Sono passati 37 anni dal momento in cui, per la prima volta, venne rivendicato il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese nel più grande consesso internazionale. Da allora ad oggi, l’annosa questione ha attraversato numerose trattative senza mai giungere alla costituzione dello stato palestinese né all’approvazione del tanto agognato diritto al ritorno. Il travagliato processo di pace dimostra oggi il suo insuccesso: per la terza volta, il leader palestinese si presenta all’ONU per chiedere il riconoscimento ufficiale dello stato palestinese.

 

Sogni e speranze all’ONU

Era il 13 novembre del 1974, quando, Yāsir ʿArafāt, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, portò l’emergenza palestinese sotto i riflettori del palcoscenico internazionale. Un ʿArafāt appassionato e pungente incriminava i soprusi israeliani compiuti contro il suo popolo e annunciava l’emergenza dello stato palestinese. La Risoluzione che aveva permesso l’invito del leader palestinese era stata approvata a larga maggioranza, con 82 voti a favore, 4 contrari e 20 astenuti. “Sono venuto con un ramoscello d’olivo in una mano e un fucile da combattente nell’altra: non lasciate cadere il ramoscello d’olivo”, furono le celebri parole che inaugurarono l’orazione del leader. Una parte del mondo di allora si alzò in piedi per accoglierlo in un clima di applausi e ovazioni. In realtà, il precedente vertice arabo di Rabat, dell’ottobre del 1974, aveva già sancito il diritto del popolo palestinese ad un’autorità indipendente. Al discorso di quell’anno, seguirono non pochi successi diplomatici per il rappresentante del popolo palestinese. L’OLP venne presto riconosciuta come osservatore presso l’Assemblea Generale e ottenne il titolo di rappresentante legittimo del popolo palestinese all’interno della Lega Araba. Nel 1975, l’ONU approvò la Risoluzione 3.379 che qualificava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale[1]. L’anno successivo, la Palestina venne ammessa alla discussione sul Medio Oriente in seno al Consiglio di Sicurezza. A quei tempi, l’inflessibile raìs sembrava molto meno disposto al compromesso. Tuttavia, ottenne un protagonismo non indifferente. Sebbene le risoluzioni dell’Assemblea non abbiano efficacia vincolante, allora ebbero una forza morale che promosse la causa palestinese agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

 

Eppure, l’eredità di quegli sforzi diplomatici venne cancellata in breve tempo. I primi anni Ottanta furono la premessa di una nuova tragedia: nel 1982 Israele scatenò l’operazione “Pace in Galilea” contro il Libano. Nel corso dell’occupazione di Beirut, l’allora Ministro alla Difesa, Ariel Sharon, invitò la milizia falangista, legata alla nota famiglia libanese Gemayel, a sferrare l’attacco contro i campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Fu una carneficina: rastrellamenti, stupri, mutilazioni, massacri, torture e umiliazioni. La strage fu compiuta indisturbatamente dal 15 settembre al 18 settembre del 1982. Novecento persone furono trucidate. Senza pietà.

 

Gli equilibri si fecero sempre più precari. Nel 1987 scoppiò la prima rivolta popolare spontanea dei palestinesi contro l’occupazione israeliana. Le tensioni si riaccesero e fu proprio in questa circostanza che il XIX Consiglio Nazionale Palestinese-CNP approvò, nel novembre del 1988, ad Algeri, la Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Palestina con capitale a Gerusalemme. Nel dicembre dello stesso anno, ʿArafāt tornò a parlare all’Assemblea Generale convocata, questa volta, a Ginevra, a causa del rifiuto, da parte degli Stati Uniti, di concedere il visto al leader palestinese. ʿArafāt lesse le decisioni del Consiglio all’Assemblea ribadendo che la risoluzione del conflitto sarebbe passata attraverso  la creazione di uno stato palestinese sui Territori Occupati. In questo modo, come aveva già fatto in precedenza il CNP, il leader dell’OLP riconosceva l’ammissibilità della risoluzione 242 e, quindi, ammetteva il ritiro dai soli Territori Occupati dal 1967. L’OLP aveva ufficialmente accettato queste posizioni rinunciando alla metà delle proprie terre. Il compromesso di ʿArafāt fu apprezzato dalla comunità internazionale tanto da ricevere diversi inviti ufficiali, tra cui, quello più celebre, del Presidente francese, François Mitterrand. Il 1988 era parso un anno favorevole all’azione diplomatica. Nonostante la svolta egiziana, ancora molti paesi arabi dimostravano il proprio sostegno alla causa attraverso pubbliche dimostrazioni. I successi dell’Intifada e le precarie condizioni dei governi di unità nazionale israeliani fecero pensare si stesse profilando, per una seconda volta, la possibilità di dare ascolto alla causa dell’OLP.

