Il 7 agosto scorso si è tenuta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Il giuramento del nuovo Capo di Stato è stato preceduto da giorni di forte tensione tra la Colombia e il Venezuela, sfociati nello spiegamento di forze militari al confine tra i due Paesi e nella rottura dei rapporti diplomatici.

Il 22 luglio l’ambasciatore colombiano presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) aveva accusato il Paese vicino di supportare i narcoterroristi delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), ospitando almeno 1500 membri dell’organizzazione in 87 basi dislocate sul territorio venezuelano, al confine con la Colombia. L’ambasciatore ha mostrato foto e video aerei con identificazione di coordinate, che inchioderebbero Caracas alle sue responsabilità, tra cui un’immagine di uno dei leader delle FARC disteso a prendere il sole su una spiaggia venezuelana con tanto di birra Polar (il marchio più famoso del Venezuela) in mano.

Poteva essere l’ennesima riproposizione di un copione già visto nei travagliati rapporti tra i due Paesi sudamericani: la Colombia accusa il Venezuela di ospitare narcoterroristi, Caracas risponde accusando Bogotà di essere “serva degli Stati Uniti”, si rompono le relazioni diplomatiche ed entrambi i Paesi spediscono un paio di divisioni alla frontiera a guardarsi in cagnesco.

In pratica è successo anche questa volta, ma un elemento di novità ha risolto rapidamente e efficacemente la crisi, con incoraggianti segnali che fanno sperare in una definitiva stabilizzazione nelle relazioni diplomatiche tra i due Stati.

Nel suo discorso inaugurale, infatti, il neo-presidente Santos ha pronunciato parole di apertura nei confronti del Venezuela, e ha dichiarato che “la parola guerra non è inclusa nel mio vocabolario”. Alla cerimonia è stato invitato anche Chavez, che tuttavia non ha partecipato, venendo rappresentato dal suo ministro degli Esteri, Nicolas Maduro.

Pochi giorni dopo l’insediamento, il nuovo presidente colombiano e il leader venezuelano si sono incontrati a Santa Marta, in Colombia, promettendo pace duratura, scambiandosi attestati di stima e lasciando completamente spiazzati analisti e diplomatici di tutto il mondo, che fino alla settimana prima temevano lo scoppio di ostilità tra i due Paesi. Cosa è accaduto? Cosa ha trasformato il “duro” ex ministro della Difesa del governo Uribe, che non aveva avuto remore nell’ordinare l’attacco contro le basi delle FARC in territorio equadoregno, in un araldo della pace? E come è stato possibile un così rapido mutamento del caudillo venezuelano, che fino a poche ore prima aveva pronosticato guerra e devastazioni per l’odiato vicino filoamericano, e che ora tiene una conferenza stampa congiunta con il suo presidente?

Un nuovo inizio con Caracas

Quando lo scorso 20 giugno Juan Manuel Santos vinse le elezioni presidenziali tutti gli osservatori e gli esperti della politica colombiana annunciarono che la linea dura contro le FARC e contro i Paesi vicini accusati di sostenere i narcoterroristi, portata avanti negli otto anni del governo di Alvaro Uribe, sarebbe diventata una linea durissima, viste le credenziali del neo-eletto presidente.

Santos, ministro della Difesa dal 2006 al 2010, considerato un “falco” dell’amministrazione Uribe, aveva portato avanti una lotta senza esclusione di colpi contro le organizzazioni terroriste e i narcotrafficanti colombiani (molto spesso due facce della stessa medaglia, cosa che ha fatto nascere il termine “narcoterroristi”). L’azione del governo si era concentrata in particolare contro le FARC, che all’inizio del primo mandato di Uribe, nel 2002, contavano oltre 20.000 effettivi e controllavano gran parte del territorio nazionale. Durante il suo mandato ministeriale Santos autorizzò numerose operazioni militari che decimarono la leadership del gruppo, come ad esempio la famosa “Operazione Fenix”, nella quale fu ucciso il numero due delle FARC Raul Reyes con un’incursione aerea sul territorio dell’Ecuador, provocando una crisi diplomatica ancora in corso tra Bogotà e Quito, e l’”Operazione Scacco”, che portò alla liberazione dell’ex candidata alla presidenza Ingrid Betancourt. A questi successi militari tuttavia si devono sommare anche scandali di abusi di potere da parte di membri delle Forze Armate Colombiane spesso coperti dal governo, e i numerosi casi dei “Falsi Positivi”, veri e propri omicidi di innocenti cittadini colombiani, per la maggior parte poveri contadini, che venivano presentati come guerriglieri caduti in combattimento.

