Come è noto, la Siria è attualmente scossa da oscuri sommovimenti popolari scoppiati nella città di Hama, stanziata nell’area occidentale del paese.

Le repressioni disposte da Damasco hanno immediatamente innescato la maestosa opera di propaganda antigovernativa montata da Al Jazeera oltre che da altre svariate emittenti arabe vicine a paesi come il Qatar o l’Arabia Saudita e amplificata a dovere dalla grancassa mediatica occidentale che ha dato amplissimo risalto alle numerose, presunte efferatezze compiute dal regime di Bashar Al Assad.

Nelle ultime ore si è giunti a parlare di un’escalation degli eventi che sarebbe culminata in numerosi cannoneggiamenti ordinati dal governo di Damasco sull’inerme folla intenta a manifestare lungo le strade di Hana, impiegando, nel propugnare tale versione dei fatti, una retorica sotto molti aspetti affine a quella utilizzata a suo tempo per screditare il regime di Muhammar Gheddafi, quando si attribuì al Colonnello la responsabilità di aver “bombardato” il proprio popolo, provocato la morte istantanea di 10.000 civili libici i cui cadaveri sarebbero stati gettati in numerose fosse comuni.

I rilevamenti satellitari apportati dalla Russia smentirono poche ore dopo questa fantasiosa ricostruzione dei fatti inchiodando tanto gli organi di informazione che avevano riportato tali notizie quanto i governi che su di esse si erano basati per fregiare, in sede ONU, dei dovuti crismi legittimatori le proprie imminenti imprese imperiali, alle proprie imbarazzanti responsabilità.

Il fatto stesso che siano i medesimi soggetti sbugiardati in occasione dell’affaire libico a puntare attualmente il dito contro il regime di Bashar Al Assad impone quanto meno di analizzare con attenzione il contesto in cui si stanno svolgendo i fatti.

La Siria è guidata da svariati decenni dal casato Assad, prevalso nel 1970 dopo anni di faide intestine al partito Ba’th, e risponde indubbiamente al vero il fatto che il governo di Damasco (oltre a quello di Baghdad retto all’epoca da Saddam Hussein, leader del Ba’th iracheno) sia tenuti in pugno da un regime autoritario e personale, ma ciò – a meno che non si voglia cadere nell’occidentalismo tipico dei “nouveaux philosophes” Bernard Henry – Levy e André Glucksmann – non costituisce un argomento valido per approcciare efficacemente alla complessa realtà siriana.

Il Ba’th è un partito di chiara vocazione socialista nato da due rivoluzioni – quella siriana e quella irachena – i cui capisaldi collimano con le principali linee guida indicate a suo tempo dall’ideologo siriano Michel Aflaq, secondo il quale la legittimità di coloro che esercitano il potere avrebbe dovuto essere soggetta al vaglio di un consiglio rivoluzionario, una sorta di Politbjuro incaricato di fregiare il governo dei crismi di legittimità necessari.

La struttura portante del Ba’th risente dell’influenza di numerose ideologie europee – il marxismo di Lenin, le teorie risorgimentali di Mazzini, il nazionalsocialismo di Hitler – e risponde in pieno a una forte vocazione modernizzatrice che è risultato arduo mettere in pratica in virtù delle fortissime divisioni che sono maturate inesorabilmente in seno a un partito tanto variegato e onnicomprensivo, fintanto che dalle numerose faide intestine che lo dilaniavano non sia sorta una forza preponderante sulle altre – Hafez Al Assad in Siria, Saddam Hussein in Iraq – in grado di governare il paese.

Tanto Bahar Al Assad quanto Saddam Hussein compresero però che era insufficiente contare unicamente sul partito per tenere in pugno il paese e decisero quindi di appoggiarsi l’uno sulla cospicua minoranza alawita, l’altro sui clan stanziati lungo la natia regione di Tikrit.

Per ovvi motivi una simile impostazione di base non avrebbe potuto che favorire il clientelismo clanico e dar luogo a una nomenklatura tribale capace di amministrare lo Stato principalmente nell’interesse esclusivo dei suoi membri.

Sembra che alcuni di questi nodi siano recentemente venuti al pettine e spinto alcune componenti della società siriana a esternare il proprio dissenso nella speranza che ciò avrebbe portato il paese a superare le proprie divisioni intestine per attuare alcune necessarie riforme strutturali.