 

L’illusione di Oslo

 

Ancora una volta, l’azione diplomatica entrò in crisi. L’arrivo degli ebrei sovietici compromise maggiormente la condizione dei palestinesi. La Guerra del Golfo fece altrettanto. Si arrivò a nuovi negoziati nei primi anni Novanta, in un primo tempo, a Madrid e, poi, in Norvegia.

Il processo di Oslo venne salutato come un accordo di pace siglato tra le due parti. Questa fu la ragione per la quale, nel 1993, il mondo intero assistette alla stretta di mano tra  ʿArafāt e Yatzhak Rabin alla Casa Bianca con occhi quasi commossi. Da un lato, è facile comprendere quanto questo incontro, giunto mediaticamente dentro le case di tutti i cittadini del mondo, abbia suscitato emozione. D’altra parte, quell’evento, così propagato, non trasmetteva il reale significato della sua consistenza. Per tale ragione, è bene domandarsi quale fosse il vero contenuto della Dichiarazione dei Principi firmata a Oslo. Questa, infatti, non soddisfava le componenti in gioco, né le secolari richieste del popolo palestinese, piuttosto stabiliva l’orientamento che avrebbe dovuto guidare le future trattative[2]. Nello specifico, il documento contemplava la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese-ANP alla quale sarebbe stata affidata la giurisdizione sull’istruzione, cultura, salute, stato sociale e ordine pubblico. Israele avrebbe continuato a detenere la potestà sui coloni, sull’apparato militare, sulla difesa e sulla politica estera dei Territori Occupati. Inoltre, la Dichiarazione rinviava a ulteriori accordi i dettagli sul ritiro delle forze israeliane e le modalità di svolgimento delle elezioni dell’ANP. Infine, future negoziazioni avrebbero discusso il diritto al ritorno, la questione di Gerusalemme Est, il problema degli insediamenti, il controllo delle frontiere, la gestione delle risorse acquifere e la creazione dello stato palestinese entro cinque anni.

Polemiche a parte, la Dichiarazione non sanciva la pace, piuttosto stabiliva le direttive che il percorso successivo avrebbe dovuto attraversare allo scopo di raggiungere la pace. In questo atto, tuttavia, ʿArafāt rinviò una delle questioni più dolorose, quale il diritto al ritorno, ad un futuro ed eventuale accordo che, ad oggi, non è mai stato siglato. Stessa sorte è toccata alla dolente questione di Gerusalemme Est e alla costruzione dell’entità statuale. Come è noto, infatti, l’ANP, priva di sovranità sul territorio e sul suo popolo, non si è mai configurata come uno stato.

Allo stesso tempo, mentre Israele otteneva il riconocimento legittimo da parte dell’OLP, Oslo sanciva la fine dell’Intifada. In cambio, l’OLP non ha mai ottenuto uno stato, Tel Aviv l’ha riconosciuto come legittimo rappresentante del popolo palestinese, ma non ha mai ammesso la legalità di un eventuale stato arabo. Lo definì molto bene Edward Saïd il quale intravide, nel processo di pace del 1993, uno strumento giuridico che avrebbe consentito ad Israele di sostituire il suo dominio diretto con una forma di controllo indiretta sui Territori Occupati. In effetti, la costituzione dell’ANP ha permesso ad Israele di affrancarsi dai suoi doveri di potenza occupante, sanciti da tutte le convenzioni internazionali.

