoi predecessori hanno affermato che “la sicurezza di Israele è la sicurezza degli Stati Uniti”; queste parole da parte della leadership americana non vengono spese per nessun altro Paese al mondo. Colpire la Siria, per l’Occidente atlantista, vuol dire colpire la resistenza palestinese e libanese, da sempre sotto l’ala protettrice di Damasco. Passando poi alle cosiddette “legioni islamiche della NATO” (3), ovvero al ruolo giocato da Turchia, Qatar e Arabia Saudita, bisogna dire che anche questi paesi hanno obiettivi diversi. La Turchia è interessata a ricreare una sorta di nuovo Impero ottomano, se non geograficamente – e tanto meno “istituzionalmente” – almeno come influenza politica; per fare ciò c’è bisogno di sfondare verso Sud, ovvero nel mondo arabo. Ma il problema principale per Ankara è che Siria e Iraq, Paesi confinanti con la Repubblica turca, sono chiaramente influenzati dall’Iran, quindi per far breccia nel Levante arabo e in Mesopotamia bisogna fare i conti con Tehran. Inoltre, Arabia Saudita e Qatar sembrano interessate a evitare il dilagare del contagio rivoluzionario nel golfo Persico, dopo le prime avvisaglie di ribellione in Bahrain e nelle regioni orientali dell’Arabia; insomma, una sorta di guerra preventiva alla Siria, per indebolire l’Iran e scoraggiare le sommosse nelle regioni a maggioranza sciita della Penisola araba.

In questo contesto comunque, non possiamo dimenticare la quinta colonna del fronte anti-Assad in territorio siriano, ovvero al-Qaida e le formazioni armate di ideologia salafita e wahhabita che stanno trascinando nel caos

Il Paese mediterraneo. Questi gruppi sono sempre stati utilizzati dagli occidentali in operazioni delicate nel mondo musulmano, ad esempio nell’Afghanistan degli anni Ottanta in funzione antisovietica (ovvero antirussa), in Bosnia in funzione antiserba negli anni Novanta, in Iraq, Pakistan e Iran, in funzione antisciita. Oggi invece in Siria sembra esserci una sorta di resa dei conti finale. Infatti questi gruppi combattono una guerra, di fatto negli interessi dell’America, contro i vari avversari e concorrenti dell’espansionismo atlantista: l’Iran, gli sciiti alawiti (4), considerati eretici dai gruppi salafiti e wahabiti, e la Russia; ma anche i “collaborazionisti” sunniti, considerati dei traditori per non essersi ribellati all’”eretico” Assad (5). L’intellettuale iraniano Hamid Ansari, riguardo all’entità di questi gruppi terroristici di ispirazione massimalista, protetti da alcuni governi arabi e occidentali, negli anni Novanta scriveva:

“È l’Islam americano (6) (ovvero l’islam di gruppi come al-Qaida, n.d.r.) che protegge i governi fantoccio e li rende impotenti. Anzi nel nome dell’Islam questi governi combattono contro i veri musulmani e allo stesso tempo accettano la sottomissione e il compromesso con gli Stati Uniti e Israele, i nemici dell’Islam”. (7)

Quindi vediamo che gli interessi sono diversi, ma tutto ruota su due fattori principali: da un lato rafforzare l’egemonia americana, attraverso il rafforzamento di Israele, nella regione più importante del mondo per ciò che concerne il controllo dei mercati energetici, vero punto nodale delle relazioni internazionali e della geoeconomia nel XXI secolo, e d’altro canto indebolire il fronte pro-Assad, formato dall’asse Mosca-Pechino-Tehran. Brzezinski diceva sempre che per difendere l’egemonia americana vi è la necessità di applicare due politiche: rafforzare i “vassalli” (8) ed evitare “l’unione dei barbari”. In questo contesto, e per motivi diversi, i barbari sarebbero appunto l’Iran, la Russia e la Cina. La Repubblica islamica può essere considerato come l’ultimo avversario culturale ed ideologico dell’Occidente liberaldemocratico, la Russia è l’unico Paese ad avere un arsenale bellico paragonabile agli USA e la Cina contende il primato economico mondiale all’America. Non è un caso quindi che molti analisti vedano nell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organisation, SCO) una sorta di alter ego della NATO, visto che i tre Paesi “barbari” menzionati sono tutti membri (9) di quella che potrebbe essere la principale organizzazione internazionale dei prossimi decenni, spostando il centro di comando delle relazioni internazionali, per la prima volta dopo alcuni secoli, dall’Occidente all’Asia, o come preferiscono dire alcuni analisti, all’Eurasia. Quindi vediamo come la crisi siriana abbia dei retroscena molto più grandi di quelli che una persona superficiale potrebbe immaginare. Qui c’è in ballo il futuro delle relazioni internazionali e la creazione di un “Nuovo ordine mondiale”, ben diverso da quello auspicato dagli USA.