Il presidente Assad riconobbe prontamente la legittimità di tali proteste, e promise che avrebbe fatto il possibile per venire incontro alle rivendicazioni della frangia manifestante della popolazione, sollecitato, tra gli altri, dal primo ministro turco Recep Erdogan.

Erdogan ha infatti rivelato di essersi più volte sentito con Assad, e di esser certo che quest’ultimo avrebbe proceduto all’abrogazione delle leggi speciali che vigevano da quasi cinquant’anni.

Il governo di Damasco tenne fede agli impegni presi e le ritirò.

La Turchia si è dunque mostrata sensibile alle difficoltà incontrate dal presidente Assad, ed ha agito con cautela, nel rispetto della sovranità siriana, non mancando di sottolineare l’importanza di mantenere i rapporti di “buon vicinato” ottenuti in questi ultimi anni per merito principalmente dell’abile tessitore di trame diplomatiche che risponde al nome di Ahmet Davutoglu, Ministro degli Esteri del governo di Ankara.

Ad allarmare il presidente Assad e il primo ministro Naji Al Otari sono state però le insurrezioni armate di Daraa, il cui svolgimento ha seguito schematiche tali da portare Damasco a ipotizzare che vi siano state forti interferenze esterne.

Eloquente il fatto che Assad abbia pubblicamente fatto ricadere i sospetti sui servizi giordani e sul Mossad, subito dopo aver sedato la rivolta con il pugno di ferro.

Esattamente come è accaduto negli scorsi giorni per quanto riguarda gli scontri di Hana, la canea mediatica si scatenò all’unisono contro Assad, accusando il governo di Damasco di aver perpetrato una “sanguinosa repressione” sulla base di una serie di resoconti postati su internet per mezzo dei soliti social network come Twitter e Facebook, da parte di alcuni “manifestanti” antigovernativi sulla cui obiettività ben pochi hanno osato avanzare dubbi di merito.

Le emittenti arabe vicine ad Al Jazeera hanno portato acqua al mulino dei rivoltosi esattamente come avevano fatto nei confronti dei ribelli di Bengasi impegnati a (tentare di, senza successo) rovesciare Gheddafi e nei confronti del movimento popolare sorto dal megattentato che era costato la vita all’ex Primo Ministro libanese Rafik Hariri.

La sommossa che nacque dall’attento, eloquentemente ribattezzata “Rivoluzione dei Cedri”, sortì il duplice risultato di costringere Bashar Al Assad a cedere alle forti pressioni internazionali, dichiarando la fine del protettorato siriano sul Libano oltre all’imminente ritiro delle proprie forze armate dal territorio libanese, e di favorire l’ascesa al potere dell’economista Fouad Siniora, che si mostrò immediatamente riconoscente nei confronti di Pierre Gemayel per la funzione antisiriana svolta dal Partito Falangista sotto la sua egida affidandogli l’incarico di Ministro dell’Industria.

La “Rivoluzione dei Cedri” seguì il medesimo schema delle tante rivoluzioni colorate sorte in numerosi paesi vicini alla Russia da eventi, non sempre realmente accaduti o rispondenti alle modalità con cui sono stati presentati, in grado di catalizzare i malcontenti popolari della più svariata natura e creare disordini sociali suscettibili di indebolire o abbattere i governi in carica.

Tuttavia, il governo Siniora mostrò ben presto – come quello di Yushenko in Ucraina – tutta la propria inettitudine e perse rapidamente tutti i vantaggi che aveva ottenuto, giungendo perfino a sciogliere la Corte Costituzionale che l’avrebbe probabilmente dichiarato decaduto alla luce del palese dissolvimento del bacino elettorale che ne aveva decretato il trionfo solo pochi mesi prima.

L’obiettivo era isolare Hezbollah, potente movimento nazionalista sciita fortemente inviso agli Stati Unti e in grado di opporsi efficacemente alle sortite israeliane in territorio libanese.

Hezbollah era e continua ad essere saldamente legato alla Siria e soprattutto all’Iran, poderoso bastione sciita titolare di forti mire egemoniche sul Vicino e Medio Oriente soggetto, a sua volta, di minacce legate al suo programma nucleare e più in generale alla linea di politica estera impregnata di autonomismo portata avanti dal Presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Non è un caso che l’Iran sia stato scosso da una rivoluzione colorata nel giugno 2009.