 

Il discorso di Abū Māzen

 

Il fallimento del decantato processo di pace, ad anni di distanza dal suo inizio, mostra chiaramente le sue storture. La teoria dei “due popoli, due stati”, a cui si ispirava Oslo, non è mai giunta al suo compimento. Per la terza volta, la questione palestinese è tornata al centro dell’arena internazionale. Il 23 settembre scorso, il leader palestinese Abū Māzen, ha presentato una richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese sulla base della storica Dichiarazione del suo predecessore.

La mossa del leader palestinese si inserisce in un intricato quadro di avvenimenti. Da un lato, la rilevanza di Israele, sempre più offuscato dal protagonismo turco e dagli eventi dello scenario regionale, retrocede in secondo piano. D’altra parte, gli Stati Uniti portano con sè l’eredità del discorso del 2009 a Il Cairo di Barak Obama il quale, denunciando le sofferenze dei palestinesi, si pronunciò a favore di uno stato indipendente. Per tali ragioni, il discorso del presidente statunitense lasciò lasciato spazio a grandi aspettative da parte palestinese.

In secondo luogo, i diciotto anni di negoziazioni hanno amplificato lo squilibrio nelle relazioni tra Israele e ANP rimarcando la componente debole e quella forte. L’iniziativa di  Abū Māzen, pertanto, sembra intenda correggere questa sproporzione condizionando la consapevolezza della comunità internazionale e ponendo il problema direttamente davanti alla coscienza mondiale.

Tuttavia, la comunità ebraica dimostra di avere un peso notevole anche in tale sede: gli Stati Uniti hanno già annunciato che ricorrano all’esercizio del veto all’interno del Consiglio di Sicurezza. Il presidente Obama, tradendo il celebre discorso del 2009, ha ammesso la possibilità dello stato palestinese ribadendo che questa si sarebbe concretizzata solamente attraverso Israele. È una formula che, nella torturata strada del processo di pace, si è affermata più volte, vale a dire, un negoziato che, fin dal principio, è succube delle rigide condizioni israeliane. In sintesi, le trattative che sono state perseguite e che continuano a profilarsi sono quelle secondo clausole israeliane: sì allo stato, ma con confini, acqua, insediamenti, politica estera, difesa e Gerusalemme nelle mani di Tel Aviv.

 

Le parole del leader palestinese all’ONU hanno rievocato la catastrofe del 1948, la Naqba, e la pesante impresa coloniale di Israele. Dopo aver condannato l’embargo contro Gaza e aver ricordato la tragica operazione Piombo Fuso contro la Striscia, Abū Māzen ha denunciato la persistente occupazione degli insediamenti israeliani, politica che rappresenta un ostacolo a qualunque manovra di pace. Sebbene meno carismatico del suo precursore, il discorso di Abū Māzen si inseriva nello stesso indirizzo dei precedenti. Ile sue parole, infatti, sono riconducibili alla tesi dei due stati sulla base dei confini del ’67. Tuttavia, ad oggi, tale politica non ha avuto riscontri concreti. Alla luce di ciò, il discorso del leader è parso, secondo alcuni, come una richiesta di elemosina ad un organo che conosce, fin dal suo inizio, il verdetto. Scardinare lo status quo significherebbe incidere su un meccanismo di interessi schiavi di Tel Aviv che impediscono di condannarne i soprusi.

Fin dalla sua nascita, infatti, Israele si è legittimata sul piano militare. E, ancora, oggi le violazioni dei diritti dei palestinesi rientrano nell’ambito di una violenza pianificata e organizzata sistematicamente dalla razionalità dello Stato. Ciò significa che stragi e soprusi vengono stabiliti con “ragionevolezza” a tavolino. Questo aspetto, oltre ad essere il più agghiacciante, è anche ciò che rende Israele inattacabile in quanto questo opera  nell’ambito della sua “legalità”. Alla luce di queste considerazioni, il peso del discorso di Abū Māzen non sembra essere significativo. Certamente, le sue parole potrebbero aver scosso la coscienza dell’opinione pubblica. Tuttavia, sebbene anche questo aspetto sia rilevante, la congiuntura prospetta un futuro più incerto che mai. Rimangono profonde perplessità su quanto le parole di Abū Māzen siano capaci di recidere i legami storici e di sovvertire l’ordine decennale costituitosi intorno allo scacchiere geopolitico della sofferente terra di Palestina.

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