[Nella foto a destra: Ilan Pappe]

 

Il 23 settembre la Palestina ha chiesto il riconoscimento all’ONU, il quale sarà discusso presso l’Assemblea Generale. Nonostante sia probabile che la richiesta venga respinta, mediante un veto in Consiglio di sicurezza da parte degli Stati Uniti, la questione palestinese potrebbe riprendere risalto a livello internazionale. A questo proposito appare opportuno riconsiderare in primo luogo gli eventi storici che hanno determinato il conflitto israelo-palestinese e alcune sue conseguenze, ripercorrendo le interessanti novità storiografiche presentate in Israele negli ultimi decenni.

 

La memoria storica del 1948 è legata, a seconda delle diverse prospettive, a un immaginario collettivo diversificato. E’ il ricordo della Al-Nakba (catastrofe) per i palestinesi, mentre, dal punto di vista israeliano, rappresenta la commemorazione dell’indipendenza e del successo politico del sionismo. La risoluzione dell’ONU del novembre 1947, avente come obiettivo la divisione della Palestina in due Stati, ottenne una significativa maggioranza di voti favorevoli e, per motivi geopolitici, l’appoggio sia statunitense sia sovietico. I tredici voti contrari furono quelli dei paesi arabi e degli Stati a maggioranza musulmana, della Grecia, di Cuba e dell’India; in quest’ultimo paese erano ancora sentiti il messaggio di Gandhi e le sue intenzioni di promuovere l’azione in politica estera dell’India come guida per i popoli africani e asiatici oppressi dal colonialismo occidentale.

Le storiografie nazionaliste, israeliana, araba e palestinese hanno descritto fin dagli anni ‘50 in maniera parziale gli eventi legati alla nascita d’Israele e al susseguente conflitto arabo-israelo-palestinese. La lettura distorta della storia ha rappresentato per i diversi contendenti un potente mezzo politico, una sorta di giustificazione per le proprie azioni in politica interna ed estera. Per quanto riguarda la storiografia nazionalista israeliana, questa è stata spesso utilizzata come punto di riferimento per difendere le azioni militari di Tel Aviv da diversi gruppi politici europei e nordamericani; per quest’ultimo caso si possono ricordare in particolar modo i neoconservatori statunitensi (vedi la recente pubblicazione Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto).

Gli ultimi decenni, sono stati caratterizzati dalla messa in discussione delle storiografie nazionaliste di entrambi i campi, grazie soprattutto alla ricerca di giovani generazioni di storici, sia israeliani sia palestinesi, e all’apertura degli archivi di Tel Aviv.

Per quanto riguarda Israele, una giovane generazione di storici, autodefinitisi esponenti di una nuova corrente storiografica, è emersa a partire dagli anni ’80, generando un profondo e radicale revisionismo storiografico. Le ricerche di questi “nuovi storici” si sono concentrate sulle vicende alle origini dello Stato ebraico, riconsiderando in particolare il periodo del mandato britannico, il rapporto tra la Shoah e i fondatori d’Israele, la Diaspora ebraica, il socialismo nazionalista alle origini dello Stato, il conflitto del 1947-49 con i paesi arabi, unito al delicato problema dei profughi palestinesi, nonché i caratteri dei conflitti dal 1956 al 1982. L’obiettivo di questi studiosi, avvertendo la necessità di una ridefinizione dell’impianto interpretativo degli eventi alle origini dello Stato, era quello di porre in risalto il problema dell’insufficienza esplicativa offerto dalla storiografia nazionalista. Questa rivisitazione della storia nazionale ha provocato uno scontro generazionale tra gli esponenti della storiografia israeliana tradizionale e i “nuovi storici”, nonché uno strascico polemico, ancora oggi molto sentito, soprattutto a livello politico. In generale quasi tutto il panorama politico israeliano ha condannato le ricerche di questi storici, identificandole come un attacco allo Stato e al sionismo e descrivendole come anti-patriottiche e filo-palestinesi. Soprattutto la destra israeliana, nell’ultimo decennio costantemente al potere a Tel Aviv, ha preso di mira le tesi dei “nuovi storici”.

