Il 29 giugno del 2009 un colpo di Stato eseguito dai militari costringeva all’esilio il Presidente eletto dell’Honduras, Manuel Zelaya, istaurandovi un temporaneo regime militare retto dall’oligarca Roberto Micheletti.

Zelaya era accusato dai suoi avversari di vari delitti, tra i quali abuso di potere e tradimento alla patria, per avere convocato una consulta referendaria non vincolante tramite la quale si chiedeva al popolo honduregno di decidere, congiuntamente alle elezioni Presidenziali del novembre 2009, se convocare un’Assemblea Costituente per rifondare lo Stato honduregno, ancora fermo alla Costituzione dell’ultima dittatura militare.

Zelaya con questa iniziativa personalistica (la chiamata popolare era stata respinta dal Parlamento) aveva toccato le sensibili corde dell’oligarchia latifondista e militare che da sempre ha retto il Paese e che, nonostante la facciata democratica, continua a essere pesantemente infiltrata nelle istituzioni civili e giudicanti, come ad esempio la stessa Corte Suprema che ordinò l’arresto di Zelaya.

I sostenitori del golpe si trincerano dietro la difesa della Costituzione e della legalità per giustificare l’allontanamento forzato di Zelaya dal potere, ma basta ricordare i fatti per notare come la difesa della legalità costituzionale abbia ben poco a che fare con quello che è accaduto in Honduras nell’ultimo anno e come i reali motivi che hanno mosso gli eventi siano da ricercare piuttosto nella lotta tra chi difende l’attuale struttura statuale honduregna e chi vuole rompere del tutto i legami con lo Stato coloniale.

Le violazioni all’ordine Costituzionale

Innanzitutto Zelaya venne arrestato dalle forze armate, mentre la Costituzione dell’Honduras prevede che siano le forze della polizia, e non i militari, a eseguire gli arresti (art.293), così come prevede che i detenuti siano portati in centri di detenzioni legali espressamente riconosciuti dalla legge (art.85), cosa che non avvenne visto che Zelaya fu espatriato con la forza in Costa Rica e cosa che, tra l’altro, rappresenta un ulteriore violazione della Costituzione da parte dei suoi supposti difensori, visto che l’art.102 vieta che gli honduregni possano essere espatriati.

Inoltre le elezioni celebrate dal regime a novembre, e che hanno portato al governo Porfirio Lobo, non sono state riconosciute nè dalle Nazioni Unite nè dall’Organizzazione degli Stati Americani, oltre che dagli honduregni stessi, visto che l’affluenza fu al di sotto del 40%.

Il nuovo governo dell’Honduras non è riconosciuto da quasi la totalità dei Paesi indiolatini, a parte Colombia e Perù (non a caso alleati degli Stati Uniti nella regione) che lo ritengono pienamente democratico e costituzionale, ed è stato espulso anche da organismi di integrazione regionale quali l’ALBA, il Sistema di Integrazione Centro Americano (SICA) e il MERCOSUR.

Gli interessi in gioco dietro il golpe

Secondo la maggiore esperta in temi militari dell’Honduras, l’investigatrice dell’Università Nazionale Beatrice Salomón, il golpe “fu pianificato da un gruppo imprenditoriale guidato da Carlos Roberto Focussè, ex Presidente dell’Honduras (1988-2002) e propietario del giornale “La Tribuna”, che assieme a “La Prensa”, “El Heraldo” , i canali Tv 1,2,3,5 e 9, furono i pilastri del golpe”.

Il gruppo al quale si riferisce la Salomón si completa con Jaime Rosenthal e Gilberto Goldstein, dirigenti del Grupo Continental, colosso che monopolizza il sistema bancario honduregno, l’industria agroalimentare e mezzi di comunicazione come “El Tiempo” e “Canal 11”. Il resto delle famiglie che appoggiarono il golpe contro Zelaya sono quelle che storicamente controllano il 90% dell’economia honduregna, ovvero José Rafael Ferrari, Juan Canahuati, il finanziere Camilo Atala, il magnate del legno José Lamas, l’imprenditore dell’energia Fredy Násser, Jacobo Kattán, l’industriale dello zucchero Guillermo Lippman e il costruttore Rafael Flores.

Un personaggio fondamentale del golpe fu il magnate Miguel Focussè, che nel 1992 appoggiò l’acquisto di terra ai contadini a meno del 10% del valore reale e che oggi monopolizza il commercio della palma da olio.

