A dieci anni dalla presentazione della domanda ufficiale di adesione all’Unione Europea, dal 1° luglio 2013 la Croazia è divenuta la ventottesima nazione della famiglia UE. Sarà la seconda delle sei repubbliche nate dalle ceneri della Jugoslavia a sedere, a Bruxelles, all’interno del Parlamento Europeo, con 12 seggi e 7 voti nel Consiglio dell’Unione Europea. Tra scetticismo e futuro, una riflessione sul futuro dell’Unione.

 

Da più parti salutata come una nuova grande vittoria dell’integrazionismo europeo sui singoli egoismi nazionali, l’entrata della Croazia nell’area UE, in verità, è stata accolta, in patria, con un diffuso senso di scetticismo, capace di trasformare la grande festa di Piazza Bana Jelačića, voluta dalle autorità di Zagabria per celebrare l’ingresso della propria nazione nel teatro delle grandi potenze europee, in un appuntamento disatteso dalla stragrande maggioranza della popolazione, accorsa più per l’esibizione musicale (gratuita) dei 2 Cellos, duo di violinisti croati celebri in tutto il mondo, che per entusiasmo.
Dalla paura di perdere parte della propria sovranità nazionale, al rischio di esser coinvolti – seppur marginalmente – nella grave crisi economica che ha recentemente investito l’Europa Meridionale, molte sono le riflessioni che andrebbero svolte per meglio comprendere i timori d’un popolo che, dopo esser passato attraverso gli orrori di una sanguinosa guerra civile e aver finalmente recuperato la propria indipendenza, ha paura di vedersene negata una parte consistente a causa della volontà, già espressa nel 2003 dal governo Sanader, poi riconfermata da Jadranka Kosor e dall’attuale Primo Ministro Zoran Milanović, di aderire alle strutture di Bruxelles.
A fondamento di questi timori, si trova essenzialmente un dato di natura economica: la paura è che l’adozione dell’Euro, fortemente voluta dallo stesso Milanović e dal governatore della Banca Centrale Croata Boris Vujic, prevista per i prossimi anni, possa scatenare un’inflazione tale da paralizzare la vita economica croata per l’intero decennio successivo.
Se a questo elemento, poi, si aggiunge il fatto che, insieme a Grecia (59%) e Spagna (55%), la Croazia si colloca sul podio delle nazioni europee con la più alta disoccupazione giovanile (51%), con un deficit al di sopra del 4% del PIL, un debito pubblico del 54% ed una disoccupazione complessiva stimata intorno al 20%, ben si comprende lo scarso fervore popolare che ha accompagnato i festeggiamenti organizzati a Zagabria il 30 giugno scorso.
Proprio sulla questione del deficit, poi, la Croazia rischia di vedersi subito coinvolta in una annosa procedura d’infrazione dello stesso: secondo il Trattato di Amsterdam, infatti, stipulato nel 1997, gli Stati membri dell’UE si impegnano a fare in modo che il proprio deficit pubblico non superi il 3% del PIL nazionale; è questo uno dei punti fondamentali del cosiddetto PSC, il “Patto di stabilità e crescita”.

Il deficit croato, invece, al momento dell’ingresso del paese nell’arena europea, si stabiliva sui 4.7 punti percentuali, in costante aumento.
Inoltre, l’uscita forzata della Croazia dall’Associazione di libero scambio dell’Europa Centrale, dovuta proprio all’adesione da parte della Croazia all’Unione Europea, rischia di rendere poco vantaggiosa l’importazione di beni croati per tutti quei paesi balcanici ancora fuori dall’orbita di Bruxelles, principali partner commerciali, insieme all’Italia, dell’economia croata.
A questi dati, poi, si aggiunge anche lo scoramento dovuto alla limitata libertà di movimento, all’interno dei paesi già membri della Comunità Europea, di cui “beneficeranno” gli stessi croati: i trattati stipulati ad Atene nel 2003, infatti, relativi all’adesione di ben 10 paesi dell’area centro – orientale, hanno introdotto «un periodo transitorio della durata massima di 7 anni a partire dalla data di adesione […] durante il quale può essere imposta una serie di restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori in provenienza da, verso e tra questi Stati membri».