La nuova storiografia ha messo in forse quella che è stata definita come “civil religion israeliana”, ovvero il risultato di una profonda operazione di costruzione, iniziata nel 1948, e che aveva come obiettivo la santificazione degli eventi riguardanti la storia d’Israele a supporto della creazione della nazione e della legittimazione dello Stato. I principali esponenti della corrente della nuova storiografia, la maggior parte dei quali vivono all’estero, sono Benny Morris, Ilan Pappe, Avi Shlaim, Tom Seghev e Zeev Sternhell1.

Il confronto tra “nuova” e “vecchia” storiografia, data la particolarità dei temi trattati, si è presto dilatato al di fuori d’Israele, destando l’interesse di studiosi palestinesi, arabi e occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, in Francia e Gran Bretagna. I “nuovi storici” israeliani attraverso un’abbondante pubblicistica nata da indagini archivistiche approfondite, di recupero di testimonianze e di incrocio di testi, hanno avuto come obiettivo principale, considerando sia le vincende interne sia esterne dello Stato, la messa in discussione di simboli, miti, icone, luoghi e date israeliani per mostrare come essi siano il risultato di un’artificiale costruzione politica, contraddistinta dall’invenzione di una tradizione. Questa ricerca può essere dunque collegata ai risultati ottenuti dal filone storiografico sul nazionalismo, facendo riferimento per esempio a Hans-Ulrich Wehler ed Eric Hobsbawm, che considera le tradizioni delle nazioni caratterizzate da una natura artificiale e inventata per giustificare determinate politiche.

– Il 1948 secondo i “nuovi storici” israeliani

 

Per quanto riguarda la questione palestinese, il punto di partenza dell’analisi dei “nuovi storici” si riferisce agli eventi che hanno avuto luogo nel 1948. Morris, Pappe e Shlaim hanno attaccato la tradizionale interpretazione offerta dagli storici israeliani: l’idea del sionismo come movimento di rinascita nazionale aperto e animato dalle migliori intenzioni; la considerazione che lo Stato ebraico nacque circondanto da Stati militarmente più forti; l’interpretazione storica che descrive i sionisti ben disposti al compromesso, costantemente invece rifiutato dagli arabi, aiutati dai britannici e fautori dell’esodo palestinese. Queste sono essenzialmente le tesi della storiografia nazionalista israeliana. I “nuovi storici” ritengono che questa sia un’interpretazione del passato semplicistica e consapevolmente pro-israeliana che evita di approfondire deliberatamente tutto ciò che possa mettere lo Stato ebraico in cattiva luce. Shlaim con Collusion accross the Jordan: King Abdullah, the Zionist Movement, and the Partition of Palestine porta avanti la tesi secondo la quale l’obiettivo originario del movimento sionista era la creazione di uno Stato ebraico nella Palestina, affermando che l’accettazione della partizione fu solo una mossa tattica, non una rinuncia al sogno sionista; inoltre Shlaim, Pappe e Morris parlano di una tacita intesa col re di Transgiordania, Abdullah, il quale avrebbe occupato la parte orientale della Palestina (la West Bank o Cisgiordania), secondo la risoluzione dell’ONU riservata allo Stato palestinese, e permesso al solo yishuv di creare il proprio Stato nelle altre parti della regione. “Collusione” sancita da un incontro tra Golda Meier e Abdullah a Naharayim, sul Giordano, il 17 novembre 1947. Questo patto di non aggressione sarebbe stato stipulato anche grazie al consenso della Gran Bretagna, la quale nel febbraio 1948 era favorevole alla nascita dello Stato ebraico, nonostante si fossa astenuta, per motivi politici, durante la votazione per la risoluzione ONU del novembre 1947. Proprio su quest’ultimo punto la nuova storiografia israeliana si oppone alla versione tradizionale che presenta la Gran Bretagna come ostacolo alla nascita d’Israele. Un secondo aspetto da sottolineare è che secondo i “nuovi storici”, contrariamente a quanto sostenuto dalla storiografia nazionalista, l’invasione della Palestina orientale da parte di Abdullah aveva chiaramente lo scopo di annettere territorio al suo regno, a spese dei palestinesi, e non quello di distruggere lo Stato ebraico. La partizione dunque non sarebbe dovuta avvenire tra Palestina e Israele, ma tra quest’ultimo e il futuro regno giordano. Shlaim, come Ilan Pappe sostiene nell’opera Britain and the Arab-Israeli conflict, 1948-51, sottolinea, inoltre, che l’obiettivo degli stati arabi non era necessariamente quello di distruggere Israele: i due storici ritengono, infatti, che gli eserciti arabi intendevano “azzoppare lo Stato ebraico”, ma furono indotti all’invasione più dal desiderio di ostacolare l’espansionismo di Abdullah che da quello di eliminare Israele.