Tutti costoro furono motivati a organizzare il golpe per difendere la Costituzione ereditata dall’ultima dittatura militare, che garantisce ampi privilegi alla oligarchia latifondista del Paese nonchè alla cupola militare, chiudendo ad esempio alla radice ogni possibile indagine sui crimini compiuti dall’ultima dittatura e sulla ricerca delle migliaia di desaparecidos di cui ancora non si hanno notizie.

Situazione interna

Nonostante le elezioni di novembre e la istituzione di un governo formalmente eletto dal popolo, la situazione in Honduras è ancora drammatica, come denunciano le organizzazioni nazionali e internazionali in difesa dei diritti umani e come denunciato dai manifestanti ancora fedeli al Presidente Zelaya, secondo cui Lobo applica politiche in perfetta continuità con quelle del regime nato dopo il golpe.

La corrispondente di TeleSur a Tegucigalpa (l’ambasciata brasiliana in Honduras che ha ospitato l’ex Presidente Zelaya), Regina Osorio, informa che le repressioni e gli assassinii colpiscono soprattutto i giornalisti che vogliono informare l’esterno di quanto continua ad accadere in Honduras nonostante le elezioni di novembre, oltre che operai, sindacalisti, organizzazioni studentesche e qualunque organizzazione che non abbia accettato la rottura dell’ordine costituzionale e che continua a chiedere la convocazione di un’Assemblea Costituente e il ritorno del Presidente legittimo al potere.

Il Presidente Lobo ha annunciato lo scorso 4 maggio l’istituzione di una Commissione per la Verità, che stabilisca cosa è accaduto prima, durante e dopo il golpe del 29 giugno, come richiesto dall’Accordo di Tegucigalpa dell’ottobre scorso, ma questa Commissione non è ritenuta credibile e affidabile dalle organizzazioni indigene che l’hanno fortemente criticata, definendola “Commissione della Menzogna”, nonchè dal Fronte Nazionale di Resistenza Popolare secondo cui “tale Commissione serve solo al regime per pulirsi le mani dopo il golpe e farsi così accettare dalla comunità internazionale, in modo da poter avere aiuti”. ll Centro per la Giustizia e il Diritto Internazionale (Cejil), una Ong che lavora con l’Onu e l’Osa, conferma i timori degli oppositori alla Commissione per la Verità di Lobo, argomentando che “non ci sono gli standard internazionali minimi richiesti dalla giustizia transizionale, ovvero mancano i rappresentanti della società civile e delle vittime, non vincola alle sue decisioni il potere Legislativo e Giudiziario, non li obbliga a fornire tutte le informazioni richieste, oltre che a non prevedere l’obbligo per lo Stato del suo finanziamento”.

C’è da dire che il Presidente Lobo non ha molte credenziali per essere ritenuto leale dai suoi oppositori, visto che a febbraio ha dichiarato che non farà cambi nei comandi militari del Paese, confermando anche il Capo di Stato Maggiore Vásquez che destituì Zelaya. Inoltre otto avvocati rappresentanti di diverse organizzazioni per i diritti umani dichiararono il febbraio passato, di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIHD), come, nonostante l’amnistia promulgata dal Parlamento il 26 gennaio per tutti i delitti politici e comuni legati agli accadimenti posteriori al golpe, questa di fatto non venga applicata e gli arresti arbitrari continuino.

Il Fronte Nazionale di Resistenza Popolare che rappresenta l’opposizione politica e sociale al nuovo regime continua a chiedere, oltre al ripristino della legalità costituzionale, una riforma agraria radicale che inverta le politiche di accentramento della ricchezza implementate dall’oligarchia tramite la Legge di Modernizzazione e Sviluppo del 1992, nonchè l’appoggio alle lotte contadine contro i grandi proprietari terrieri guidate dal Movimiento Unificado Campesino del Aguàn. Il FNRP, oltre a denunciare le responsabilità dei latifondisti Miguel Facussé Barjum, René Morales y Reinaldo Canales nelle repressioni e i loro legami con i gruppi paramilitari che operano nel Paese dopo il golpe, si oppone alla Legge Generale sull’Educazione che sta per essere approvata dal governo di Lobo, poichè “è un tentativo di imporre il modello neoliberale nell’educazione, privatizzando l’istruzione primaria e secondaria e che mira a rendere nullo lo Statuto del Docente e altre leggi che garantiscono i diritti fondamentali degli operatori scolastici”.