La gestione della Difesa da parte di Santos non verrà ricordata per un esemplare rispetto della trasparenza o del diritto internazionale, ma è innegabile un consistente progresso nella lotta contro la guerriglia: oggi le FARC possono contare su meno di 8.000 uomini, il controllo del territorio è tornato solidamente nelle mani del governo e le azioni della guerriglia sono state arginate nelle sole aree di frontiera, nelle quali possono ancora operare, secondo Bogotà, soltanto grazie al supporto e alla copertura dei Paesi vicini, primo tra tutti il Venezuela. Per queste ragioni le aspettative del mondo nei confronti del nuovo presidente erano “fuoco e fiamme”, soprattutto nei confronti di Caracas. E invece il nuovo Primo Cittadino colombiano ha sorpreso tutti, mostrando un’inaspettata apertura, sia verso Chavez, ma anche, cosa ancor più sorprendente, nei confronti delle stesse FARC.

Durante il suo discorso di inaugurazione, Santos ha dichiarato che avrebbe portato avanti un dialogo “diretto e franco” con il Venezuela, senza mediazioni di altri Stati. Poteva essere la solita frase di rito, pronunciata da un presidente che vuole fare bella figura il suo primo giorno di lavoro, e invece come poche volte nello scenario politico internazionale, alle parole sono seguiti molto velocemente i fatti. A capo della diplomazia di Bogotà, infatti, è stata nominata l’ex ambasciatrice a Caracas, Maria Angela Holguin, che più volte si era scontrata con il presidente Uribe per la durezza della sua politica nei confronti del Paese vicino. Inoltre, il giorno dopo la cerimonia di insediamento, i ministri degli Esteri di Colombia e Venezuela hanno annunciato l’incontro tra i due Capi di Stato per il giorno seguente. Una rapidità che deve aver sorpreso Chavez, il quale ha interrotto il suo programma domenicale “Alo Presidente” per trasmettere in diretta la conferenza stampa dei due cancellieri, e ha dichiarato che quella notte sarebbe “andato a dormire felice”.

Ancora più sorprendenti sono state le parole pronunciate dal caudillo venezuelano pochi istanti dopo. Chavez ha attaccato duramente le FARC, bollando come “senza futuro” il proseguimento della lotta armata e affermando che l’organizzazione è un “problema anche per il Venezuela”. “Non ho approvato, né approvo, né approverò la presenza di forze guerrigliere. Questo territorio è sovrano”, ha sanzionato il leader bolivariano. Una lectio magistralis di Realpolitik sudamericana. Sin dai tempi della sua ascesa al potere, infatti, Chavez aveva sempre espresso solidarietà alle FARC, proclamando “rispetto per il loro progetto politico”, imputando a Bogotà le responsabilità del conflitto colombiano e auspicando che la rivoluzione conquistasse il potere anche nel Paese vicino. Inoltre il 23 luglio, il giorno dopo il “J’accuse” colombiano, l’ambasciatore venezuelano presso l’OSA aveva spudoratamente ammesso la presenza di membri delle FARC sul suo territorio.

Evidentemente le FARC sono diventate un ospite troppo ingombrante per il Venezuela, e Chavez non ha avuto remore a sacrificarle sull’altare dei rinnovati rapporti con la Colombia. Un cambiamento di rotta notevole, motivato non soltanto da ragioni di buon vicinato diplomatico. Dall’inizio della crisi tra i due Paesi, infatti, il valore degli scambi commerciali è crollato da 6,5 miliardi a 2,6 miliardi di dollari, con una previsione per la fine del 2010 di soltanto 1 miliardo di dollari. Con un’economia in negativo (il Venezuela sarà l’unico Paese sudamericano con un PIL negativo nel 2010), Caracas non è in grado di sopportare a lungo una guerra commerciale di questa portata. La prova della spegiudicatezza politica di Chavez sta nel fatto che il leader bolivariano non ha neanche lontanamente menzionato le ragioni che hanno portato alla crisi: l’autorizzazione all’utilizzo di basi militari colombiane alle forze armate statunitensi. Concessione negoziata peraltro durante il periodo in cui Santos era ministro della Difesa.