Secondo Morris e Pappe, i toni bellicosi dei governanti arabi avrebbero in realtà nascosto dubbi, fratture e dissensi all’interno dello schieramento degli Stati arabi. Morris ritiene che, nonostante fosse evidente l’impreparazione degli eserciti, i capi arabi non disponevano di alternative alla guerra perché avevano oramai fin troppo utilizzato la retorica anti-ebraica; le diverse opinioni pubbliche arabe non avrebbero accettato una mancata azione in difesa dei palestinesi. Secondo Pappe, i politici arabi cercarono di posticipare una decisione d’intervento militare, volendo evitare l’invasione d’Israele. Le pressioni dell’opinione pubblica nei paesi arabi, in seguito alle vittorie ebraiche durante la guerra civile scoppiata subito dopo che fu reso noto il risultato delle votazioni del novembre 1947, furono però sempre più forti e causarono l’invasione d’Israele da parte degli stati arabi in seguito alla dichiarazione d’indipendenza israeliana del 1948; attenti, come visto, anche ai progetti espansionistici di Amman. La guerra non scoppiò dunque improvvisamente nel maggio del 1948, dopo la proclamazione d’indipendenza israeliana, ma iniziò ben prima.

Per quanto riguarda il mito del “Davide contro Golia”, Shlaim, Pappe e Morris affermano che i reali rapporti di forza erano diversi: l’yishuv pre-1948 era molto meglio organizzato sia dal punto di vista amministrativo sia dal punto di vista bellico; un’organizzazione che i paesi Arabi non erano riusciti a raggiungere. Il successo israeliano nel 1948 fu garantito, secondo i “nuovi storici”, da una leadership ebraica determinata e dall’azione di importanti istituzioni politiche e militari, costituite dall’yishuv durante gli anni ’30, come l’Agenzia Ebraica e l’Haganah. Morris e Pappe sostengono che i dirigenti sionisti erano pronti ad affrontare i palestinesi con nuove infrastrutture, una forza militare unificata e un chiaro orientamento politico. Secondo Morris la prima fase della guerra civile vide un netto vantaggio di forza da parte degli ebrei perché si scontrarono due differenti tipi di società: da una parte vi era un ambiente molto motivato, con un alto livello d’istruzione, ben organizzato e semindustriale; dall’altro una società arretrata, poco istruita, nonché tipicamente contadina. Per l’abitante medio del villaggio arabo, l’indipendenza palestinese era un concetto vago e astratto; la sua realtà era la famiglia, il clan, il villaggio e, qualche volta, la regione di appartenenza. La società palestinese era fragile anche a causa delle gravi rivalità politiche tra i clan familiari delle città in competizione tra loro. La ribellione araba del 1936-39, inoltre, aveva apportato delle conseguenze negative a livello politico e militare. Per Pappe i capi palestinesi fallirono nel momento più importante della storia della loro regione. L’organizzazione politica frammentaria, le interferenze dei paesi arabi vicini, una società rurale disinteressata alle prospettive nazionalistiche e l’incapacità di costruire un apparato militare adeguato rappresentarono i motivi del fallimento palestinese del 1948. Un altro aspetto della condizione di vantaggio degli ebrei rispetto agli arabi è dato dal fatto che in quel momento non vi era, secondo Morris, un movimento più motivato e convinto delle proprie ragioni come quello sionista. La Shoah era terminata da pochi anni e nei tardi anni ’40 l’yishuv era una comunità politicamente cosciente, pugnace, organizzata e con una grande volontà di riscatto in seguito ai tragici eventi avvenuti durante la Seconda guerra mondiale. Aveva già delle infrastrutture importanti, un quasi-governo (l’Agenzia ebraica), un ministero degli esteri, un sistema scolastico ben funzionante, un sistema fiscale efficiente, un potente sindacato (la Histadrut) e un’élite desiderosa di dedicarsi alla propria nazione con molti elementi ben preparati nella diplomazia, nell’economia e nella difesa.

