Fonte: Fohla de S. Paulo 26 novembre 2009

Nello spazio di due settimane, il Brasile ha ricevuto la visita dei presidenti di Israele, dell’Autorità palestinese e dell’Iran. La presenza di tre attori chiave del conflitto che da anni imperversa nel Medio Oriente non è casuale.

I tre uomini di governo – ciascuno a proprio modo – vedono nella diplomazia brasiliana, in particolare nel presidente Lula, una possibilità, attraverso il dialogo, per una soluzione negoziata di un conflitto che oltrepassa una dimensione puramente regionale. E che minaccia la pace mondiale.

Questa è anche la percezione di molti leader mondiali.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nei suoi colloqui con Lula e nella lettera che recentemente gli ha inviato, insiste sul ruolo che il Brasile può avere nella ricerca di una soluzione pacifica in Medio Oriente, includendovi in tal modo anche i suoi colloqui con il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad.

Tale visione non è compresa da chi difende una politica estera minimalista, per non dire servile; secondo tale politica estera, solo le grandi potenze dovrebbero occuparsi dei temi chiave, lasciando agli altri paesi quelli meno importanti.

Questioni come queste non potrebbero essere trattate da “cani randagi” come ha scritto Nelson Rodrigues analizzando il comportamento di certi brasiliani, vittime del complesso di inferiorità.

Quando il governo organizzò, nel 2005, il vertice América do Sul-Países Árabes, udimmo le stesse voci. Perché questo incontro? Avevano criticato nel 2003,  il viaggio di Lula in Medio Oriente, compreso quello in Libia. Le critiche ci furono anche quando Tony Blair [ex primo ministro britannico], José María Aznar [ex primo ministro spagnolo] e Silvio Berlusconi [primo ministro italiano] si recarono alcune settimane dopo a Tripoli.

Durante la crisi nella Striscia di Gaza all’inizio di quest’anno, il presidente Lula decise che il ministro degli Esteri Celso Amorim visitasse il Medio Oriente per incontrare i capi politici della regione, con lo scopo di trovare alternative. Alcuni hanno cercato di ridicolizzare la missione, caratterizzandola come una forma di megalomania. Nella regione l’impasse continua, il suo potenziale è esplosivo,la pertinenza delle nostre proposte hanno mostrato la saggezza di quella iniziativa.

Per il presidente Lula c’era  (e c’è) la necessità di “portare nuova aria” nei negoziati in Medio Oriente. L’inclusione di nuovi interlocutori potrebbe dare una comprensione cui è mancata  la credibilità

Altri paesi, come il Sud Africa, l’India e il Brasile, per citarne solo tre che non sono in possesso di seggi permanenti nel Consiglio di sicurezza, possono contribuire a realizzare ciò che finora gli interlocutori di sempre, da soli, non sono riusciti a cionseguire.

Il Brasile ha posizioni chiare. Sostiene l’esistenza di due stati, di Israele e dell’Autorità palestinese, , basata sui confini del 1967. Essa coincide con quella di Shimon Peres [presidente di Israele] e di Mahmoud Abbas [presidente dell’Autorità nazionale palestinese] sulla necessità dello scambio dei territori in cambio della di pace.

La nostra diplomazia è convinta che la stragrande maggioranza delle popolazioni colpite dal conflitto, ebrei e palestinesi, anela alla pace. Il Brasile condanna tutti coloro che si oppongono l’esistenza dello Stato di Israele. Respinge ogni forma di terrorismo. Chiede a Tel Aviv di sospendere nuovi insediamenti e la costruzione nei territori occupati e di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Metaforicamente, il Presidente Lula ha citato la coesistenza tra arabi ed ebrei nel nostro paese come un modello da seguire in tutto il mondo.

Chi governa un paese come il Brasile, o chi lo vuole governare, sa, o ragionevolmente dovrebbe sapere, che le questioni di politica estera, soprattutto quando si tratta di grandi problemi, come la pace nel mondo, non possono essere oggetto di opportunismo elettorale.

Il dialogo che il governo brasiliano ha avuto con le comunità arabe e israeliane, nel nostro paese e in America Latina, è trasparente e non lascia alcun dubbio sulle nostre posizioni, anche su questioni di carattere storico- come l’olocausto – come anche su quelle più recenti, altrettanto dolorose.

Questa trasparenza cristallina si differenzia dalle acque torbide di quei pescatori che lanciano le loro esche. Più per attrarre incauti elettori che per offrire valide alternative.

Marco Aurelio Garcia è consigliere speciale per la politica estera del presidente Lula.


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