Si legge, inoltre, agli articoli da 39 a 48 del Trattato istitutivo della Comunità Europea, modificato dal Trattato di Amsterdam, che «tali restrizioni riguardano esclusivamente la libertà di circolazione ai fini di un’occupazione professionale e possono variare da uno Stato all’altro».
Di certo una brutta battuta d’arresto per tutti colori i quali speravano di trovare un lavoro ed un salario migliore nei paesi centro – occidentali, in primis la Germania.
Quale sarà, dunque, il futuro della Croazia nella nuova Europa allargata e quale il ruolo che essa si troverà a giocare in uno scenario così sfumato ed indefinito?
Due sono gli scenari all’interno dei quali la Croazia potrebbe divenire una pedina fondamentale nello scacchiere geopolitico europeo: quello relativo al “blocco balcanico” e quello, invece, relativo alla “sponda russa”.
Per quanto riguarda il primo punto, si fa riferimento alla possibilità che proprio la Croazia funga da ponte fra l’Unione Europea e la turbolenta area geografica dei Balcani, in cui molti paesi, come Serbia e Montenegro, hanno già fatto domanda per entrare a far parte dell’Europa unita.

Come Igor Pokaz, ambasciatore croato in Russia, ha recentemente affermato, infatti, la Croazia è «sicura di continuare ad orientarsi verso la cooperazione con i paesi della regione […] il nostro obiettivo è quello di tornare al mercato generale; per questo è importante che gli imprenditori e gli industriali dei nostri paesi cooperino più intensamente ed siano disposti ad adattarsi alle nuove circostanze, ma l’economia non è che uno degli aspetti dei nostri rapporti: ancora più importante, forse, è l’aspetto politico, infatti la Croazia si impegna realmente a sostenere i paesi dei Balcani sulla strada verso l’UE[i]».
Una soluzione, questa, che garantirebbe alla repubblica croata un posto di primo piano nel quadrante geopolitico orientale, magari proprio al fianco dell’Italia, in un’ottica di reciproca influenza adriatica, capace di fare il verso ai vari “corridoi” (energetici e non) situati a ridosso del Mar del Nord, tanto diffusi d’attrarre investimenti davvero significativi.
La seconda questione, invece, riguarda l’eventuale approfondimento di relazioni diplomatiche già ampiamente avviate.
Proprio la repubblica croata, difatti, è stata, negli ultimi anni, impegnata in diverse attività su suolo russo, come partecipando al Forum Giuridico Internazionale di Pietroburgo o dando vita ad intensi accordi energetici (nel 2012  la compagnia petrolifera statale russa Zarubezhneft, ad esempio, ha annunciato l’intenzione di investire circa 1,3 miliardi di dollari per distribuire fino in Croazia il petrolio raffinato nelle proprie raffinerie in  Bosnia-Erzegovina[ii]; ma si potrebbe riportare, a titolo esplicativo, anche il ruolo croato nella realizzazione del gasdotto South Stream, progetto sviluppato dall’Eni insieme a  Gazprom).
Sempre Pokaz ha, inoltre, affermato che si è «precedentemente lavorato con la Federazione russa, ma l’obiettivo principale è l’integrazione europea: ora questo processo è completato, e le risorse possono essere indirizzate verso lo Stato, il cui potenziale di relazioni non è sufficiente, e qui la Russia è al primo posto[iii]».
Si tratta di due scenari che potrebbero radicalmente cambiare il volto stesso dell’Unione Europea; da un lato, il rovesciamento dei rapporti di forza nell’area balcanica, con una Germania nelle vesti d’antagonista regionale (dal 2011, infatti, a Berlino sembrano essere molto interessati ad un ritorno tedesco nell’Europa sudorientale, come le visite ufficiali di Guido Westerwelle ed Angela Merkel, l’uno a Zagabria, Podgorica e Priština, l’altra a Zagabria e Belgrado, sembrano far intuire), dall’altro, invece, una Russia sempre più intraprendente nel corteggiare, economicamente ed energeticamente, una Croazia che, vista la sua strategica posizione nel Mar Adriatico, continua ad affascinare l’intelligencija del Cremlino.
 

 
* Stefano Ricci è Dottore in Scienza della Politica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; collabora con diverse testate giornalistiche.

 

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