Benny Morris e Ilan Pappe hanno analizzato, inoltre, uno degli effetti più drammatici della questione palestinese, il problema dei rifugiati, mettendo in luce le reali responsabilità israeliane. Dal 1948 due versioni contrapposte hanno dominato il dibattito storico sui profughi palestinesi. Per gli arabi sono responsabili gli ebrei perché avrebbero effettuato una premeditata operazione di espulsione seguendo un “piano” prestabilito molto prima della guerra. L’interpretazione israeliana del problema giudica invece responsabili i capi arabi locali, che avrebbero ordinato agli abitanti palestinesi dei territori controllati dagli ebrei di lasciare le loro case per mettere in difficoltà il nascente Stato ebraico, giustificare la successiva invasione araba e preparare il terreno all’invasione delle forze militari arabe. La questione, secondo Morris, è un risultato della guerra, un effetto delle operazioni militari che causarono l’esodo di un gran numero di persone; non ritiene quindi, come sostiene al contrario la “vecchia storiografia”, che il problema nasca da un suggerimento o da un ordine dei politici arabi; come non sostiene, tesi della storiografia palestinese e di Ilan Pappe, che l’yishuv avesse un piano prestabilito per la cacciata dei palestinesi. L’opinione di Benny Morris è che la prima guerra arabo-israeliana venne sferrata dagli arabi palestinesi, i quali, respinta la risoluzione della Nazioni Unite cercarono di impedire con la forza la nascita dello Stato d’Israele. Morris ha ricordato, inoltre, l’esistenza all’interno della leadership sionista di un’ipotesi di “trasferimento” della popolazione araba. Questa ipotesi, delineatasi in seguito allo scoppio del conflitto, avrebbe previsto lo spostamento degli arabi dalla Palestina con l’obiettivo di trasformare una terra popolata da arabi in uno Stato con una maggioranza assoluta ebraica. Tuttavia per Morris, prima della guerra non esistevano piani sionisti per l’espulsione dei palestinesi. Secondo lo storico, l’esodo forzato dei palestinesi è stato determinato da una pluralità di fattori e di situazioni che comunque non assolvono i dirigenti israeliani. Per quanto riguarda questo aspetto Pappe e Morris non sono concordi. Pappe ha, infatti, sottolineato come uno degli obiettivi primari del neonato Stato ebraico fosse l’intenzionale cacciata degli arabi da Israele, arrivando alla conclusione che Tel Aviv abbia messo in atto una vera e propria pulizia etnica. Secondo lo storico, a partire dal marzo 1948, la campagna militare israeliana, aveva come fine ultimo quello di espellere dal futuro Stato ebraico il maggior numero possibile di palestinesi. I soldati avrebbero agito in base a un atteggiamento diffuso nell’élite israeliana, motivati dalle affermazioni dei dirigenti dell’yishuv relative alla necessità di “ripulire” il paese. I lavori di Morris e Pappe, nonostante alcune differenze sulla questione dei profughi palestinesi, hanno dunque generato una riscrittura dell’interpretazione israeliana dell’esodo, accogliendo, specialmente nel caso di Pappe, le tesi classiche, anch’esse codificate, della storiografia palestinese. In particolar modo vanno ricordate le posizioni dello storico palestinese Walid Khalidi, il quale ha sostenuto, in un saggio intitolato Plan Dalet: Master Plan for the Conquest of Palestine, la reale esistenza di un Piano – il Piano Dalet – per la conquista ebraica della Palestina e l’espulsione della popolazione araba. Sia Morris che Pappe hanno comunque messo in discussione il mito fondativo israeliano più importante: il credo dell’ assoluta bontà e giustizia delle azioni israeliane durante il conflitto.