D’altronde è innegabile che anche il fronte internazionale pro-Assad, è mosso da logiche diverse. L’Iran non vuole il rovesciamento del governo siriano, in quanto la caduta di Damasco romperebbe l’alleanza strategica di Tehran con i principali oppositori del regime sionista, ovvero Hezbollah, i suoi alleati libanesi e la galassia eterogenea (islamico-nazionalista) dei resistenti palestinesi. In tutti questi anni, uno dei motivi principali per cui un attacco militare occidentale contro la Repubblica islamica è stato sempre rimandato, è che l’Iran ha degli alleati di ferro al ridosso dei confini sionisti, prospettando una reazione non solo dal territorio iraniano, ma anche dal Libano meridionale e da Gaza, su quello che un tempo era considerato un esercito invincibile (quello sionista appunto) e che oggi di fatto sembra essere il “tallone d’Achille” dell’America. Ovviamente il ruolo di Damasco è quello di intermediario tra l’Iran e la guerriglia antisionista. Venendo meno questa alleanza (“Asse della Resistenza”), il governo iraniano sarebbe molto isolato nella regione, e l’attacco occidentale a Tehran sarebbe a quel punto imminente. La Russia invece vede nella Siria oltre che l’ultimo alleato di ferro nel mondo arabo e nel Mediterraneo, anche l’ultimo regime a guida socialista e nazionale del Vicino Oriente, baluardo contro il dilagare del massimalismo fondamentalista. Dopo la Libia e la Siria, Mosca teme che possa esserci un aggravarsi della situazione nel Caucaso a maggioranza musulmano, come avvenne negli anni Novanta. Infine la posizione della

Cina, che teme invece per un’eccessiva espansione americana, soprattutto dopo lo smacco libico, che ha messo in pericolo la posizione economica cinese nel continente africano, da tempo uno degli interessi principali di Pechino. Come si vede, sia il fronte pro-Assad che quello occidentalofilo, mantengono le loro posizioni in base a interessi diversi. Inoltre, il perdurare della crisi siriana potrebbe portare a scenari impensabili, inimmaginabili solo qualche settimana fa. La recente disputa tra Damasco e Ankara, riguardo all’abbattimento del velivolo militare turco nello spazio aereo siriano, dimostra le nuove strategie atlantiste, che necessitano di molta attenzione da parte di Russia, Cina e Iran, altrimenti si rischia una guerra civile o internazionale permanente, che non giova a nessuno dei contendenti, e soprattutto alla popolazione siriana.



(1) Qualche settimana fa è arrivata la notizia riguardo al nulla osta delle autorità americane per rifornire i ribelli siriani con missili anticarro. Ma c’è di più: le stesse fonti occidentali – ostili vero il governo siriano – riferiscono senza tanti giri di parole di aiuti israeliani ai “ribelli”: http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Siria-fonti-ribelli-missili-Israele/23-06-2012/1-A_001851146.shtml

(2) “Qualsiasi regime che rimpiazzi il presidente siriano Assad non potrà essere peggiore di quello attualmente in carica”. Questa frase è stata pronunciata da Gabi Ashkenazi, il 19° Capo di Stato Maggiore generale dell’esercito di Tel Aviv.

(3) http://www.arabmonitor.info/dettaglio.php?idnews=35164&lang=it.

(4) Gli alawiti sono una popolazione di confessione sciita presene in Siria. Questo è il gruppo religioso del presidente Assad.

(5) Spesso si dice che la Siria è un Paese a maggioranza sunnita in cui il governo è affidato alla minoranza alawita, ma ciò non è corretto, visto che un buon 60% dell’esercito siriano è formato da sunniti, e se questa maggioranza assoluta avesse deciso di ribellarsi al regime, quest’ultimo non sarebbe rimasto in carica nemmeno per un istante. Agli occhi dei massimalisti salafiti e wahhabiti, ovviamente questo è considerato un grave tradimento.

(6) Interessante notare che il primo a parlare di “Islam americano” in contrapposizione ad un “puro Islam muhammadiano” e “rivoluzionario” è stato l’imam Khomeyni, guida della Rivoluzione iraniana del 1979.

(7) Hamid Ansari, Il racconto del risveglio. Una biografia politica e spirituale dell’imam Khomeini, Irfan Edizioni, Roma 2007.

(8) Che bel modo hanno gli americani di chiamare i loro alleati!

(9) La Russia e la Cina sono membri effettivi e l’Iran ha uno status di osservatore, ma a breve potrebbe diventare un membro effettivo.


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Ali Reza Jalali, laureato in giurisprudenza presso l`Università degli Studi di Brescia, ha conseguito il dottorato di ricerca in diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Verona. Attualmente insegna diritto costituzionale e internazionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università Islamica di Shahrud (Iran). Presiede il Centro studi internazionale Dimore della Sapienza, di cui è anche responsabile per la sezione dedicata agli studi giuridici e politologici. Ha pubblicato numerosi saggi su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Nelle sue ricerche si occupa prevalentemente dei temi attinenti al diritto pubblico, al diritto internazionale, al rapporto tra Islam e scienza politica ed alle relazioni internazionali, in particolare per quanto riguarda l’area islamica.