L’elezione del “duro” Santos ha portato quindi ad una inaspettata quanto rapida riconciliazione tra Colombia e Venezuela. L’incontro di Santa Marta, avvenuto all’interno del Mausoleo dedicato a Simon Bolivar, non poteva essere una location migliore per questa occasione storica, durante la quale Chavez e Santos, in una conferenza stampa congiunta sotto la statua del Libertador, hanno dichiarato di voler “girare pagina” e “dimenticare il passato”.

Carota e Bastone con le FARC

Il discorso inaugurale di Santos non ha risparmiato sorprese anche sul fronte della lotta al narcoterrorismo. “Ai gruppi armati illegali che invocano ragioni poltiche e oggi parlano ancora una volta di dialogo dico che il mio governo sarà aperto a qualsiasi discorso che cerchi di estirpare la violenza” ha dichiarato il neo-presidente colombiano, inviando un messaggio di apertura al dialogo alle FARC, a condizione che vengano liberati tutti gli ostaggi, deposte le armi e troncati i legami con il narcotraffico.

La risposta delle FARC non si è fatta attendere: l’11 agosto un’autobomba è esplosa al centro di Bogotà, di fronte alla sede dell’emittente “Radio Caracol” e dell’agenzia di stampa spagnola “Efe”, provocando il ferimento di 18 persone e danneggiando decine di edifici. Un attentato del genere potrebbe apparire come la dimostrazione che la guerriglia gode di pieno vigore e non ha la minima intenzione di sotterrare l’ascia di guerra, ma analizzando alcuni episodi che hanno caratterizzato le ultime settimane si delina una situazione molto diversa.

Una settimana prima della cerimonia di insediamento di Santos le FARC hanno divulgato un video in cui il loro leader maximo, Alfonso Cano, propone al nuovo presidente il ripristino del dialogo per una fine negoziale del conflitto armato che insanguina il Paese da decenni. Messaggi del genere erano già stati inviati al presidente Uribe, che li aveva sempre sdegnosamente rispediti al mittente. L’ex presidente era stato eletto nel 2002 anche grazie al fallimento dei negoziati con la guerriglia portati avanti più volte dai governi colombiani, come durante la presidenza Pastrana (1998-2002) e quella di Belisario Betancourt (1982-1986).

La richiesta di dialogo da parte delle FARC va letta alla luce dei risultati ottenuti nei due mandati della presidenza Uribe, caratterizzati da una dura e sanguinosa lotta alla guerriglia, ed è quindi da interpretarsi come il sintomo della debolezza dell’organizzazione. In quanto ex ministro della Difesa, Santos è perfettamente consapevole di questa situazione, e la proposta di dialogo fatta durante il suo discorso inaugurale con le tre specifiche richieste mette in chiaro che una trattativa è possibile, ma alle condizioni di Bogotà e non delle FARC. Il governo colombiano si trova ora in una posizione di forza negoziale e Santos non vuole farsi scappare la possibilità di chiudere una partita durata troppo tempo e costata troppe risorse e vite umane.

Inoltre, secondo diversi analisti, le FARC non sono più il gruppo unito e compatto che aveva messo la Colombia a ferro e fuoco per decenni. L’organizzazione ha perso il suo “slancio rivoluzionario”, si è legata a doppio filo al narcotraffico per ottenere finanziamenti ed armi e ha perso l’appoggio della popolazione a causa dei sequestri e delle mine terrestri posizionate sulle strade. I sondaggi sono impietosi: oggi il 90% dei colombiani sono contrari alle FARC, e sono stanchi di anni ininterrotti di violenze e morte. Il 69% dei voti con cui è stato eletto il presidente Santos, e il 75% dei consensi con cui Uribe esce di scena, sono la prova che il popolo colombiano appoggia saldamente la politica del governo e si aspetta che il nuovo Capo di Stato continui su questa strada. Infine è assai dubbio anche il reale controllo di Cano sull’intera struttura delle FARC: molte unità della guerriglia sarebbero diventate veri e propri gruppi autonomi, non rispondendo più agli ordini della leadership e dedicandosi ad attività illecite per meri fini economici.