Il FNRP continua a pretendere che sia rispettato il programma di Zelaya, ovvero la convocazione di una Assemblea Costituente che promuova trasformazioni strutturali per una società più egualitaria e autenticamente democratica nella sostanza, oltre che nella forma.

Il Presidente Lobo ha invitato Zelaya a ritornare nel Paese, ma senza garantirgli alcuna immunità per i processi che dovrebbe affrontare e che, secondo la Commissione Interamericana per i Diritti Umani, “non sarebbero equi, visto che il Potere Giudiziario nei suoi più alti vertici partecipò al colpo di Stato contro di lui”. A conferma del coinvolgimento della Corte Suprema nelle trame golpiste, c’è da segnalare la recente sospensione da parte di quest’ultima delle attività dei giudici Luis Alonzo Chévez de la Rocha, Ramón Enrique Barrios, Adán Guillermo López Lone e la magistrata Tirza del Carmen Flores Lanza, appartenenti all’Asociaciòn Jueces por la Democracia e sospesi per esigere il rispetto delle garanie costituzionali.

Inoltre il Presidente del CODEH (Comitato Honduregno per i Diritti Umani), Andrés Pavón, ha denunciato un piano per assassinare Zelaya se tornasse nel Paese, che sarebbe eseguito da sicari e paramilitari colombiani (confermando così le denunce della Senatrice colombiana Piedad Còrdoba circa le attività delle AUC in Honduras) e commissionato da Danilo Orellana, regista dell’Ufficio di Crisi durante il golpe e ora nominato Direttore dei Centri Penitenziari: il piano sarebbe quello di arrestare Zelaya appena metta piede in Honduras, dopodichè Orellana creerebbe la situazione adatta per il suo assassinio in carcere.

L’attentato sarebbe compiuto per impedire che l’opposizione al regime oligarchico e militare trovi un leader che la capeggi.

Il fatto poi che il Decreto 124/2009 sulla chiusura e distruzione delle emittenti che si opposero al golpe sia tutt’ora vigente e che la stampa permessa dipinga Zelaya come “mostro servo dello chavismo” e i difensori dei diritti umani come “zelayisti traditori della Patria”, non serve certamente a facilitarne un ritorno a breve.

Conclusioni

Zelaya attualmente sta cercando di muoversi sul piano diplomatico coinvolgendo Paesi dell’area (Nicaragua, Guatemala, Repubblica Dominicana), ma anche Argentina, Cile, Brasile, Ecuador, Venezuela e organizzazioni regionali (SICA, OSA) per far pressione sul governo di Lobo affinchè faciliti una sorta di riconciliazione nazionale, ma la cosa appare abbastanza problematica, in quanto non è verosimile la convivenza di Zelaya e delle domande di Rifondazione Costituzionale dello Stato con i vertici delle forze armate e l’oligarchia terriera honduregna, che da sempre hanno retto le redini del Paese centroamericano.

Tuttavia da pochissimi giorni circola la notizia secondo cui Zelaya potrebbe tornare a breve nel Paese, poichè la Corte Suprema ha garantito di non emanare alcun ordine di arresto nei suoi confronti e il Presidente Lobo, dopo un viaggio in Colombia e Perù, si è offerto di andare personalmente nella Repubblica Dominicana (dove Zelaya vive in esilio) a prelevarlo perchè possa tornare in Honduras.

Nonostante questo nuovo risvolto nella politica honduregna non è da credere che Lobo sia disposto a una riconciliazione nazionale che preveda l’allontanamento dei responsabili del golpe dal potere (come aveva proposto Zelaya), più probabile che con questa offerta punti a far desistere Zelaya dalla volontà di ritornare al potere, in cambio del ritorno nel Paese. Anche perchè l’Honduras si trova diplomaticamente isolato dalla maggioranza dei Paesi dell’area e un ritorno di Zelaya faciliterebbe un suo futuro riconoscimento da parte di Argentina, Ecuador, Venezuela, Brasile, che attualmente lo hanno isolato poichè ritengono illegittimo il governo Lobo.

Quello che appare più probabile, quindi, è l’allontanamento dell’Honduras dai processi di affrancamento e integrazione regionale con i Paesi dell’area a cui aveva preso parte fino al 28 giugno del 2009 ed il suo avvicinamento all’asse Colombia-Stati Uniti, che oltre a portare Tegucigalpa nell’orbita della super-potenza nordamericana comporterà l’adozione di un modello più spiccatamente neoliberista ed aperto agli investimenti stranieri ed alle privatizzazioni.

* Sergio Barone è dottore in Relazioni Internazionali (Università di Bologna)

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