All’epoca scoppiò uno scontro di vertice, in cui il ricchissimo Ayatollah Akbar Rafsanjani e il suo sodale Mir Hossein Mousavi strumentalizzarono la schiacciante vittoria elettorale ottenuta dal laico Mahmoud Ahmadinejad per contestarne la regolarità, e per dar luogo a una serie di manifestazioni di piazza atte a destabilizzare lo status quo.

Ahmadinejad poteva contare sull’appoggio dei Pasdaran e su quello della Guida Suprema Ali Khamenei, mentre sull’altra sponda, dopo un breve periodo di empasse, anche l’Ayatollah Mohammad Khatami si decise a scoprire le carte e a render pubblico il proprio appoggio alla fazione Rafsanjani – Mousavi.

Ahmadinejah godeva dell’appoggio delle fasce meno abbienti della popolazione sparse per tutto il paese, mentre i suoi oppositori erano sostenuti dall’alta borghesia residente nei quartieri d’elite delle maggiori città iraniane.

L’esito delle elezioni (uno scarto di 11 milioni di voti a favore di Ahmadinejad) era di per sé scontato, poiché perfettamente combaciante con i dati registrati in occasione del voto precedente, in cui a ricevere una dura lezione dall’ex sindaco di Teheran era stato direttamente Akbar Rafsanjani.

Tutti questi indizi che confermavano l’alto gradimento della popolazione iraniana nei confronti di Ahmadinejad non bastarono a persuadere gli “autorevoli” media occidentali, che si affrettarono a far proprie le posizioni tenute da Mousavi e a prendere per oro colato i resoconti postati sui social network più in voga come Facebook e Twitter per esaltare la genuinità della sedicente “Onda verde” che stava mettendo a soqquadro alcune zone della capitale iraniana.

Forti interferenze esterne furono segnalate da Seymour Hersh, la più autorevole firma del giornalismo statunitense, il quale sottolineò il fatto che fin dal 2007 gli Stati Uniti di Geroge W. Bush avevano erogato fondi per addestrare gruppi di ribelli in Iran, e che il flusso del denaro non si era certo interrotto con l’insediamento di Barack Obama.

L’attività frenetica delle Organizzazioni Non Governative finalizzata a “promuovere la democrazia” rese poi ancor più evidenti gli interessi che si celavano dietro il tentativo di destabilizzazione dell’Iran.

Quello che era uno scontro tra fazioni dovuto principalmente a profonde divergenze di vedute sulla politica da tenere nei confronti del nucleare e degli Stati Uniti fu quindi presentato come una sommovimento popolare di cittadini che reclamavano democrazia e libertà.

Ma la realtà era ben diversa e nonostante gli enormi sforzi profusi tutto si scoprì essere una bufala; Ahmadinejad mantenne il proprio incarico di governo e i “manifestanti” rientrarono tra i propri ranghi.

Ciò che si evince dall’analisi del complesso contesto regionale in questione è che allo spazio concesso dal tritacarne mediatico alle sommosse che hanno agitato il Libano, l’Iran e la Siria fa da palese contraltare all’occultamento di cui sono stati oggetti i moti in Arabia Saudita e Bahrein, in cui le rivolte delle rispettive componenti sciite rischiavano di alterare i precari equilibri geopolitici e provocare pericolosi slittamenti filo iraniani che avrebbero minato i piani egemonici statunitensi ed israeliani.

Le rivoluzioni arabe hanno effettivamente posto in seria difficoltà il governo di Tel Aviv, che nell’arco di pochi mesi ha visto cadere un vicino e affidabile alleato come Hosni Mubarak, i potenti e agguerriti adepti di Hezbollah puntellare le proprie posizioni in Libano, Cina ed India avvicinarsi sempre più all’Iran e soprattutto la Turchia smarcarsi dal suo storico ruolo di bastione laicista, garante dell’atlantismo, per effettuare una drastica inversione di rotta rispetto al passato.

L’umiliazione pubblica di Shimon Peres ad opera di Recep Erdogan all’indomani dell’eccidio di Gaza del dicembre 2008 e la ferma condanna turca della condotta israeliana in relazione alla vicenda della Freedom Flotilla hanno preluso all’apertura di Ankara nei confronti di Teheran e dell’altro “paese canaglia”, proprio quella Siria entrata (eloquentemente) di recente nell’occhio del ciclone.

 


* Giacomo Gabellini è collaboratore di “Conflitti & Strategie”.

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