“The brutal aggression launched last night against Kuwait illustrates my central thesis: Notwithstanding the alteration in the Soviet threat, the world remains a dangerous place with serious threats to important U.S. interests wholly unrelated to the earlier patterns of the U.S.-Soviet relationship. These threats, as we’ve seen just in the last 24 hours, can arise suddenly, unpredictably, and from unexpected quarters. U.S. interests can be protected only with capability which is in existence and which is ready to act without delay. The events of the past day underscore also the vital need for a defense structure which not only preserves our security but provides the resources for supporting the legitimate self-defense needs of our friends and of our allies. This will be an enduring commitment as we continue with our force restructuring”.

George Bush, 2.08.1990, Aspen, Colorado

Con queste parole, a poche ore dall’invasione irachena del Kuwait, George Bush introduce le basi della nuova linea estera statunitense. La fine del Patto di Varsavia spinge gli Stati Uniti a ridefinire la propria posizione nell’ordine internazionale correggendo gli obiettivi del nuovo sistema mondiale. Nell’ottica dei suoi promotori, la strategia delineata individuerebbe l’emergere di nuove sfide nel tramonto della presunta minaccia sovietica. Infatti, la possibile anarchia del Terzo Mondo, resa più visibile nel rinnovato scenario internazionale, nasconderebbe gravi preoccupazioni. Pertanto, in virtù delle parole del Presidente, gli Stati Uniti, a partire da questo frangente storico, avrebbero il doveroso compito di modellare gli equilibri internazionali secondo la propria impostazione ideologica. Per raggiungere questo scopo, la manovra non esclude la violazione del principio di non interferenza negli affari interni dello stato: è la dottrina della global security.

Rivista più volte sotto differenti vesti, la manovra Bush rappresenta una costante della politica occidentale dalla Prima Guerra del Golfo ad oggi. In Kosovo, in Afghanistan, in Iraq ne abbiamo osservato i risvolti concreti. Una sua versione, rivista da NATO e Unione Europea, dirige oggi l’aggressione contro la Libia del Colonnello Mu’ammar al-Qadhdhāfī.

Lo Stato delle masse

Nel 1969, l’ascesa al potere del Movimento dei Liberi Ufficiali Unionisti, sancì il declino delle politiche strategiche occidentali in linea con le manovre del Presidente egiziano Gamāl ‘Abd al-Nāsir. Qadhdhāfī, leader del Movimento, assunse presto il titolo di “guida della rivoluzione”. Nei primi anni di governo creò nuove formule amministrative e, per limitare l’influenza dell’élite, diede vita ad un’organizzazione di massa, l’Unione Socialista Araba. Nel 1973, ai comitati popolari, eletti nei villaggi, nelle scuole e nelle organizzazioni, fu permesso di giocare un ruolo di rilievo nel governo locale e provinciale. Due anni più tardi, le loro attività trovarono espressione a livello nazionale nel Congresso Generale del Popolo. Questa struttura rappresentativa pose le basi per la jamahiriyyah, la “Repubblica delle masse”. Sebbene responsabile, in ultima analisi, davanti al Colonnello, la  nuova struttura burocratica includeva il Congresso, i comitati rivoluzionari e gli esponenti degli “uffici del popolo”. Sintesi tra partecipazione e controllo amministrativo, la formula  di Qadhdhāfī non aveva eguali in tutto il mondo arabo. La sua rappresentatività e le sue peculiarità lo qualificavano come una vera e propria autentica alternativa politica.

La manovra riformatrice del Colonnello venne accompagnata dall’attacco contro i privilegi economici, realizzato attraverso un programma di nazionalizzazione delle imprese private. Dopo aver dato vita a una grande impresa di ingegneria idraulica, che rispondesse al problema della siccità, elaborò un sistema finalizzato all’approvvigionamento del petrolio e del gas. In questo programma, Qadhdhāfī perseguì il suo progetto con una determinazione e una lungimiranza tale da guadagnare un ruolo di primo piano nella rispettabilità antimperialista.