– I “nuovi storici” e la storiografia palestinese

 

L’intervento di storici e studiosi palestinesi all’interno del dibattito aperto dalla nuova storiografia non si è limitato a una considerazione critica dei risultati ottenuti dai “nuovi storici”. La nuova storiografia, infatti, secondo Pappe, ha utilizzato una metodologia di ricerca differente e, facendo proprie diverse interpretazioni storiografiche, ha accolto con maggiore favore anche le versioni palestinesi. Un altro aspetto da considerare può essere legato a una differente visuale del conflitto, identificato come lotta tra colonizzatori (Israele) e colonizzati (Palestinesi); una prospettiva che, oltre a considerare i collegamenti tra sionismo e colonialismo, si riferisce alla “colonizzazione della storia”, dal momento che un filone storiografico, quello palestinese, è rimasto per anni inascoltato, escludendo, di fatto, i palestinesi dalla storia della Palestina. Questo diverso approccio ha garantito una proficua collaborazione tra storici israeliani e palestinesi, esperienza intrapresa dallo stesso Pappe. Un particolare tipo di ricerca è riscontrabile, infatti, nel volume Parlare con il nemico: narrazioni palestinesi e israeliane a confronto pubblicato dallo storico israeliano in collaborazione con il sociologo palestinese Jamil Hilal nel 2004.

Questo fenomeno, ancora in corso nelle società israeliana e palestinese, senza necessariamente impegnarsi in favore o meno di una particolare posizione dei singoli studiosi, ha portato ad arricchire senza dubbio la ricerca storica. Un significativo contributo di questa nuova corrente storiografica è stato quello di abbandonare i miti fondativi dello Stato ebraico e le interpretazioni nazionalistiche del conflitto israelo-palestinese, sia di parte araba che israeliana, per una ricostruzione maggiormente obiettiva del periodo 1947-1949. Un aspetto negativo dell’intera vicenda è dato dal modo in cui sono stati accolti nello Stato ebraico i lavori dei “nuovi storici”, in particolar modo di Pappe, costretto ad abbandonare il proprio paese per il boicottaggio di cui è stato vittima. In realtà, il revisionismo storiografico, oltre ad essere una componente naturale ed essenziale del discorso storico, se naturalmente basato da una ricca documentazione e da fonti affidabili, potrebbe generare, come nell’esempio fornito da Pappe, una buona occasione di avvicinamento tra popoli in guerra. Prima nel campo storiografico, in seguito a livello politico e nella società. L’intera vicenda di Pappe e i recenti eventi in Vicino Oriente dimostrano, al contrario, come la questione israelo-palestinese stia prendendo una direzione ancora una volta negativa.

 

*Francesco Brunello Zanitti, Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro Progetti di egemonia (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011). In “Eurasia” ha pubblicato Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto (nr. 3/2010, pp. 109-121).

 

1 Il dibattito iniziò durante gli anni ’80 con l’uscita delle prime opere di questi storici. Nel 1986 Seghev pubblicò 1949, The First Israelis seguita due anni dopo dal volume di Morris The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949 (un’edizione aggiornata è apparsa in Italia nel 2005 con il titolo Esilio: Israele e l’esodo palestinese, 1947-1949). Pappe presentò, sempre nel 1988, Britain and the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951 e Shlaim nello stesso anno Collusion Across the Jordan. King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine. Nel 1990 Morris pubblicò 1948 and After. Israel and the Palestinian (uscito in Italia nel 2004). Nel 1992 Pappe presentò il volume The making of the Arab-Israeli Conflict, 1947-1951. Il 1999 fu l’anno di due opere: Righteous Victims di Morris (apparso in Italia nel 2001 con il titolo di Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001) e The Iron Wall: Israel and the Arab World di Shlaim (in Italia nel 2003). Nel 2006 Pappe ha presentato The Ethnic Cleasing of Palestine (uscito in Italia nel 2008), mentre Tom Seghev nel 1991 con il libro Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele (uscito in Italia nel 2001) ha analizzato, invece, un altro tema: le conseguenze apportate dalla Shoah nella costruzione dello Stato ebraico. Sternhell, infine, nel 1995 ha presentato un’opera che si sofferma su un’altra questione, quella relativa al socialismo nazionale alle origini dello Stato d’Israele: il volume che presenta questo argomento è Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni.

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