L’autobomba esplosa nella capitale colombiana è da interpretare, quindi, come il tentativo del narcoterrorismo di dimostrare che non ha perso le sue capacità operative, cercando di rendere meno svantaggiosa la propria posizione in un’eventuale trattativa. Santos ha dimostrato di comprendere questo momento, e le sue dichiarazioni immediatamente successive all’attentato mostrano il sangue freddo del nuovo presidente. “Il governo, quando riterrà che le circostanze saranno favorevoli – e ora non lo sono – aprirà le porte al dialogo”. Traducendo: non ci facciamo intimorire, se volete trattare deponete le armi. Una politica del bastone e della carota a cui Santos non è nuovo: una delle strategie più efficaci per battere i narcoterroristi è stata quella di accompagnare alla dura repressione militare dei benefici monetari per chi avesse abbandonato le armi. Grazie a questo sistema le organizzazioni armate hanno subito un’inarrestabile emorragia di personale, vedendo drasticamente ridotta la loro forza militare.

Durante la campagna elettorale Santos ha promesso la creazione di posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni di vita dei colombiani, e una solida crescita economica. Anche se la precedente amministrazione lascia in eredità una situazione economica positiva, con un PIL in crescita di oltre il 4% nel 2010 e miliardi di dollari di investimenti stranieri che si stanno riversando in Colombia, soprattutto dagli Stati Uniti, il nuovo presidente sa che la strada della crescita economica passa inevitabilmente attraverso la definitiva stabilizazzione politica, che la fine del conflitto colombiano porterebbe un indubbio beneficio economico al Paese, e che mai come ora vi è la concreta possibilità di porre fine a questo sanguinoso periodo.

Conclusioni

L’elezione di Santos alla presidenza della Colombia è stata interpretata come l’ascesa di un “falco” che avrebbe infiammato la politica sudamericana, in particolare nelle relazioni con Venezuela ed Ecuador. Il neo-presidente invece ha riallacciato i rapporti con Caracas, incontrandosi con Chavez, e ha notevolmente migliorato le relazioni con Quito, invitando alla cerimonia di insediamento il presidente ecuadoregno, Rafael Correa, e consegnando alle forze di sicurezza del Paese vicino i computer sequestrati alle FARC durante l’Operazione Fenix.

Gli analisti si aspettavano che il nuovo Capo di Stato avrebbe cercato di debellare definitivamente la guerriglia attraverso la forza militare, portando la lotta al narcoterrorismo ad un livello di violenza ancora più elevato di quello già visto in questi anni. Santos ha invece pronunciato parole di ferma apertura nel suo primo discorso alla Nazione, ventilando la possiblità di dialogo con i gruppi armati, ma alle condizioni imposte dal governo.

Gli esperti della politica colombiana vedevano nell’ex ministo della Difesa il delfino di Uribe, che avrebbe portato avanti in maniera rigorosa la politica della precedente amministrazione, e la presenza dell’ex presidente alla cerimonia di insediamento (una vera e propria rottura del protocollo voluta dallo stesso Santos) era il simbolo di questa continuità. E invece il nuovo presidente ha stupito tutti prendendo lentamente le distanze da alcune scelte fatte dal suo predecessore, soprattutto negli ultimi giorni della sua presidenza, e nominando suoi collaboratori alcune delle personalità che avevano mostrato disaccordo con le politiche di Uribe, dimostrando in questo modo originalità politica ed autonomia decisionale.

Tuttavia ancora molti elementi della politica colombiana devono essere ancora chiariti da Santos, in primis il rapporto con gli Stati Uniti, con i quali la Colombia gode di una special relationship a livello sudamericano. Da Washington bisognerà attendere il segnale verde prima di intavolare qualsiasi trattavia con narcos, guerriglieri e terroristi, anche in virtù degli accordi in materia militare, commerciale e giudiziaria firmati tra i due Paesi, come ad esempio quello sull’estradizione di trafficanti dalla Colombia agli USA.

La nuova presidenza colombiana potrebbe essere una sorpresa per tutti. Se questa linea politica dovesse essere mantenuta potrebbe portare ad una distensione del clima politico nel Cono Sud, dando nuovo impulso alla collaborazione tra Paesi latinoamericani e favorendo lo sviluppo economico e politico di tutta la regione. A prescindere da come verrà vinta, con le armi o con il dialogo, la guerra contro il narcoterrorismo è a un passo dalla fine, ed è un risultato storico che potrebbe essere raggiunto da questa amministrazione. In attesa di vedere se effettivamente sarà così, non si può che fare il tifo per questo nuovo orientamento positivo della politica colombiana e sudamericana.

* Carlo Cauti è laureando in Relazioni Internazionali (Università di Roma LUISS G. Carli)

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”


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