L’aggressione al Colonnello

Negli ultimi anni, Qadhdhāfī era tornato nello scenario dell’onorabilità internazionale tanto da essere ricevuto con grandi onori dai governi di tutta Europa. Poi, è giunta la cosidetta “primavera araba”. E, quindi, la protesta del popolo libico.

Allo stato attuale, le manifestazioni anti-governative sembrano essere guidate, in parte, da fattori esterni i quali avrebbero approfittato del malcontento popolare allo scopo di soffocare l’autodeterminazione di un paese ricco di risorse preziose.

Per realizzare questo compito, la comunità internazionale ha redatto una fonte di legittimazione approvando la risoluzione ONU 1973, ratificata il 17  marzo del 2011. In questo modo, l’ONU ha autorizzato l’uso della forza militare allo scopo di proteggere i civili imponendo una no fly zone sui cieli libici. Ancora una volta, lo spirito alla base di questa operazione è riconducibile alla dottrina Bush. Oggi, mentre la NATO compie i suoi massacri indistintamente sui civili libici, le manifestazioni a favore di Qadhdhāfī si sono trasformate in azioni di resistenza che dipingono lo stesso come padre dell’antimperialismo e vittima del complotto NATO.

Dopo l’assassinio di Abdul Fatah Younis, comandante militare del Consiglio Nazionale di Transizione-CNT, sembrerebbe che la NATO, temendo un insuccesso della missione, abbia assunto in prima persona la direzione della rivolta attraverso l’uso di mercenari occidentali e ribelli islamisti. Il CNT, costituito da svariate componenti, è stato identificato come legittimo rappresentante del popolo libico in maniera del tutto discrezionale dalla comunità internazionale. Tuttavia, come esporrò in seguito, a queste condizioni, non sembra essere l’attore adatto a guidare la transizione in Libia.

Il Post-Qadhdhāfī visto dagli USA

Intanto, gli Stati Uniti preparano il loro post-Qadhdhāfī. Il Council of Foreign Relations[1] ha recentemente diffuso un documento, dal titolo Post-Qadhdhāfī Instability in Libya, che prospetta gli scenari possibili del futuro libico. Posto che il rapporto non ammette una continuità con il regime precedente, il think tank statunitense espone un insieme di opzioni che non sembra proiettare verso una transizione pacifica. All’interno vengono contemplate diverse possibilità: Qadhdhāfī potrebbe essere definitivamente estromesso, oppure, potrebbe giungere ad un accordo che permetta ad alcuni elementi del suo regime di partecipare al suo post o, infine, potrebbe negoziare un ruolo, più limitato, per sè o per i suoi figli. Il documento, analizzate le ipotesi, riferisce che, il persistere della presenza di  Qadhdhāfī, o dei membri della sua famiglia, potrebbe ridurre il rischio di instabilità del paese.

A tal proposito, lo studio si sofferma sulle fonti di precarietà politica che potrebbero presentarsi nel caso in cui la transizione estrometta completamente la figura del Colonnello: insurrezioni, saccheggi, guerre fratricide, criminalità diffusa. Tra queste, inoltre, non è esclusa la possibilità che i lealisti continuino la resistenza. Il documento, quindi, riconosce alle forze vicine a Qadhdhāfī un peso non indifferente. Altra questione, che fa discutere sulle posizioni attuali della NATO, è la credibilità del CNT. Lo stesso rapporto, infatti, menziona, tra gli elementi di instabilità, l’alta frammentazione interna al Consiglio, costuito da liberal-democratici, islamisti, berberi, emigrati e jihadisti.

Sulla base dell’esame del documento, l’intervento sotto l’egida NATO rappresenterebbe una possibilità per gestire il passaggio politico e per la ripresa delle esportazioni di petrolio e gas. Eppure, continua il rapporto, esistono diverse opzioni di successo. Una di queste potrebbe vedere una Libia non democratica raggiungere una condizione di stabilità. Tuttavia, la transizione potrebbe fallire producendo uno stato di confusione politica o conducendo all’instaurazione di regimi ostili all’interesse statunitense. Al riguardo, è valutata anche l’eventualità che i possibili rifugiati creino ulteriori disordini nei paesi limitrofi amplificando il clima di precarietà regionale.

Secondo quanto esposto, la tutela delle infrastrutture e delle risorse del paese, il problema delle armi e il mantenimento dell’ordine pubblico rappresentano dei doveri prioritari in tutte le possibili alternative transitorie. A tale scopo, nel documento è inclusa la possibile creazione di un governo ad interim, riconosciuto sul piano internazionale, o, ancora, un’operazione di peacekeeping. Tuttavia, qualora si presenti la necessità di soffocare un’insurrezione e prevenire possibili regimi dittatoriali, la comunità internazionale dovrebbe provvedere prendendo in esame anche l’ipotesi dell’intervento militare.  Infine, non è esclusa l’ipotesi della piena occupazione in caso di sfacelo dell’ordine pubblico e di conseguente crisi umanitaria.

In sintesi, la forma mentis delle recenti operazioni, si inserisce nel solco della global security. Il documento, infatti, non nega che il post-Qadhdhāfī possa comportare una situazione politica estremamente problematica. Il Colonnello, conquistando consensi di una buona parte della popolazione, che oggi porta avanti la resistenza contro l’occupazione NATO e inneggia a lui come ad un perseguitato delle politiche occidentali, rappresenta un elemento di stabilità per il paese. Lo stesso rapporto descrive un futuro scenario pieno di insidie e di precarietà politica, sociale ed economica. Non solo, ma ammette anche che il coinvolgimento del Colonnello nel futuro politico della Libia sia una delle poche possibilità in grado di attenuare questa fragilità. Infatti, la sua figura, in qualche modo, fornirebbe delle garanzie al popolo libico. Tanto è vero che il rapporto, nel momento in cui si spinge ad analizzare il riscontro di alternative di transizione che escludono la sua partecipazione, giunge a valutare l’ipotesi di interventi armati e di vere e proprie occupazioni Il CNT, dunque, rappresenterebbe solamente uno strumento formale per facilitare la presenza delle forze occidentali in Libia. Per tale ragione, si riconosce l’incapacità del Consiglio nel gestire la transizione attribuendo ruoli di rilievo alla comunità internazionale che, in caso di emergenza, si presenterebbe come necessaria. La situazione libica non sembra differire molto dall’attacco scatenato contro Saddām Husayn. Anche in questa occasione, infatti, si assistette ad una dura campagna demonizzatrice del raìs che intendeva giustificare l’aggressione contro la popolazione civile. L’allarme scatenato contro Saddām ricorda lo stesso copione libico. Anche le dinamiche di preparazione alla transizione non sembrano differire molto. Fonti recenti, infatti, riferiscono che la Casa Bianca abbia attivato il Libyan Information Exchange Mechanism (LIEM), un organismo simile all’Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance (ORHA) di Baghdad. Quest’ultimo istituto, di natura privata, venne istituito sotto la coordinazione del Pentagono e fu presto assorbito dall’Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA). A tal proposito lascia perplessi il fatto che, allo stato attuale, in Libia, si ignori la natura giuridica del CNT libico e del LIEM. Queste considerazioni dovrebbero indurci a vagliare le differenti sfaccettature delle operazioni, mascherate dalla targa diritti umani”, dove i presunti interventi umanitari sono stati responsabili di massacri e violenze. Per queste ragioni, il documento del think tank statunitense è prova del fatto che, a venti anni di distanza, lo spirito della tradizione Bush continua a forgiare la politica internazionale a difesa dello status quo dominante.


[1] Il Council on Foreign Relations-CFR è una think tank statunitense, è un’associazione privata che si occupa delle analisi della politica estera statunitense facendo da supporto al governo statunitense.

Laura Tocco è dottoranda presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari.

 

 


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